sabato 4 aprile 2015

Revival di Stephen King

Eccoci qui.
Stavolta il terrore della pagina bianca non è proprio terrore. Quello che provo non si avvicina al terrore vero e proprio, ma in un certo senso lo supera.
"Voglio colpire, ma di ferire ho tema" è la frase che associo con questa sensazione sgradevole.

Premessa solita: io amo King, come ben sa chi ha letto il mio post sui miei scrittori viventi preferiti e come sa anche ogni singolo sanpietrino di Roma. Ma da qualche anno in qua non mi dà più le stesse emozioni. Uno scrittore cambia, negli anni, specie se scrive in continuazione come fa il Re e si interessa degli argomenti più disparati.
E forse è anche meglio precisare che quando dico "stesse emozioni" non voglio dire che non me ne dà affatto. Anzi. Ma non sono le stesse dei suoi romanzi fino a un certo punto della sua carriera.

Altra parentesi (sopportatemi, vi prego): dei suoi lavori dell'ultimo decennio (mi riferisco quindi a partire dal 2008, ho letto solo Duma Key (e, ovviamente Revival), sorvolando completamente gli altri, che per tematiche proprio non mi interessano (anche se sono in coda alla mia lista di libri da leggere "prima o poi"). Quindi non posso fare paragoni con le sue opere più recenti.

E ora partiamo alla scoperta di questo libro.
Vi dico subito di non aspettarvi il volume mastodontico da settecento o più pagine, perché sono meno di cinquecento, quindi è apparentemente più approcciabile rispetto ad altri suoi libri.
La storia parte subito molto interessante, con questi due protagonisti, il bambino di sei anni, poi cresciuto e invecchiato nel corso delle pagine, e il reverendo, giovane e idealista all'inizio, colpito da una tragedia che lo lascerà a dir poco sconvolto.
Le parole scorrono velocissime, io sono arrivata quasi senza accorgermene a metà volume, perché la scrittura è davvero piacevole e vola via come il vento.
Ma qui c'è il primo "però": per quanto si parli, si raccontino aneddoti di vita vissuta e si intreccino storie (nella migliore tradizione King, c'è da scommetterci), i due personaggi restano sul piano superficiale. Non c'è niente, nessun accenno a come sono fatti dentro, a quello che provano (al di là delle reazioni agli avvenimenti della loro vita). Insomma, primo fatto stranissimo: è la prima volta che mi capita di non conoscere veramente i personaggi di King, che non sono diventati mai reali, ma sono sempre rimasti di carta. Per me, strano e inconcepibile.
E questo mi ha fatto iniziare a storcere il naso.
Ed ero già a metà libro. Ho iniziato a sentirmi inquieta.

Tutto quello che serviva a fare di questo libro un capolavoro l'ha concentrato nei due capitoli finali. Un po' poco, mi sembra, anche se è stato lì che finalmente ho ri-incontrato il mio idolo, lo Zio che ha sempre saputo darmi quel "di più" che ad altri manca.
Due capitoli a dir poco perfetti.
Seconda delusione, quindi: perché aspettare così tanto? Io mi considero una Fedele Lettrice, lo sono da vent'anni ormai, e non sono così sciocca da credere che uno scrittore debba per forza sfornare solo capolavori per essere considerato un genio. Ma porca miseria, se sapevi di poter scrivere quelle ultime meravigliose pagine, perché non ti sei impegnato nello stesso modo anche nelle altre? Perché lasciarti il meglio per ultimo? Non posso nemmeno dire che ci sei arrivato a poco a poco e questo fa parte del problema: c'è stato solo il botto finale. Perché?

Non sono mancati i rimandi ad altri suoi romanzi, come per esempio Joyland (dove il reverendo dice di aver lavorato per un po' prima che chiudesse) e persino La torre nera (poteva mai mancare?), quando il primo gruppo in cui Jamie suona si chiamava in precedenza The gunslingers (e lì per poco non piangevo).
E non manca nemmeno il suo stile, la sua prosa schietta, i suoi modi di dire.
Ma quello che mi è mancato più di tutti è stato il brivido, la suspance, quella che ti incuriosisce e ti spinge a voler sbirciare l'ultima parola, per sedare una curiosità morbosa.
Quella proprio non l'ho avvertita e la "colpa" (a volerla chiamare così) è proprio nella mancanza di approfondimento psicologico dei due protagonisti. Che in realtà sarebbero assolutamente perfetti. Durante il romanzo, offrono moltissimi spunti per scavare a fondo dentro di loro, ma forse l'averlo scritto in prima persona, dal punto di vista di Jamie, non ha aiutato in questo senso.

Ma il finale. Oh, ragazzi, uno spettacolo. Stanotte, verso le due, quando ormai mancava poco davvero all'ultima pagina, nella solitudine della mia camera, con le coperte fin sopra la testa (e non per il freddo) ho esclamato "Era ora!!". Lo zio Steve si è concentrato, si è lasciato trascinare dalla storia e dai suoi due nuovi "amici" e si è addentrato nelle loro anime. Per poco, certo, ma almeno...

In definitiva, il libro ha una storia stupenda, i protagonisti sono piuttosto indimenticabili e la prosa è magica. Il finale, con tanto di tuoni e fulmini (se mi passate la citazione), uno dei migliori di King da secoli, potrei spingermi a definirlo forse il migliore in assoluto.
Ma nel libro manca qualcosa, qualcosa di fondamentale, di cui King si ricorda solo alla fine: l'anima.

Credetemi, piango nel dirlo, ma per me è stato così. Bella la confezione, strepitoso il finale, ma vuoto il resto.
Peccato.
Per ora.

Anarchic Rain

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