sabato 30 giugno 2018

The Dark half by Stephen King

You think I'm a monster, and maybe you're right. But real monsters are never without feelings. I think in the end it's that, and not how they look, that makes them so scary.



Il mio primo King.
Era il millenovecentonovantaquattro. Avevo dodici anni. Gesù, non li avrò mai più. Ma avrò ancora questo libro e la meraviglia che mi ha lasciato dentro.
Diciamoci la verità: non è il libro più bello di King. Nemmeno lontanamente. Per me è in top ten, ma solo perché, in quanto primo, è stato quello che mi ha avvicinata allo zio e quindi mi ha permesso di entrare in quel mondo stupendo. Ma è solo una questione di nostalgia e affetto.

A dispetto di tutto questo, è comunque un bel libro, superiore alla media.
La storia è quella di Thad, uno scrittore che aveva uno pseudonimo e che quando ha deciso di disfarsene ha dovuto fare i conti con la sua personificazione (malvagia, ovviamente).
Il perfetto quadretto americano sconvolto da una presenza crudele e immonda, che non avrebbe mai dovuto esistere e che invece è stata creata proprio dal più insospettabile di tutti.

Thad è un uomo buono, un pasticcione, se vogliamo, con una moglie che lo ama e due gemelli (maschio e femmina) che sono la massima espressione della cuteness. Però Thad non è solo quello, seppure nemmeno lui lo sospetta. Dentro di sé ha una zona d'ombra, tenebre così fitte che nemmeno lui riesce ad accettarle e deve creare per forza un'altra parte di sé che lo aiuti a sopportare questo peso oscuro. George Stark, questo è il suo nome. George prende su di sé la responsabilità del lato "crudele" di Thad e quando Thad stesso cerca di rinnegarlo, seppellendolo, lui prende vita e va a cercarlo per trovare una sua dignità di "essere umano".
Stark è una persona malvagia, che non esita a uccidere per vendetta e per arrivare al suo obiettivo, senza lasciare impuniti coloro che gli hanno fatto torto (a detta sua, ovviamente).
Non esita a puntare la pistola contro William, uno dei gemelli di Thad, solo per ottenere quello che vuole. Not a good man at all, come dice la finta pietra tombale fatta fare da Thad.
Eppure ciò che vuole è soltanto esistere. E scrivere ovviamente. E' così sbagliato? Sì, certo.

Penso che questo romanzo sia un omaggio dello zio al suo stesso pseudonimo, Richard Bachman, che gli ha dato la possibilità di sviluppare idee e storie che come "Stephen King" ormai non avrebbe più potuto esplorare.
Una lunga lettera, in parte d'amore, al personaggio fittizio che gli ha permesso di esprimersi in modo diverso ma comunque efficace.
Ma ovviamente, essendo un libro del Re, non poteva andare tutto liscio: quindi Stark è uno psicopatico che va fermato ad ogni costo e con l'impiego di qualunque mezzo.
E quale mezzo migliore degli psicopompi? Tramiti tra il mondo dei vivi e quello dei morti, semplici passeri per gli altri, ma guardiani del "ciò che è e ciò che non potrà mai essere".

Insieme a Thad, dalla parte dei "buoni", conosciamo lo sceriffo di Castle Rock, Alan Pangborn, una persona equilibrata e intelligente, che in questa storia ha un ruolo poco meno che marginale, purtroppo. A me piace tantissimo Alan, è uno dei personaggi dello zio che ricordo sempre con piacere, e una riflessione letta su un social proprio ieri mi ha spiegato il perché: Alan non è semplicemente uno dei buoni, ma potrebbe essere un emissario del Bianco (chi conosce l'universo di King sa a cosa mi riferisco, per tutti gli altri, leggetevi la Torre Nera, se volete) e un Pistolero per diritto di nascita. Il commento si riferiva al fatto che Alan potrebbe tranquillamente far parte del ka-tet di Roland, su un altro livello della Torre e quando l'ho letto ho realizzato che è esattamente così.
E' un personaggio di un'integrità senza macchia, pur essendo profondamente umano. Sì, mi piacerebbe vedere lui e Roland camminare insieme nel Medio-Mondo e diventare ka-tet.

Ok, sto divagando.

Chi dovrebbe leggere questo libro? Di pancia, risponderei "tutti", come al solito. Ma riflettendoci, direi che restringerei il campo ai lettori di King (è una sua pietra miliare, non vorrete mica perdervelo?!) e agli appassionati di doppia personalità o romanzo psicologico in generale. Perché se anche qui sembra che siamo di fronte un horror, in realtà non è così: lo zio scava nel profondo dell'animo umano e ciò che ci mette davanti non è una semplice "incarnazione" del male, è la "proiezione" esterna di quel male che c'è dentro ognuno di noi. Thad è una persona buona...ma solo perché ha creato Stark che si prende tutto lo "schifo" della sua anima.
In ognuno di noi c'è bianco e c'è nero e bisogna stare attenti a bilanciarli bene, altrimenti potrebbe succedere un disastro.

Anarchic Rain

sabato 16 giugno 2018

Al dio degli inglesi non credere mai - Storia del genocidio degli Indiani d'America 1492-1972

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura,
Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura...


De André cantava questa canzone nel 1981 e quando la ascoltai per la prima volta, molti anni dopo, non potei fare a meno di pensare agli Indiani d'America, i Pellerossa di tutti i film western che passavano in tv e, ovviamente, a Balla coi Lupi.

Ora che sono un po' più cresciuta, ascolto sempre De André, ma la mia curiosità è stimolata in maniera forse più critica e per questo ho deciso di informarmi sulle vicende di questo "leggendario" popolo.
Ci sono parecchi libri sull'argomento, non sapevo proprio da quale iniziare, sapevo solo che ne cercavo uno di ampio respiro, che mi desse la possibilità di una visione "ampia" della Storia. Ho quindi evitato (per ora) le monografie più famose dei capi tribù e, onestamente, d'istinto ho evitato qualsiasi "storia" scritta dagli americani per evitare più "bias" possibili.
Girando in libreria ho trovato questo libro abbastanza consistente (poco più di quattrocento pagine), scritto a quattro mani da due italiani. Ottimo.




Nonostante le imprecisioni storiche della canzone di Faber, il testo e la musica che lo accompagna fanno il loro dovere: ti proiettano in un pezzo di Storia che oltre a essere profondamente ingiusto è anche indiscutibilmente disgustoso.

Non è una novità che a me gli americani non stanno simpatici affatto, li trovo perlopiù arroganti e stupidi (nonostante siano una potenza, ma questo la dice lunga sul resto del mondo più che su di loro...), ma dopo aver letto questo libro non solo ho consolidato la mia opinione, l'ho anche peggiorata e circostanziata. 

Non fraintendete le mie parole, ma si parla tanto di Hitler e dei gulag russi e di altre simili amenità, quando si vuole fare un esempio di distruzione di popoli o civiltà, senza rendersi conto o ricordarsi che questo sono (stati) solo dei tentativi. Gli unici (che io sappia) che sono riusciti a spazzare via sistematicamente e impunemente un popolo dalla faccia della terra sono stati proprio gli americani. E il popolo è quello dell'Uomo Rosso. Mi sorgono molti dubbi e domande su alcuni recenti fatti di storia contemporanea, ma me li terrò per me perché non sono abbastanza istruita sull'argomento e perché non è questa la sede per parlare di certe cose.

Mi limiterò a raccontarvi il libro.

La storia è molto semplice: c'era una volta un popolo che viveva libero e in armonia con la Natura (il Grande Spirito) che ad un tratto si vide invaso da gente con abitudini completamente diverse dalle proprie che pretendeva di avere la verità in tasca e aveva deciso di essere migliore di lui (dovrebbe suonarvi un campanello, a questo punto). Per mera sete di guadagno (terra, oro, potere) questa gente venuta dall'Est decise di sterminare consapevolmente il popolo dell'Uomo Rosso. Iniziò con l'uccidere i bisonti, grandissima e indispensabile fonte di sostentamento per l'Uomo Rosso, per proseguire con la stipulazione di patti incredibilmente sleali (e nemmeno mai rispettati) con i capi tribù e finire con l'eliminazione del popolo stesso mediante pretesti di bassa lega, stragi efferate immotivate (in cui i principali a rimetterci furono donne, vecchi e bambini) e l'isolamento in lager all'aperto (le cosiddette riserve...) dei superstiti. Per finire con l'indotta dipendenza da alcol.

Ci sono posti e battaglie che non abbiamo mai sentito nominare durante le lezioni di storia a scuola, un po' perché "non è successo vicino a noi", un po' perché il Paese più potente del mondo non si lascia certo trattare a pesci in faccia dai libri. Che sono comunque sempre scritti dai vincitori. Sand Creek, Black Hills, Little Bighorn, Wounded Knee sono nomi che al 90% della popolazione oggi dicono poco o niente.

La rabbia e la tristezza che ho provato leggendo questo libro non posso paragonarli a nient'altro abbia mai letto o vissuto. Si può infiocchettarla come si vuole, ma la nuda verità è che un popolo pacifico e innocente si è visto spazzato via a causa della sete di potere di un altro. Forse è così che va il mondo, ma la domanda "in che mondo viviamo, allora?" mi gira e rigira nella testa da un bel po'.

Due parole sull'edizione del libro: all'apparenza molto curato, purtroppo ci sono tantissimi refusi, ogni tanto cambia il font di scrittura e ci sono periodi lunghi un po' difficili da seguire. Non sono cose gravissime, ma interrompono la continuità della lettura e onestamente mi hanno dato un po' fastidio. Anche perché non è che il libro te lo regalano...
Un'altra cosa è che l'ho trovato eccessivamente di parte. Intendiamoci, sono d'accordo con l'idea generale che gli americani (e gli inglesi, spagnoli, italiani, tedeschi...) si siano comportati da schifo per quel che riguarda la "questione pellerossa", ma iniziare ogni capitolo con "gli americani l'hanno raccontata in modo diverso, ma ovviamente hanno torto marcio" non dà esattamente la misura dell'equità degli storiografi.

A parte questo, lo consiglio davvero a tutti: al di là degli errori di stampa, ti fa apprezzare una buona scrittura e quello che sembra un racconto troppo di parte alla fine è lo sfogo amaro per un'ingiustizia che mai verrà scontata e il rimpianto per una resa dei conti che non arriverà mai.

Anarchic Rain

mercoledì 2 maggio 2018

Uccelli di rovo di Colleen McCullough


There is a legend about a bird which sings just once in its life, more sweetly than any other creature on the face of the earth. From the moment it leaves the nest it searches for a thorn tree, and does not rest until it has found one. Then, singing among the savage branches, it impales itself upon the longest, sharpest spine. And, dying, it rises above its own agony to out-carol the lark and the nightingale. One superlative song, existence the price. But the whole world stills to listen, and God in His heaven smiles. For the best is only bought at the cost of great pain.... Or so says the legend


Avevo sì e no dieci anni quando vidi per la prima volta lo sceneggiato televisivo, alla faccia dei bollini rossi (che all'epoca ovviamente non c'erano) e dei genitori che proibiscono tutto (lo vidi con mia madre). Rimasi folgorata dalla storia. Già all'epoca non mi quadrava la storia del celibato dei preti, per cui non ho avuto nessuno shock nel vederne uno innamorarsi (che poi, diciamocelo, mica scemo il pretino a scegliersi Rachel Ward...per dire, eh). Quando scoprii, da adolescente, che la serie era tratta da un libro, ovviamente il mio primo pensiero fu procurarmelo. Non ricordo nemmeno dove lo trovai, ma lo lessi tutto d'un fiato, più volte.

La storia dura quasi cinquant'anni, mi pare, e segue la vita della famiglia Cleary, in un'Australia che non ha nulla del paradiso dell'immaginario collettivo, almeno all'inizio.
Padre, madre e sei o sette maschi più un'unica femmina, Meghan, o Meggie, come le piace farsi chiamare. Paddy è un grandissimo lavoratore e come lui tutta la sua prole, ed ha una sorella che dire ricca è poco, che non lo caga di striscio finché non sente di stare per morire. Allora si prende lui e tutto il cucuzzaro a Drogheda con sé (mica nella villa, ci mancherebbe, in una dependance) e cerca di insegnargli a fare il ricco signorotto delle praterie.
A che scopo poi, non si capisce, considerando che lascia tutti i suoi milioni e Drogheda alla Chiesa, nella persona di padre Ralph de Bricassart, un bellissimo, giovane prete che ha sopportato per anni le facezie, le cattiverie e le frecciatine di Mary (la sorella di Paddy).
Seguiamo quindi le loro vicende attraverso fughe, morti, matrimoni e nascite.
Nel complesso, possiamo dire che poche famiglie sono sfigate quanto i Cleary: perdono quasi tutti i figli maschi (a volte per cose davvero sceme) e i due che rimangono sono così attaccati tra loro e alle gonne della madre, che non potrebbero metter su famiglia manco volendo; Meggie, che non ama altri che padre Ralph, sposa di sua volontà un idiota tutto lavoro macho e zero voglia di vita matrimoniale, solo perché le ricorda vagamente il suo grande amore. E' l'unica che ha due figli, ma uno muore giovane e l'altra se ne va a Londra per fare l'attrice (Justine è il mio personaggio preferito tra tutti, insieme a Fiona, la madre di Meggie).

Per metà libro ci chiediamo se Meggie e Ralph riusciranno a vivere il loro amore (sì, ovviamente anche lui la ama alla follia) e la risposta è NI. Lo vivranno solo a metà, di nascosto, come se fossero fuorilegge (e vorrei vedere, lui è prete cattolico). Meggie otterrà da Ralph quello che ha sempre sognato, un figlio suo, ma ovviamente è proprio lui a morirle ad appena diciotto anni, se ben ricordo. E Meggie ne è devastata, perché per quanto ha sempre cercato di trattare i suoi due figli allo stesso modo, era chiaro che Dane era sempre il suo preferito.

Insomma, oggi come oggi, è un libro che rileggerei con piacere? Onestamente no. Non ha superato indenne la prova del tempo, nonostante tocchi a volte temi molto attuali e ancora dibattuti.
L'unica donna moderna di tutto il libro è Justine, che cerca di crescere libera e indipendente, facendo il lavoro che si è scelta, lontano da casa. Purtroppo (ma forse era inevitabile) anche lei alla fine è caduta nella rete del matrimonio, cosa che ho trovato un po' forzata, giusto per finirlo con una cerimonia...per me sarebbe stato molto più appetibile e veritiero un finale aperto, in cui rimaneva amica di Rain e poi chissà.
Poi tutte quelle morti una dietro l'altra, uno schiacciato da un albero (mi pare colpito da un fulmine), un altro caricato da un cinghiale, un altro di scarlattina (o difterite), un altro picchiato a morte su un ring illegale (o quasi). Insomma, santocielo! L'unico che poteva essere una brava persona, con un lavoro e voglia di vivere è Luke, il marito di Meggie, che però è un emerito testa di min*hia maschilista e ottuso.
Ralph è prete, quindi si autoesclude da sé dalla rosa dei vincenti. Che poi, come ci tiene a sottolineare il vescovo suo amico, prete sì, ma ha infranto tutti i voti cattolici (povertà, castità e ubbidienza), quindi bo. E il suddetto vescovo ci tiene pure a dire che è proprio per questo che gli sta simpatico e che è così interessante. Ripeto: bo. Certo, diffondiamo pure il messaggio che a un prete basta un bell'aspetto e può fare il caxxo che gli pare, tanto già lo fanno ampiamente...

Leggerlo? Non leggerlo?
Mah, se avete tempo da perdere sì, anche perché è scritto bene e le descrizioni dei luoghi sono davvero molto belle.
Altrimenti, lasciate stare e passate oltre. State bene così, credetemi.

Anarchic Rain

martedì 1 maggio 2018

L'impazienza del cuore di Stefan Zweig

Ogni tanto torno a Zweig, come si torna a qualcosa che si ama e da cui ci si sente protetti.
So che ogni suo libro mi piacerà e so che, spesso, mi piacerà tanto.



Non voglio dire che con questo ho avuto la mia prima Zweig-delusione, ma ci sono andata vicino.
Contrariamente a come mi ha abituata, è un romanzo, il suo primo e unico, ma come sempre al centro della vicenda c'è il momento topico di una vita. Il punto di svolta, il classico breakpoint, dal quale mai (o quasi mai) si torna indietro.
Stavolta a parlarci direttamente è un uomo, un ufficiale dell'esercito, che racconta la sua storia in prima persona a un conoscente. I fatti che per sempre lo cambiarono accaddero quando aveva solo venticinque anni ed era un giovane e sprovveduto sottotenente della cavalleria austriaca, poco prima della prima guerra mondiale.

Vediamo un po' cosa mi ha convinto meno rispetto al solito.
La scrittura. Ebbene sì, non mi ha conquistata in un attimo, come sempre accadeva con lui. L'ho trovata troppo pesante e a volte ripetitiva. Inoltre, anche se poi ha risolto tutto e si è districato nel groviglio creato, ha messo molta carne al fuoco, molte storie nella storia, a volte si perdeva quasi il conto di chi stesse raccontando cosa. Un po' confusionario, ecco.
I personaggi. Fino a metà libro circa, mi sembravano delle marionette senz'anima, nonostante i numerosi scatti di passione/ira/compassione/altro che si sono susseguiti. Troppo suscettibili e con poca sostanza. Per fortuna, l'ultima parte è bellissima, lì è uscito lo scrittore che mi ha catturata. Il lungo discorso del dottore al tenente è stata la parte più bella del libro: uomo verso uomo, solo la verità nient'altro che la verità, il buio come copertina di Linus e l'iniziale tentativo di redenzione.
Davvero bellissimo.
Anche in seguito c'è stata un'altra scena simile, catartica allo stesso modo, quando Hofmiller scrive la lettera allo stesso dottore, mettendo a nudo davvero la sua anima e facendo per la prima volta quello che davvero gli suggeriva il suo cuore, senza pregiudizi e paure.
Purtroppo nel mezzo tanto brodo sciacquato.

Una cosa che ho notato sono le coppie descritte; sono tre e ognuna ha meritato la sua brava storia: ovviamente la principale, quella che non nasce mai veramente tra Hofmiller ed Edith, quella tra il padre e la madre di Edith e quella del dottore con sua moglie cieca.
Tutte e tre sono basate su una certa dipendenza della donna dall'uomo: Edith è una storpia che tenterebbe anche l'impossibile per Hofmiller, che purtroppo la sdegna proprio per la sua condizione fisica; la madre di Edith viene raggirata dal suo futuro marito come una scema; la moglie del dottore è stata sua paziente, il suo più triste fallimento anzi, e ora dipende da lui.
Insomma, la sagra del mainagioia.
Ma le tre donne dipinte non sono assolutamente delle perdenti, per Zweig. Della madre di Edith non sappiamo molto, ma ci tiene a raccontarci che è stata molto, molto amata, nonostante l'inizio non proprio idilliaco, dal marito. Edith stessa è una ragazza di diciassette anni che, nonostante la menomazione, ha solo voglia di vivere, di essere trattata come tutti gli altri e di non essere un peso per nessuno. La moglie del dottore, che è cieca, ha comunque trovato il suo mondo nella sua casa, nella quale si muove come se ci vedesse, e nell'amore di suo marito, che è più che sincero.

Zweig ci mette in guardia per tutto il romanzo (come recita anche il titolo inglese): FATE ATTENZIONE ALLA COMPASSIONE (Beware of pity). La compassione può essere di due tipi, come tutte le cose al mondo, e bisogna scegliere con cautela perché, se si fa la scelta sbagliata, ci si avvelenerà tutta la vita. Purtroppo la compassione del tipo sbagliato è il sentimento che guida Hofmiller per quasi tutto il romanzo, una certa aspirazione al martirio, un autocompiacimento nel quale smarrirsi. E infatti per quasi quattrocento pagine lo seguiamo nell'altalena del suo spirito, che una volta va da una parte, il secondo dopo da quella opposta, a seconda dello scenario in cui si trova: quando è al castello, sente che il suo "dovere" è quello di stare accanto a Edith (anche se solo come amico, all'inizio), quando è in caserma reagisce con stizza al suo essere servile nei confronti della ragazza e rinnega cento volte quello che fa quando sono insieme. Ogni volta si ripromette di non tornarci, di non assecondare più nessuno, ma fondamentalmente è un bravo ragazzo e cede a ogni supplica.
Però cavolo, deve esserci un limite!! Confesso che non è stato bello seguire i suoi mutamenti d'animo, mi sembrava un isterico, un bamboccio, sempre in balia di altre persone.

Ecco, forse il motivo per cui non ho tanto amato il libro è proprio il suo protagonista! Non mi è piaciuto.

In definitiva, lo consiglio? Ni. Se non avete mai letto altro di Zweig, no, leggete prima i suoi racconti brevi, lì dà il meglio di sé.
Se invece già lo amate, allora leggetelo, e magari fatemi sapere se sono stata troppo dura!

Anarchic Rain

domenica 8 aprile 2018

I'm only happy when it rains. Books for singles.



Il titolo rimanda ad una bellissima canzone dei Garbage e può avere molti significati, preso così da solo. Può essere che a qualcuno piaccia la pioggia come evento atmosferico, oppure che sia da intendersi in senso metaforico e che ci troviamo davanti una persona che si sente "felice" o comunque "viva", "attiva", solo quando affronta le difficoltà.
Insomma ci sono varie interpretazioni.
Così come la parola "single". Per alcuni è uno status inalterabile, per altri una transizione, per altri ancora un difetto di cui liberarsi in fretta che manco la chirurgia plastica.

Magari riusciamo a trovare libri per vedere questo status da nuove angolazioni.

Come per il precedente post sui libri per San Valentino, cercherò di non battere percorsi trafficati, quindi niente Bridget Jones, che a me personalmente inoltre fa anche venire un po' i brividi. Nemmeno Ritratto di signora, Ragione e sentimento, Non lasciarmi e Notre Dame de Paris vanno bene, perché anche qui niente classici. Sarà dura, penso!

1 - Alice nel Paese delle Meraviglie, Lewis Carroll



Alice in realtà è una favola jolly, dove la metti sta, perché significa tutto e il contrario di tutto. Ma Alice è fondamentalmente una ragazzina sola che affronta le stranezze di un mondo che non capisce e lo fa adattandosi alle circostanze. Un esempio da seguire!

2 - Le relazioni pericolose, Choderlos de Laclos



A cosa può portare una relazione tossica? Alla distruzione di sé e dell'altro e probabilmente anche di molti altri intorno. Questo libro è un monito: cercate sempre la persona più affine a voi e più limpida, lasciate perdere i sentieri pericolosi o comunque poco chiari. Meritate trasparenza nella vita.

3 - Rebecca, Daphne du Maurier



Praticamente il libro su cui tutti hanno un'opinione unanime (capolavoro) e poi ci sono io, che lo detesto (anche se è scritto magnificamente a dir poco). Le donne del libro ne escono malissimo: una uccisa per un motivo assurdo (Manderley non può essere macchiata da un divorzio, ma da un omicidio sì) e una completamente ridotta a una larva tremante, condannata a far da infermiera al marito coi nervi a pezzi. Per non parlare della cameriera demonizzata (ingiustamente, perché alla fine c'aveva pure ragione). Vabbé, Rebecche e innominate di tutto il mondo, restate single che è meglio!

4 - I tre moschettieri, Alexandre Dumas



Beh, non ve lo devo dire certo io come va a finire tra D'Artagnan e Constance...o tra lui e Milady. Molto meglio l'amicizia! E poi come fai a leggere tutte queste pagine se vieni continuamente interrotto dai whatsapp della tua metà che vuole sapere cosa stai facendo e soprattutto con chi???

5 - The hottest state, Ethan Hawke



Il romanzo sul primo amore disastroso di un pinco pallino qualsiasi con velleità d'artista. Ma torna nel Texas, va', che almeno il cuore ti rimane integro (ebbene sì, confesso di averlo non solo letto, ma anche comprato...vale la scusa che ero adolescente?).

6 - L'assassinio di Roger Ackroyd, Agatha Christie:



Vi chiederete perché. Beh, cari miei, il motivo è semplicissimo: se doveste leggerlo sul divano e accanto a voi ci fosse la vostra metà, arrivati alla fine de libro non potreste trattenervi dall'urlare selvaggiamente "COOOOOOSA?!?!?!? L'ASSASSINO E'.....?!?!?!?!?!?" e a quel punto il vostro rapporto finirebbe all'istante sia che l'altro abbia già letto il libro, sia che abbiate fatto lo spoiler peggiore del mondo. Nel primo caso, finirebbe perché non avreste la reazione di supporto psicologico sperata (ormai l'altro/a l'avrà già metabolizzato), nel secondo perché NON SI SPOILERA UN GIALLO, porcatroxa. Nemmeno io lo faccio.

Purtroppo non mi vengono altri titoli da single, ma siete liberissimi di proporre voi qualche titolo.
Buone letture a tutti, nel frattempo.

Anarchic Rain

lunedì 19 marzo 2018

Le più belle citazioni della letteratura mondiale. Parte II.



Rieccoci al secondo appuntamento con le frasi più belle dei libri (se siete curiosi, qui il primo).
Cosa ci colpisce di più di un libro? Un libro deve avere un bell'incipit, senza dubbio, e anche una bella frase di chiusura. Ad effetto, così da rimanerci impressa a lungo, e anche quando l'avremo dimenticata, potremo dire "ricordo che era bellissima".
Ma ovviamente deve avere anche sostanza. E la sostanza di un libro è data dalle parole e dalla loro sequenza, dal filo logico che le incatena l'una all'altra, dalla prima all'ultima.
Quelle che ho raccolto qui sono dei fari sulla strada della mia vita.

Demian: La vita di ogni uomo è una via verso se stesso, il tentativo di una via, l'accenno di un sentiero. Nessun uomo è stato mai veramente se stesso, eppure ognuno cerca di diventarlo, chi sordamente, chi luminosamente, secondo le possibilità. [...] ognuno è una rincorsa della natura verso l'uomo.

Demian: Quando odiamo un uomo, odiamo nella sua immagine qualcosa che sta dentro di noi. Ciò che non è in noi non ci mette in agitazione.

Questo piccolo grande amore: Non appartiene alla luce, ma alla bellezza la velocità più alta.

L'ora delle streghe: Ciò che fa schiudere i fiori e cadere i fiocchi di neve deve contenere una saggezza e un segreto finale belli e complessi quanto la camelia in fiore o le nubi che si radunano lassù, bianche e pure nell'oscurità.

Il cimitero senza lapidi e altre storie nere: Per me era una questione di fede: tutte le vecchie case vuote erano frequentate da fantasmi.

Il demone incarnato: A me piace rileggere cose che conosco già. E' come ascoltare in continuazione la tua canzone preferita.

I fiori del male: Da Satana o da Dio, che importa? Angelo o Sirena, cosa importa? Tu rendi meno schifoso l'universo e meno pesante ogni momento.

Novecento: Negli occhi della gente si vede quello che vedranno, non quello che hanno visto.

Credo in unam: Splendida e radiosa, dal cuore degli oceani tu sorgerai, spargendo sul vasto Universo l'amore infinito con un infinito sorriso! Il mondo vibrerà come un'immensa lira nel fremito di un bacio senza fine! -Il mondo ha sete d'amore: tu verrai a placarla.

Breve storia di quasi tutto: La storia di ogni singola parte della Terra, così come la vita di un soldato, è fatta di lunghi periodi di noia e brevi periodi di terrore.

Io sono di legno: Io non vorrei essere Mia, vorrei essere di qualcuno, sapere di appartenergli e non muovermi da lì. Mia è un nome solo. Preferirei chiamarmi Tua.

Io sono di legno: Il destino, te ne accorgi che c'è quando guardi indietro, mai quando guardi avanti.

Il Signore degli Anelli: Noi preferiamo non dire una cosa, se non vale la pena di perdere molto tempo per dirla e ascoltarla.

Il piccolo principe: Non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi.

Do you think you're clever?: Growing old is like being increasingly penalized for a crime you haven't committed.

Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop: Accidenti a me, proprio non saprei dirle quand'è che sono diventata così vecchia. Mi è piombato addosso senza che me ne rendessi conto.

Il vangelo secondo Biff: L'amore non è una cosa a cui si pensa, ma una condizione in cui si dimora.

Di che cosa parliamo quando parliamo di libri: Ogni forma di limitazione, autoimposta o imposta dalla società, è un crimine contro la natura. Se si vuole qualcosa, bisogna prenderselo. A qualunque prezzo. Il coraggio è un dovere, il conformismo un vizio.

Dostoevskij: Terra, roccia e foresta, un paesaggio tragicamente elementare, ecco le profondità del volto di Dostoevskij.

Dostoevskij: Vivere giustamente significa per lui vivere interamente e intensamente il bene e il male, e viverli nel modo più assoluto e più inebriante.

Tutto Sherlock Holmes: Una volta escluso l'impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, non può che essere la verità.

Oltre il confine: Tutto è necessario. Ogni minimo particolare. E' questa in fondo la lezione. Non si può fare a meno di nulla. Nulla può venire disprezzato. Perché, vedi, non sappiamo dove stanno i fili.  I collegamenti. Il modo in cui è fatto il mondo. Non abbiamo modo di sapere quali sono le cose di cui si può fare a meno. Ciò che può venire omesso. Non abbiamo modo di sapere che cosa può stare in piedi e che cosa può cadere. E quei fili che ci sono ignoti fanno naturalmente parte anch'essi della storia e la storia non ha dimora né luogo d'essere se non nel racconto, è lì che vive e dimora e quindi non possiamo mai aver finito di raccontare.

Pet sematary: Quello che ottieni a qualsiasi costo è tuo. E quello che è tuo prima o poi torna da te.

Different seasons: Memory is a pretty subjective thing, Red. [...] If enough people want you to remember something, that can be a pretty powerful persuader.

Different seasons: It isn't just a piece of paper that makes a man. And it isn't just a prison that breaks one, either.

Different seasons: The most important things are the hardest things to say. They are the things you get ashamed of, because words diminish them - words shrink things that seemd limitless when they were in your head to no more than living size when they're brought out. But it's more than that, isn't it? The most important things lie too close to wherever your secret heart is buried, like landmarks to a treasure your enemies would love to steal away. And you may make revelations that cost you dearly only to have people look at you in a funny way, not understanding what you've said at all, or why you thought it was so important that you almost cried while you were saying it. That's the worst, I think. When the secret stays within, not for want of a teller but for want of an understanding ear.

Christine: L'amore è il più antico degli assassini. L'amore non è cieco. L'amore è un cannibale con una vista estremamente acuta. L'amore è un insetto che ha sempre fame.

The eyes of the dragon: People's mind, particularly the minds of children, are like wells - deep wells full of sweet water. And sometimes when a particular thought is too unpleasant to bear, the person who has that thought will lock it into a heavy box and throw it into that well. He listens for the splash and then the box is gone. Except it is not, of course. Not really. [...] Even the deepest well has a bottom and just because a thing is out of sight doesn't mean it is gone. It is still here, resting at the bottom.  [...] The casket those evil, frightening ideas are buried in may rot, and the nastiness inside may leak out after a while and poison the water and when the well of the mind is badly poisoned, we call the result insanity.

Misery: How its heart beats! How it struggles to get away! As we do, Paul, as we do. We think we know so much, but we really don't know any more than a rat in a trap - a rat with a broken back that thinks it still wants to live.

Chiamami col tuo nome: Ogni cellula del mio corpo crede che ogni cellula del tuo corpo non debba morire, mai, ma se proprio deve, che muoia allora dentro il mio corpo.

Spero vi siano piaciute queste citazioni. Ne ho scartate centinaia di altre. Magari farò un altro post simile, più in là, quando vi sarete dimenticati di questo.

Anarchic Rain

domenica 18 marzo 2018

Chiamami col tuo nome di André Aciman

Non siamo stati composti per un solo strumento; né tu, né io.

Purtroppo mi sono incuriosita del libro solo dopo aver visto il trailer del film.
Per fortuna l'ho letto senza averlo visto (non ho trovato l'ebook in lingua originale e l'ho letto in italiano....uff).
E' stata un'esperienza bellissima.

Da anni ormai io e lo yaoi andiamo a braccetto. Cos'è lo yaoi? Semplicemente una storia d'amore che vede coinvolti due maschi. Derivo il termine dai manga giapponesi a tema, che adoro tanto leggere (valla capire la psiche di una trentacinquenne, quasi trentaseienne) e lo applico ogni volta si parla di "boys love". Perché? Perché sono una yaoista convinta, vedo yaoi ovunque, creo ship come se fossero necessarie per vivere (se non ci credete, leggete la mia chiacchierata su Sherlock Holmes, e se siete fan di Buffy the Vampire Slayer pensate al crossname Spiles).

Quindi quando ho saputo che c'era questo libro che parlava del primo amore di un ragazzo di diciassette anni verso un uomo di ventiquattro, non è che mi ci sono fiondata sopra. Di più. E infatti l'ho letto in un giorno (blocco del lettore? CIAONE!), complice anche un viaggio in treno di tre ore: non sono proprio riuscita a staccarmi dalle pagine.



Come quando ogni cosa va al posto giusto e d'improvviso ti rendi conto che per diciassette anni non hai fatto altro che trafficare con la combinazione sbagliata.

Vediamo un po' cosa mi è piaciuto.

I protagonisti: sia Elio che Oliver sono fantastici. Sono reali, si comportano in un modo in cui tutti (a prescindere dal sesso) si possono riconoscere. Il primo amore quando arriva ci sconvolge, ma ci dimentichiamo che tutti ne hanno avuto uno e tutti si sono comportati allo stesso modo.
Elio prova ad essere più grande della sua età, ma solo a volte, perché in realtà è davvero più maturo di ogni altro diciassettenne che conosce. Semplicemente è cresciuto in un modo diverso, in una casa diversa (per una volta in senso positivo), e questo gli permette di vivere il suo amore per Oliver senza drammi (al di là di quelli relativi appunto al primo amore, ma quello non c'entra).
Oliver in tutto questo sgama subito Elio (vorrei vedere, ha sette anni di più e molta più esperienza) e all'inizio cerca di allontanarlo per fare la persona matura, poi invece cede all'amore. E quando finalmente smettono di fare i ragazzini che giocano a fare gli adulti e si lasciano andare entrambi, è davvero bellissimo e la magia quasi palpabile.
La scrittura di questo autore mi è piaciuta molto, anche se può sembrare priva di originalità o persino un po' banale, all'inizio. Invece è immediata e vola via veloce, anche quando dice cose importanti, quasi si vergognasse, quasi volesse dirle ma anche nasconderle, come quando tace e ci fa intuire cose che accadono senza dirle davvero.

Invece, senza ombra di dubbio, il personaggio secondario migliore di tutto il libro è il padre di Elio, il professore che accoglie Oliver nella sua casa. Una persona squisita, il padre che tutti (omosessuali e non) vorrebbero avere, di rara sensibilità, dolcezza e intelligenza. Mi ha conquistata in un attimo.

Sei troppo sveglio per non capire che tra voi c'è stato qualcosa di speciale.

La storia in sé è bellissima: il primo amore, il passaggio da ragazzo a uomo, il dolore della perdita e la gioia del ricordo.
Il primo amore porta confusione, all'inizio, poi dubbi, poi scoraggiamento, poi felicità. Ti fa maturare, ti delinea anche, un po', ti indica la strada per diventare l'uomo che sarai. Poi sembra ucciderti perché quando finisce (e ogni primo amore che si rispetti finisce) niente sembra avere più senso. E invece poi il senso riappare, quando capisci che non è tutto lì e che quello che hai vissuto sarà per sempre unico nel tuo cuore e ne sarai per sempre influenzato. Rimarrà solo un ricordo dolce in fondo ai tuoi pensieri, come un profumo che ti ricorda una cosa bella che non tornerà più senza la parte malinconica della faccenda.

Quando saremo vecchi, parleremo ancora di questi giovani come se fossero due sconosciuti che abbiamo incontrato sul treno, che ammiriamo e vorremmo aiutare. E ci verrà da chiamarla invidia, perché chiamarlo rimpianto ci spezzerebbe il cuore.

Elio e Oliver si rivedono ogni tanto, per anni, dopo quella prima meravigliosa estate. Ma tutto è cambiato ovviamente.
E dopo vent'anni, quando entrambi hanno il coraggio di ammettere che si amano (anche se non staranno mai più insieme) c'è uno dei finali più belli che abbia mai letto (grazie per le lacrime, André, no, davvero, eh):

"Sono come te" ha detto. "Mi ricordo tutto".
Mi sono fermato un secondo. Se ti ricordi tutto, volevo dirgli, e se sei davvero come me, allora domani prima di partire o quando sei pronto per chiudere la portiera del taxi e hai già salutato gli altri e non c'è più nulla da dire in questa vita, allora, una volta soltanto, girati verso di me, anche per scherzo, o perché ci hai ripensato, e, come avevi già fatto allora, guardami negli occhi, trattieni il mio sguardo, e chiamami col tuo nome.

Anarchic Rain