sabato 20 dicembre 2014

La Torre Nera di Stephen King (parte I)

Ci sono altri mondi oltre questo.

Accidenti, ragazzi miei, ma chi me l'ha fatto fare di parlare proprio di libri? Di libri che mi piacciono? Di libri che adoro? E' molto più facile parlare di libri da demolire, sarebbe così divertente parlare di Cinquanta sfumature, Cento colpi di spazzola, dei libri di Danielle Steele. Sarebbe così piacevole sgretolarli parola dopo parola.
Ma non posso parlare di questa roba, almeno non senza prima dare spazio alle pagine che mi hanno folgorata.
Questa chiacchierata sarà molto lunga e il primo avviso che metto è che al momento sono al 30% dell'ultimo libro, quindi non ho ancora completato la serie.
Inizio a scrivere ora perché ora mi è venuta un minimo di ispirazione o forse solo quell'incoscienza minima necessaria ad avere la convinzione che posso scriverne.
Ho letto davvero tanti libri di King. Ne ha scritti circa sessantatré e non credo di esagerare per eccesso se affermo di averne letti almeno quarantacinque.
Eppure, nonostante sia uno dei tre autori viventi che amo di più (insieme a Murakami e Baricco, lo so, lo so, una strana mescolanza), ho sempre lasciato indietro il suo capolavoro, l'opus magnum, la serie che raccoglie in sé tutto l'universo creato dal Re.
Ebbene, il 16 agosto di quest'anno, ho deciso che non potevo più rimandare, per cui ho preso in mano The gunslinger-The Dark Tower #1.
E sono stata risucchiata dal suo incipit, ormai famigerato, direi.

The man in black fled across the desert and the gunslinger followed.

Per dovere di cronaca, riporto anche la versione italiana, che per fortuna non ha molto da invidiare all'originale, riuscendo a mantenerne l'impatto:

L'uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì.

Ora, devo aprire una piccola parentesi sul perché ho sempre rimandato questa lettura. Se andate su wikipedia o anche se sentite qualche pagano parlare di questa serie (e per pagano intendo un non appassionato di King, un non "constant reader"), essa viene classificata come genere fantasy/horror/western. I due terzi di questa definizione non sono proprio il mio genere preferito, quindi ho sempre pensato che non l'avrei gradito molto, nonostante la scrittura sempre magnifica del Re e non volevo rovinare l'opinione che avevo di lui.
Ecco. Non solo posso affermare di essermi ricreduta, anche perché incasellarlo in un genere mi sembra alquanto riduttivo, ma è diventato il mio libro preferito di King e uno dei miei libri preferiti in generale (si, è un unico libro, uscito separatamente solo per la mole).
Spiegare il perché sarà difficilissimo, non so davvero se ne sarò in grado. Ma spero almeno di darvi un'idea generale.
L'unico motivo per cui posso essere felice di averlo letto solo ora è, appunto, che posso leggerlo per la prima volta. Un piacere, come voialtri lettori sapete molto bene, che viene solo una volta per libro.

Possiamo tornare al primo, The gunslinger. King lo scrisse giovanissimo, non sapeva ancora che sarebbe diventata una serie, anche se in boccio l'idea c'era. Voleva aspettare e vedere quel che ne sarebbe uscito. Di solito, è il meno preferito dai fan, perché la scrittura è un po' criptica e alcune cose sono buttate lì senza spiegazione, sembrano proprio campate in aria.
Be', posso affermare che (almeno finora) è il mio preferito. E' un inizio stupendo, si, a tratti confusionario, forse, un po', ma intrigante, mi ha fatto venir voglia di leggere il seguito. Il fatto che, a livello di azione, sia povero (non succede granché, se non la battaglia di Tull e la prima e seconda "morte" di Jake) non significa che non sia interessante, anzi. Il personaggio di Roland Deschain di Gilead, della stirpe di Eld, il pistolero, l'ultimo della sua specie, prende forma a poco a poco, come una figura che cominciamo a vedere da lontano e man mano che si avvicina si scrolla la polvere di dosso, ma non tutta, tutta è troppa, non ce la fa in un solo libro. Infatti di Roland continueremo a scoprire segreti a poco a poco, di libro in libro. Sono all'ultimo e ancora non si è rivelato totalmente, anche se ormai il grosso sembra fatto.
Ma ci sono volute migliaia di pagine.
Se dovessi scegliere un aggettivo per definire questo primo, meraviglioso, azzeccatissimo volume, senza lontanamente sfiorare un genere letterario, direi "polveroso". I granelli di sabbia del deserto in cui troviamo Roland ci impediscono la visuale del contesto generale e sua propria, dando al tutto un aspetto sfocato e a noi la sensazione di avere qualcosa negli occhi. E' una gran bella sensazione, in realtà, perché sappiamo benissimo che abbiamo altri sei volumi per chiarirci le idee. Qui, possiamo solo lasciarci cullare dal suono del vento sulle dune e dalla roca voce (che raramente si fa sentire) di un uomo che cammina da tempo (forse da mille anni, chi può saperlo) in un posto che non ha più niente da offrire all'uomo, che è l'ultimo del suo mondo, che ha perso qualsiasi cosa uno può perdere. Tranne il suo orgoglio di pistolero. Che è esattamente la cosa che lo sosterrà in tutti questi anni, insieme al desiderio di vendetta. E, soprattutto, alla bramosia di arrivare alla Torre Nera.

Che cos'è questa Torre Nera? E' "semplicemente" il centro dell'universo, anzi di molti universi. Anzi, di tutti gli universi. Intorno a lei, ruota tutto quello che è vita, compreso il nostro mondo, compresi tutti i mondi possibili, sorretti da sei Vettori e dodici Guardiani.
Come in ogni libro che si rispetti, c'è chi vuole distruggere questo equilibrio e far crollare la Torre. In questo caso è il Re Rosso, che si serve di numerosi sottoposti di ogni genere, che siano vampiri, frangitori, mutanti, robot, umani, maghi, per distruggere i Vettori e decretare così la fine del mondo (dei mondi) come noi lo conosciamo.

Il genio di King non sta solo nell'aver concepito un progetto così ampio, ma anche di aver collegato alla Torre tutte (ok, non proprio tutte, ma la maggior parte de) le altre sue opere, chi più chi meno. Per esempio, il libro che più può classificarsi come crossover è Le notti di Salem. Addirittura uno dei personaggi principali di quest'ultimo diventa un membro del ka-tet di Roland. E poi c'è IT, ovviamente. Con il rito di Chud, la Tartaruga (uno dei due ultimi Vettori a sorreggere la Torre) e i pozzi neri.

E veniamo ad un altro dei pregi fondamentali del libro: come King stesso ha dichiarato, lui voleva fare di questa saga il suo personale Lord of the rings.
Quindi perché, oltre ad inventare il mondo parallelo (in cui si riconoscono Entro-Mondo, Medio-Mondo e Fine-Mondo), non inventare anche una lingua a parte? Roland sembra capire l'inglese, che è la lingua più diffusa nel Medio-Mondo, mentre lui, nell'Entro-Mondo, nella sua Gilead perduta, parlava la Lingua Eccelsa, una specie di inglese modificato.
E perché non inventarsi anche un insieme di dei e credenze particolari? Roland è in cerca della Torre, continua ad andare avanti nonostante tutto, ad accettare tutto quello che gli capita, giustificandolo con una parola: Ka.
Ma che cos'è il Ka? Un modo semplicistico di spiegarlo è con la parola Destino. Tutto quello che accade, di bello e di brutto, è dovuto al Ka, che decide per noi.
Una parola stupenda da esso derivata è ka-tet: identifica Roland e i suoi compagni, alla fine del secondo libro "The drawing of the three", quando si ritrovano in quattro, ossia lui, Jake, Eddie e Susannah. Oh, scusate, in cinque, non scordiamoci Oy (un bimbolo, ossia un animale del Medio-Mondo che somiglia a un incrocio tra un cane e un procione). Ka-tet vuol dire "uno da molti" cioè un gruppo di persone che perseguono lo stesso obiettivo, in ogni senso. E' un termine che comprende quelli di amico, amante, comunità, comprensione, rispetto e altri in questo senso. A me è piaciuto molto come significato. Mi sembra una parola "piena".
E poi ci sono tutti i modi di dire che Roland usa, ricordandoli da un mondo che ormai è scomparso, la Gilead che fu. Uno tra tutti "Ricorda il volto di tuo padre", come a dire "Ricorda chi sei, cosa stai facendo e perchè".

E' bellissimo vedere crescere tutti i personaggi pagina dopo pagina, da semplici neonati (in senso morale) a uomini (e donna) con uno scopo e una volontà abbastanza forte per sognare di raggiungerlo. A partire dal secondo libro conosciamo i personaggi principali.
Come prima persona incontriamo Eddie Dean, di New York degli anni '80. Eddie è un drogato a cui si danno davvero poche speranze di sopravvivere, l'eroina lo sta uccidendo, non meno del fratello maggiore che l'ha trascinato nel tunnel, ma Eddie è quello che compie il percorso più bello durante la lunga strada verso la Torre. Persino Roland deve riconoscere che non solo è riuscito a disintossicarsi (non senza problemi, comunque) ma anche a crescere più di tutti. Era quello che ne aveva più bisogno, ed è quello che probabilmente l'ha fatto meglio. Si capisce che mi piace un casino? Bene.
Poi c'è Susannah Dean, di New York degli anni '60. Susannah ha avuto i suoi demoni da affrontare e non provenivano solo dall'esterno, ma anche da dentro di lei: personalità multipla. Il suo vero nome era in origine Odetta Holmes, nera benestante che lottava per i diritti civili nell'America del tempo. Dentro di lei nacque Detta Walkers, creatura maligna e sospettosa, crudele ed egoista. Il suo problema psicologico sarà un bel casino quando diventerà Mia, figlia di nessuno e madre di uno, nel quinto e sesto libro della serie, rispettivamente Wolves of the Calla e Song of Susannah. Nello specifico, madre di Mordred, figlio di Roland. Susannah è una donna straordinaria, una delle poche donne che forse King ammira sul serio, si capisce dalle sue parole quando parla di lei. Secondo me ne è un po' innamorato (ahahah). Ah, ho già detto che non ha le gambe?
Siamo a Jake Chambers, di New York degli anni '70, lo stesso Jake che Roland ha lasciato morire nel primo libro, non senza dolore, certo, ma comunque rimane il fatto. Jake è un ragazzino di 13 anni, molto maturo/troppo precoce, che sembra avere meno problemi degli altri ad inserirsi nel mondo di Roland. Probabilmente perché essendo giovane manca di molte delle sovrastrutture che un uomo (come per esempio Eddie) ha già, ma io penso sia grazie al loro dihn, ossia Roland. Jake, che non ha mai avuto un padre degno di questo nome, si è aggrappato a Roland con tutte le sue forze, nonostante sappia per esperienza che lui non esiterebbe a lasciarlo indietro se fosse necessario.
Grazie a Jake, nel tet si stabilisce anche una creaturina simile a un cane (anche se io lo immagino di più come un grosso procione) chiamata Oy, ossia un bimbolo, che si rivelerà fondamentale in più occasioni.
In ultimo, a chiudere il cerchio, ci sarà Pere, ossia Padre Callahan, uno dei personaggi di Le notti di Salem, che entra nella storia nel quinto libro e ci lascia le penne nel sesto. Un personaggio inutile, direte voi. Invece no, perché grazie a lui entra in gioco nientepopodimenoche King in persona.
Si, avete sentito bene. Stephen King, autore di molti libri e nello specifico della Torre Nera, entra in "inchiostro e mente" nella sua creazione come personaggio chiave. In realtà lui è proprio Roland. O Roland è lui, tanto è la stessa cosa.
Arriviamo alla domanda difficile. Perché vale la pena leggere questo libro?
Come ho già accennato, a me piacciono i libri lunghi e questo lo è.
Il mondo in cui noi ci troviamo a essere mentre leggiamo esiste davvero in quel momento. Siamo proprio lì con Roland e il suo ka-tet, soffriamo con loro delle perdite e siamo felici di ogni piccola vittoria. Ogni singola persona che inizi a leggere quelle pagine entra nel ka-tet e non può farne a meno, perché la Torre Nera è la serie di libri più coinvolgente che esista.
Quando il Re ha cominciato a pensare alla Torre, in adolescenza, ha capito che avrebbe contenuto tutti gli universi di cui lui avrebbe narrato. Ha capito che tutto sarebbe girato intorno a questa costruzione fragile, ma potente, custodita e attaccata, resistente e violata. Non so voi, ma io che ho letto molto dello zio riesco a percepire l'amore per la sua creatura, amore che forte in questo modo finora l'avevo sentito solo con IT e forse The stand (ma non sono certa di quest'ultimo).
Credo che ogni vero fan debba leggere questa storia, magari alla fine di tutte le altre o andando in ordine cronologico (forse la cosa più saggia) perché, oltre a ritrovare molti dei personaggi che già si è amati (per quanto mi riguarda, sia padre Callahan che Ted Brautigan erano tra i miei preferiti senza sapere che facessero parte della Torre) o odiati (tipo Flagg, non so se mi spiego!), ci si potrà meravigliare ancora una volta (e stavolta per sempre) del genio di King, della sua abilità nel raccontare storie e nel renderti partecipe di esse.
E concludo qui, con un'ultima citazione, tra le migliori della serie, la dedica dell'ultimo libro, La torre nera:

He who speaks without an attentive ear is mute. Therefore, Constant Reader, this final book in the Dark Tower cycle is dedicated to you. Long days and pleasant nights.

O, se preferite:

Colui che parla senza un orecchio attento è muto. Perciò, fedele lettore, quest'ultimo libro del ciclo della Torre Nera è per te. Lunghi giorni e piacevoli notti.

Probabilmente non sarà l'ultima volta che parlerò della Torre, ma per ora mi fermo.

Anarchic Rain

domenica 7 dicembre 2014

1984 di George Orwell

LA GUERRA E' PACE.
LA LIBERTA' E' SCHIAVITU'.
L'IGNORANZA E' FORZA.

Questo è uno dei libri della mia vita.
Anzi, diciamo che è nella top 5 dei libri della mia vita.
L'ho letto tardi rispetto ai più, perché il fatto che me lo diedero a scuola è stato un deterrente. Non perché lo snobbassi, ma perché all'epoca l'antipatia che provavo per la prof d'inglese si riversava anche sulla letteratura che insegnava (perché la insegnava male).
Quindi, quando mi è capitato sottomano in libreria, anni dopo, ho deciso che era arrivato il momento di leggerlo. Ancora non sapevo che era arrivato anche il momento in cui la mia vita sarebbe cambiata.

Come al solito, con un classico, la storia la conoscono tutti: Eurasia, Estasia, Oceania sono i tre superstati che guerreggiano tra loro a schieramenti alterni. In Oceania, con capitale Londra, è al potere il Grande Fratello. Winston e Julia si incontrano, si "innamorano" e vengono separati per questo.

Qual è lo shock di questo libro? Che questo libro può essere reale, può diventarlo e forse, in piccola misura, lo è già. Questo fantomatico Grande Fratello, che sembra costruito ad arte, un concept universale per sottomettere le deboli menti del prolet, ossia del popolino, è il simbolo di un governo totalitario, che riesce a rimanere al potere grazie al brainwashing, a campagne militari (probabilmente fittizie) e soprattutto al continuo rimaneggiamento della storia. Colui o coloro che hanno in mano le redini della cultura possono davvero fare il bello e cattivo tempo con gli altri, specie se questi altri sono ridotti alla fame sia spirituale che fisica, usandoli unicamente come forza lavoro.
Quello che penso io (e non solo, ma vabbè, qua è il mio pensiero che conta) è che il Grande Fratello in realtà sia solo un'idea che nasconde un governo oligarchico, che le guerre con Eurasia ed Estasia non esistano e che la ricchezza sia talmente tanta che gli oligarchi non hanno la minima intenzione di spartirla con altri. Quindi meglio instaurare un regime terroristico e controllare le menti deboli e far loro credere l'esistenza di guerre e nemici politici. Questi ultimi, nella figura di Emmanuel Goldstein, sono il bersaglio dell'odio più feroce del popolino. E qui sta la genialità: gli oligarchi hanno creato un personaggio sicuramente fittizio (ne sono certa, così come è fittizio il suo antagonista, Big Brother) contro cui sfogarsi durante i Due minuti d'Odio, ossia centoventi secondi durante i quali i prolet erano istigati a infierire contro immagini dei "nemici" proiettate sui teleschermi, soprattutto contro l'immagine di Goldstein.
Incanalare la rabbia repressa. Sfogare tutti i sentimenti cattivi e assassini in un preciso tempo e verso precise persone/immagini. Il popolino, nella sua indotta ignoranza, si trattiene inconsciamente dal ribellarsi contro questo governo (che invece è la vera causa del loro più che infimo livello di vita) perché sa che può sfogarsi ogni tot tempo e soprattutto sa che può sfogarsi senza conseguenze! Nessuno li riprenderà mai per quello che succede durante i due minuti, anzi, sono incoraggiati a fare sempre peggio.
Altra genialità pura è facilmente intuibile: qual è l'altro motivo per cui i prolet non provano nemmeno ad alzare la testa? Perchè il governo di folli usa i loro stessi figli contro di loro: bambini privati di qualsiasi innocenza, usati come occhi e orecchie ed educati come selvaggi nella giungla: mors tua, vita mea. Questa è veramente la cosa che mi ha scioccato di più del libro. Usare bambini e trasformare la loro "ingenua" crudeltà (di nuovo, non ce la stiamo a raccontare, i ragazzini sono capaci di infilzare una lucertola su uno stecchino dalla bocca alla coda e dire che volevano solo vedere quello che sarebbe successo, come se non lo sapessero) in crudeltà "asservita" al Grande Fratello, addirittura contro i propri genitori. Questo perché ogni forma di amore è abolita: fin da neonati loro non ne ricevono, dunque non lo imparano da nessuno, dunque la loro crudeltà innata non è mitigata da nulla. Di qui il mio termine di prima "selvaggi". Questione di sopravvivenza, alla fine, poco importa se per sopravvivere bisogna mentire, inventare cospirazioni o addirittura mentire a se stessi inventandole.
E in mezzo a tutto questo caos come può nascere un sentimento sincero?
Mi riferisco a Winston e Julia. In mezzo al nulla, possiamo davvero considerarlo come un fiore sbocciato nel deserto emozionale in cui si trovano?
Mi dispiace moltissimo rispondere che secondo me no, non possiamo.
Vi riporto parola per parola quello che scrissi sul solito forum che frequento, in risposta alla domanda "Did Winston love Julia?":
"I think in this book it's not a matter of love. Better, not only. I think their love is not the kind of love we use to dream about. It's a love built up with hate, desperation, hope, human rights. It is a love born in necessity and it helps the characters going on living, even if for a short time. I think they have to believe in it and when Big Brother destroys their dream, nothing's left behind. Final results are the same of every sad lovestory, so maybe we can say it's true love. But to me it's irrelevant to try and define it."
Non possiamo parlare di amore, ossia di amore come noi lo conosciamo e concepiamo. Per fare un paragone un po' azzardato è come l'alcol durante il proibizionismo: gli uomini lo vogliono, perché è illegale e perché non è giusto che lo sia. Non è che non ne farebbero uso se fosse legale, ma il fatto che non lo sia lo rende molto più attraente.
Cos'è che attrae Julia in Winston? Di certo non il suo aspetto emaciato e "vecchio". E' il fatto che capisce istintivamente che la pensano allo stesso modo su quello che è diventato il loro mondo e non vogliono accettarlo passivamente. Sanno che non porterà a nulla ("Noi siamo i morti" dichiarano un attimo prima di capire di essere stati scoperti), ma devono farlo per affermare la loro libertà. Perchè dentro entrambi sono ancora liberi, anche solo perchè si rendono conto dello schifo che li circonda. Il loro amore è anche un atto politico. E poi il tradimento finale: una volta scoperti e torturati, i due sovversivi non hanno solo tradito l'altro, ma principalmente se stessi, subendo in pieno il brainwashing che avevano evitato fino ad allora e arrivando ad amare il Grande Fratello.


Questo libro ha lasciato una traccia veramente profonda in me perché, nonostante l'estremismo di alcune situazioni e la freddezza emotiva del mondo in cui si svolge l'azione, non penso che siamo così lontani dall'Oceania di Orwell. Non mi credete? Non è difficile, serve solo un piccolo sforzo ed elasticità mentale: la televisione spazzatura che, sì, c'è sempre stata, ma negli ultimi anni sembra strabordare dalle tv, la politica, che cambia così velocemente che non abbiamo il tempo di memorizzare tutti i nomi e tutti i decreti emessi, le tasse che continuano solo ad aumentare, ma solo per la gente che già paga abbastanza, i tg che danno solo notizie standardizzate ed enfatizzano quelle meno pericolose per indirizzare l'attenzione della gente verso argomenti di secondaria importanza. A me non sembra che la direzione verso cui stiamo andando sia così lontana da quella dipinta in 1984. Ovvio (spero) che non arriveremo mai a quegli estremi, ma perché dovremmo pensare solo che potrebbe andar peggio?

Anarchic Rain


giovedì 27 novembre 2014

Cime tempestose di Emily Brontë

Volevo tanto parlare di questo libro. Un libro che mi ha abbastanza sconvolta, nonostante la sua reale bellezza. Anzi, direi un libro che è stato scritto apposta per sconvolgere.
Oggi mi si è presentato lo spunto buono per iniziare.
Su un forum inglese (o americano, non saprei) in cui si chiacchiera di libri, un utente ha chiesto quale libro ti è piaciuto di più tra Orgoglio e pregiudizio e Cime tempestose. Ha usato il termine "enjoy". Secondo me, la domanda posta in quel modo e con quel termine, dà adito a possibili fraintendimenti. Mi spiego. Se l'utente avesse usato "like" il senso sarebbe stato molto più definito, ma "enjoy" è come dire "quale dei due hai provato più gusto a leggere". Ok, magari mi sto facendo io un sacco di seghe mentali sulla lingua, magari quel poveraccio manco c'ha pensato e ha usato il primo termine che gli è venuto in mente, ma il termine stesso è proprio curioso. Insomma, mi ha fatto riflettere.
Da un punto di vista stilistico e narrativo, Orgoglio e pregiudizio, pur con tutte le sue sottili ironie, è un libro "facile" da leggere, molto godibile e scorrevole. La storia può piacere o meno, ma lo stile è comunque piacevole. Un libro che si fa leggere, insomma.
D'altra parte, Cime tempestose è un libro incredibilmente difficile. E' accidentato, sembra un terreno incolto pieno di sassi su cui è difficile anche solo rimanere in piedi, figuriamoci camminare. Ma è un terreno che ha davanti a sé uno dei panorami più belli che si siano mai visti e che da solo vale tutta la pena.
Tutto questo per dire che per me i due libri sono "imparagonabili" e che ognuno è una meraviglia a sé stante...ma le emozioni forti che mi ha dato WH (Wuthering heights) difficilmente le potrei ritrovare in P&P.
Purtroppo non l'ho ancora letto in lingua originale e so che questa è una pecca assoluta, ma rimedierò presto. Ho letto stralci qui e lì e devo dire che la potenza delle parole mi ha praticamente atterrata. Le lunghe descrizioni della brughiera, delle due case (stupende, a mio parere, anche se inquietanti), dei personaggi e soprattutto degli stati d'animo che li scuotono sono indimenticabili. Ho sentito molte persone lamentarsi di quanto sia lento il libro, che i personaggi sono brutti e cattivi (si, detta proprio così) e altre cose del genere. Mah. Non ho altro commento.
Mah.
Vogliamo parlare dei personaggi? E sia, parliamo dei personaggi. Brutti? Crudeli? Ignoranti? A una lettura superficiale può anche darsi. Ma, cari miei, vi fa difetto l'immaginazione e l'immedesimazione. Diffidate della lettura superficiale, è solo una trappola per babbei.
Voi dimenticate in che secolo siamo (anno domini 1801), in che sperduta località ci troviamo (North Yorkshire) e il livello di istruzione medio delle persone in quel periodo (basso, rispetto a qualsiasi standard).
I protagonisti, mi riferisco ovviamente a Heathcliff e Catherine, sono soprattutto appassionati. Hanno il fuoco dentro, un fuoco che li consuma: lui più lentamente, lei quasi in un attimo. Il loro non è certo il classico amore romantico, direi più un amore decadente, di quelli che portano a rovina certa. E infatti così è, visto che lei impazzisce e lui muore di crepacuore (più o meno).
Ma prima di morire Heathcliff ci regala uno dei monologhi brevi più toccanti di sempre: "May she wake in torment!! [...] Catherine Earnshaw, may you not rest as long as I am living; you said I killed you -haunt me then! [...] I cannot live without my life! I cannot live without my soul!"
Io non so voi come fate a rimanere inerti di fronte a tali parole, ma proprio non ci riesco. mi vengono i brividi e, in disposizioni d'animo favorevoli, anche le lacrime (che sono sempre qui in tasca, a portata di mano). Quale passione, quale dolore, quale follia si cela dietro queste parole! Parole pronunciate su una tomba appena profanata, rivolte alla persona che più si è amata per tutta la vita! "May you not rest" dice Heathcliff, lui maledice il suo amore, perchè ha osato morire lasciandolo solo a trascinarsi in una vita che senza di lei non ha senso. "I cannot live without my life!" sembrano parole scontate, ma immaginate un uomo fatto e finito come Heathcliff, un gran calcolatore, un uomo molto intelligente, che grida al cielo in preda all'agonia per l'amore perduto, con gli occhi sgranati e la mente in subbuglio. Non vi sono ancora venuti i brividi? No? Mah.
E che dire della notte di tempesta passata da mr Lockwood nella stanza di Wuthering heights dove il nome di Catherine (e non solo) è inciso mille volte sui muri? Quando, sconvolto, vede il fantasma di una bambina e quasi impazzisce di paura?
La follia è la chiave di questo complesso romanzo. Sono tutti folli, tutti assurdamente folli, ma nonostante tutto in quel mondo sembra sia andato allo sfacelo c'è ancora speranza. E la speranza nasce proprio dai lombi di quella "famiglia maledetta": due cugini, Hareton (figlio del fratello di Catherine) e Cathy (figlia di Catherine stessa) si incontrano e alla fine, dopo qualche deviazione, si amano. In qualche modo riescono a mettere fine ai lunghi anni di infelicità a cui le mura delle due case di Thrushcross Grange e Wuthering heights hanno assistito.
Il cerchio si chiude, come sempre è, perchè WH sarà pure un libro accidentato, ma offre comunque, alla fine, la calda tranquillità di un orizzonte sereno dopo una spaventosa tempesta (che sia di cuori o atmosferica è irrilevante).

Anarchic Rain

sabato 15 novembre 2014

Demian di Hermann Hesse

Eppure non volevo vivere se non quello che spontaneamente voleva erompere da me. Perché era tanto mai difficile?

Ci ho pensato un po' prima di scrivere questa recensione e ora vi dico perché.
Non so se è così per tutti ma, quando si deve parlare dei libri che uno sente più vicino al cuore, è come se improvvisamente la normale ansia diventasse terrore e insicurezza. Sappiamo bene che non riusciremo mai a dire tutto, ma proprio tutto quello che vogliamo, però quello che almeno riusciamo a dire vorremmo dirlo bene. Al meglio, anzi.
Spero di riuscire a descrivere almeno al cinquanta percento quello che questo piccolissimo libro significa per me.
Demian l'ho letto per caso, perchè avevo letto altri due o tre romanzi di Hesse e mi erano piaciuti, così come le sue poesie. Quindi, trovandolo in libreria, con una copertina tra l'altro molto bella, decisi di comprarlo. Credo di aver avuto più o meno quindici anni.
Ecco, io non so se voi avete un libro magico, ma Demian è il mio.
Alcuni di voi forse non sanno neppure cos'è un libro magico. Ve lo dico io: è un libro in cui potete rifugiarvi ogni volta che siete insicuri, ogni volta che davanti a voi ci sono tante strade e voi non sapete proprio quale scegliere, ogni volta che le vostre decisioni vacillano. Voi prendete in mano questo libro, che probabilmente sapete a memoria, lo aprite a caso e, dopo un paio di minuti, vi sentite guariti. Ogni dubbio non esiste più, siete sereni e sapete esattamente cosa fare.
Questo è ciò che è un libro magico.
I motivi per cui proprio quel libro è diventato magico sono vari e talvolta, anzi spesso, non sono neppure discernibili. Io non so come è cominciata, ma quando è cominciata l'ho capito subito e non mi sono più staccata da quelle pagine.
Un libro magico è un conforto, sapete, e spero tantissimo che voi troviate il vostro, presto.

Detto questo, mi asciugo la lacrimuccia e comincio il mio solito monologo.

Demian è un libro che parla di come si diventa grandi. Cioè di uno dei modi in cui lo si fa. Non è un libro universale nel singolo episodio, ma nel complesso.
Il piccolo Sinclair, all'inizio dilaniato dalla dualità bene/male, ancora con la testa piena delle favole della mamma  e degli insegnamenti/dogmi del padre, crescendo si trova ora immerso nell'uno ora nell'altro e senza mezzi termini. Se sta bene sta proprio bene, se sta male sta proprio male. Decisiva nella sua vita è la conoscenza con un ragazzo più grande, Demian, appunto, un ragazzo libero (almeno dal punto di vista di Sinclair) in ogni modo in cui un uomo può esserlo. Sia dal giogo degli uomini, sia da quello degli dei.
Il libro parla di strade difficili da prendere e ancor più da seguire: per arrivare al cuore di se stessi si soffre sempre, ma è necessario per essere felici o almeno per avere una possibilità di esserlo. Demian lo dice chiaramente al protagonista: non bisogna cercare di essere quello che non si è e fare quello che non ci va di fare, anche quando pensiamo sia la cosa giusta, perché inevitabilmente la sofferenza che ne deriverà sarà la nostra rovina. In realtà Demian fa un discorso ancora più profondo, dicendo che ogni uomo è destinato a fare qualcosa della sua vita e che finché non trova la sua vera strada non può essere felice. Quello che ci va di fare e quella che è la nostra strada possono anche non coincidere all'inizio, anche perché non è sempre facile seguire il nostro destino. Ma dobbiamo farlo, perché andare in un'altra direzione sarebbe ancora più doloroso.
Possiamo dire che Demian è il vero amore di Sinclair, anzi l'unico, mi sento di dire; le sue sole esperienze con l'altro sesso sono di tipo platonico: con Beatrice, di cui non conosce neppure il vero nome, che "usa" per uscire dal fango in cui era caduto, non scambia mai nemmeno una parola, mentre con la signora Eva, la madre di Demian, più che un amore platonico, vive un amore ideale, tutto nella sua mente e nelle loro parole. In lei poi Sinclair osserva una somiglianza con il suo amico che è davvero troppa per permettergli di scindere tra le due persone. E' come se vedesse l'amico riflesso in lei. Eva lo capisce immediatamente, perché quando lui le dichiara il suo amore gli risponde che il suo è un amore infantile e che solo se si dimostrerà trascinante lei gli crederà e lo seguirà.
Ma questo non succederà mai, perché Sinclair è fondamentalmente un ragazzino, non è mai cresciuto, almeno fino a quel momento. Ma arriva la guerra, la Prima Guerra Mondiale e le cose cambiano velocemente, travolgono il destino di tutti e forse il ragazzino cresce.
L'ultima, commovente scena rappresenta il vero punto di svolta nella sua vita.
E quello che la guerra gli ha lasciato è un'immagine nel cuore, un'immagine che è il vero se stesso e che si confonde con quella dell'amato amico, sua guida per sempre.
Io trovo molto irritante il protagonista, davvero, l'ho detestato fin dalle prime pagine. Un ragazzino viziato e piagnucoloso, abbastanza stupido (se vogliamo, possiamo anche dire ingenuo, ma il concetto è lo stesso, per me) e presuntuoso, per di più. Demian forse sarebbe anche lui un po' troppo "convinto" per risultare simpatico, eppure forse è proprio il netto contrasto tra i due a farlo risaltare, abbagliandoci. Ricordo che, quando lessi questa breve storia per la prima volta, volevo esattamente essere come Demian, perché in fondo quello che lui vuole dire è che si deve vivere intensamente la propria vita, si deve pensare con la propria testa e si deve sempre andare al cuore delle cose. La superficialità è per gli stolti e l'approssimazione è un fallimento in partenza.
Quello che io ho capito dal libro è che la vita non è facile, ci si deve impegnare e talvolta si deve sputare sangue e le ricompense, se ci sono, non sono quasi mai all'altezza delle sofferenze passate. Però bisogna farlo lo stesso, proprio perché siamo quello che siamo.

E' un messaggio che mi sembra molto attuale, universalmente vero.
Un libro non è di per sé nulla di pratico, ma la cultura non è fatta dal numero dei libri letti, anzi dipende da quello che riesci a imparare da essi. E se poche pagine possono farti riflettere su che tipo di persona sei o vuoi essere e su cosa puoi fare d'ora in poi della tua vita, penso che acquistino persino "praticità". Non mi ricordo chi l'ha detto, ma i libri possono renderci liberi, basta solo saperli "leggere".

Non fatevi ingannare.

Anarchic Rain

Le Cronache dei Vampiri di Anne Rice

Vampiri.
Sento già le vostre grida di dolore, ansia, rabbia. E mi piacciono.
Moltissimi autori nel corso dei secoli si sono cimentati con i vampiri, adattandoli via via a stili di scrittura e mode del tempo. Tra i maggiori e più conosciuti, vi posso ricordare Il vampiro del dottor Polidori, Carmilla di Le Fanu (stupendo, fatevi un favore e leggetelo), La vicenda della dama pallida di Dumas, Dracula di Stocker (c'era bisogno di ricordare il "vecchio irlandese"?). Arriviamo poi al 20° secolo e cominciano i dolori (di qui le vostre grida, suppongo). Vampiri fluorescenti, vampiri innamorati, vampiri che si muovono alla luce del sole come se niente fosse. Oh god. Vi capisco. Perso qualsiasi pathos, qualsiasi elemento gotico, qualsiasi sensualità che non sia per dodicenni in piena tempesta ormonale.

Ebbene no.
Perché nel 1975 una splendida signora di New Orleans ha preso la sua penna e dato alle stampe un piccolo capolavoro del genere.
Interview with the vampire.
Un libro destinato a rimanere volume unico, finché dieci anni dopo ecco uscire un sequel, che non è un vero sequel, ma un prequel in realtà. Ed è subito Mito.
Da lì, fino ad oggi, sono stati sfornati da quella bella signora undici volumi delle Cronache dei vampiri e due delle Nuove cronache dei vampiri. L'undicesimo è uscito il 31 ottobre e devo confessare che ancora non l'ho letto.
Forse sarebbe meglio aspettare l'ultimo prima di cominciare a parlare di questa saga, ma alla fine direi che c'è abbastanza materiale. Anzi. Chissà che non debba scrivere una parte II a questo post, considerando quanta carne al fuoco ho.
La storia a grandi linee la conoscete, altrimenti andate su wikipedia se siete pigri o leggetevi giusto un paio di migliaia di pagine per completezza.
E, giusto per completezza, voglio avvisarvi che per me le vere Cronache sono i primi tre libri, il quarto e il quinto lo sono in parte, forse più il quinto, mentre gli altri cinque......be'.....dai, non mi fate sparare sulla croce rossa.

Intervista col vampiro è nato, come dicevo, per rimanere figlio unico, quindi ha una storia che inizia e finisce, ma racchiude già in sé la possibilità di infinite storie. Partiamo dalla narrazione: un vampiro che racconta la sua storia ad un giornalista freelance umano. Già una cronaca, quindi, una cronaca lunga duecento anni, da parte di una creatura che umana non è, ma che da umano ha sofferto più della media, che non ha dimenticato i suoi affanni mortali, ma li ha trascinati con sé nella sua nuova forma immortale. Una forma magnifica, ammettiamolo, perché se c'è una cosa che la nostra cara Anne Rice sa fare è disegnare con le parole un bel figliolo. E anche una bella figliola, a onor del vero.
Comunque, Louis de Point du Lac, con ormai due secoli di vita alle spalle, è un bellissimo personaggio, malinconico, con gli scuri occhi sempre tristi. Il suo linguaggio è un po' arcaico, i suoi vestiti sono sempre lisi, i suoi poteri sempre al minimo, come se non volesse vivere in pieno.
Ed infatti non vuole. Perennemente tormentato dai ricordi, la sua "malattia mortale" sembra prendere anche un po' il lettore.
Il primo libro è decisamente molto tetro (se riuscite a togliere ogni connotazione negativa al termine).
Sono occorsi dieci anni alla Rice per rendersi conto del potenziale del libro. E le Cronache iniziarono.
Giuro che sono indecisa se parlare del secondo libro a questo punto. Sono così di parte che rischierei di non essere obiettiva. E' in assoluto il mio preferito della serie.
Ma sapete che vi dico? Sti cavoli. Io ne parlo.

Lestat de Lioncourt.
Coprotagonista dell'Interview, anzi direi antagonista di Louis, da lui dipinto come un diavolo senza sentimenti, un nuovo Lucifero che ama solo divertirsi col dolore degli altri.
Adesso invece è lui che parla. E' da lui che ascoltiamo la storia, la vera storia, quella che Louis non poteva conoscere perché gli era stata tenuta nascosta (per il suo stesso bene, che ironia). E dalla sua voce emana un fascino istantaneo, che subito ci cattura (oh, che vi devo dire, A ME MI ha catturato...si, non dirò mai "famigliare" ma "a me mi" suona rafforzativo del concetto) e ce lo fa amare. Quello che colpisce per prima cosa è il suo linguaggio: diretto, sincero e presuntuoso. Come poi impareremo a conoscerlo, lui è e sarà sempre il "brat prince", ossia il "principino viziato", convinto di essere il dio del suo mondo.
Tra parentesi, io credo che lo sia sul serio, ma ovviamente questo è solo il mio modestissimo parere.
Non a caso il titolo del suo libro è The vampire Lestat (non come quella roba italiana che come al solito poco c'azzecca e molto confonde).
Se la storia di Louis ci coinvolge perché sentiamo quasi fisicamente la sua sofferenza, quella di Lestat ci travolge con la sua carica, la sua vitalità, il suo inesauribile buon umore. Persino e soprattutto con il suo amore. Ebbene si, persino lui non è quel mostro senza cuore che abbiamo solo intravisto nella storia di Louis, anzi, proprio per i suoi "inconsapevoli errori di valutazione" come li chiama Lestat stesso è nato il secondo libro. Lestat ci teneva a raccontare la storia così com'era, vera, cruda, ma pulsante e calda come un cuore umano. La cosa che più ho amato di questo libro è stata la storia con Nicolas de Lenfent, ossia Nicki, una storia d'amore così tenera e così bella come poche ce ne sono. Sono ancora convinta che sia stato lui il solo amore di Lestat e che abbia cercato Louis solo per ripiego. Lestat stesso ci dice che si era innamorato di lui perché nella sua autodistruzione gli ricordava intensamente Nicki. Poi cerca di indorare la pillola al povero e sensibile Louis aggiungendo che, al contrario di Nicki, Louis accendeva in lui tenerezza anche nei momenti più bui, ma......andiamo, Lestat, a chi lo vuoi far credere? Ti sei scordato le innumerevoli notti nella locanda? E le notti di Parigi? Ma vabbe', questo è ancora solo e soltanto il mio parere.
Andiamo avanti, va', che è meglio.
Naturalmente, avendo ormai preso il via l'idea delle Cronache, la cara signora Rice ha aggiunto ingredienti fondamentali. Nientepopodimenoche i Progenitori, signori e signore, ossia gli Adamo ed Eva dei vampiri. Coloro-che-devono-essere-conservati. Che meraviglia. Nonché altri personaggi che saranno importanti nelle Cronache successive.

E passiamo al terzo, The queen of the damned.
Il cuore delle Cronache, se vogliamo. Tutti i personaggi principali si incontrano e si scontrano (si, quasi come Mirko e Licia, lo so che c'avete pensato, signorine), si fa vera luce sui Progenitori ed in più un nuovo input per storie future: fa il suo ingresso il Talamasca. Già il nome è misterioso e bello: un'associazione che sarà abbastanza fondamentale nello sviluppo della trama delle Cronache, ma molto meno che in quella delle streghe Mayfair. Che comunque alle Cronache sono molto legate, perché negli ultimi tre capitoli (escluso l'undicesimo, vi ricordo) le due saghe si intrecciano in maniera inaspettata e, a mio parere, forzata e risparmiabile. Ma va be', capisco che quando si amano molto i propri personaggi, cosa che sicuramente fa la nostra autrice, si vuole stare con loro il più a lungo possibile (come capita a noi lettori anche) e, se si può, si vuole anche farli incontrare e conversare tra loro delle rispettive storie.

Questo è quello che succede nei volumi sette (Merrick), nove (Blackwood farm) e dieci (Blood canticle). Tre volumi fondamentalmente inutili, semplici filler, secondo me.

Il quarto invece, ossia The body thief è necessario (più o meno, insomma) per guarire (o quasi) Lestat dalla sua "malattia della mortalità", per togliergli cioè lo sfizio del voler essere di nuovo umano.

Il sesto e l'ottavo, rispettivamente The vampire Armand e Blood and gold, sono la storia di Armand e Marius e sono abbastanza interessanti. Personalmente non ho mai trovato questi due personaggi troppo degni di nota, nonostante il loro ruolo a volte fondamentale nella vita di Lestat (specie Marius) e Louis (Armand, vedi l'annientamento di Claudia). Ma c'è chi li ama moltissimo e comunque le loro storie si lasciano leggere. Il linguaggio dell'autrice è sempre incantevole e sontuoso, ti trascina sempre nel cuore della storia, anche quando non vuoi.

Il quinto libro per me è un mistero. Memnoch the devil. Confesso (a dio onnipotente e) a tutti voi (fratelli) che non l'ho capito. Insomma, non è che non l'ho capito sul serio, ma mi sfugge un tantino il senso. Insomma fin dal secondo volume della saga, abbiamo l'impressione che Lestat voglia essere buono il più possibile, nonostante gli sberleffi di Nicki (e le vere litigate, spesso e volentieri) e nonostante lui stesso sappia quanto questo desiderio sia un ossimoro rispetto a quello che è diventato. Come può un succhiatore di sangue essere buono? Come può aspirare al bene?
Be'. Questo libro ce lo spiega.
Non solo.
Ci spiega persino uno dei misteri cattolici più insondabili: cosa ha a che fare Dio con la creazione del Diavolo?
Si, insomma, altro che filosofia. Mrs Rice si addentra nei territori profondi, poco esplorati e anche abbastanza pericolosi della teologia. Eppure il risultato non è scarso. Anzi. La descrizione del "vero" lavoro del diavolo è davvero affascinante, così come la concezione del bene e del male, la struttura del paradiso e dell'inferno. Grandiose.
Eppure.
Eppure c'è qualcosa che non mi ha convinta per niente: la reazione di Lestat.
Intendiamoci: era chiaro che mandasse a quel paese Memnoch, in fondo il nostro principino viziato non lavora per nessuno, quindi era perfettamente logico come sarebbe andato a finire. Non mi sarei aspettata di meno da lui in quell'occasione.
Ma allora, scusa, perché farlo sprofondare in quella specie di coma etilico da troppa conoscenza?? No, questo proprio non dovevi farmelo, Anne, cara. Lestat era l'unico che poteva sopportare le conseguenze di quelle visioni, di quell'esperienza con Cristo in persona (qui ci siamo fatte prendere la mano cattolica, eh? Ma ti perdoniamo, tranquilla).
Non mi è piaciuto quel suo sonno da cui nemmeno sua madre è riuscita a svegliarlo. Che poi ci sia riuscita una ragazzina suonando il piano questo è un altro paio di maniche che non ho voglia proprio di affrontare. Si, l'ho preso come un fatto personale... se ci fosse stato Nicki lo avrebbe risvegliato di sicuro! Gli sarebbe bastato prendere il suo violino e vedi tu come si sarebbe rialzato immediatamente, sorridendo con quel suo modo affascinante e trascinando Nicki nella "loro conversazione".

Eh no, cari miei, non ho mai digerito la morte di Nicki. Voglio dire, sono vivi dei personaggi totalmente inutili e Nicki no? Non è assolutamente giusto. Mi ribello.

Ma lasciatemi alle mie ribellioni sterili e veniamo alla domanda fondamentale. Perché le Cronache sono così belle? Cos'hanno di speciale?
Ammazza, che domandona. Prima di rispondere, vorrei esaminare un'ultima cosa: il vampiro così come è concepito fino a quando è arrivata la signora di New Orleans e il vampiro concepito dalla signora stessa. Prendiamo ad esempio il vampiro più riuscito di tutti finora: Dracula.
Il conte Vlad è un vampiro che non può vivere alla luce del sole, può dormire solo se sepolto nella sua terra (non intesa come terra natia, ma proprio come elemento, che infatti quando si trasferisce a Londra fa trasportare in molte casse, chi ha letto il libro sa di cosa parlo), non si riflette negli specchi, può diventare fumo o bestia a piacimento e deve nutrirsi di sangue spesso e abbondantemente. Inoltre per trasformare qualcuno in vampiro è necessario morderlo. Questo a grandi linee.
Da brividi, eh?
Il vampiro della Rice invece è sempre bellissimo, non si trasforma in niente, ama il lusso (perlopiù), si riflette negli specchi, non si smaterializza, è molto ricettivo, ossia ha tutti e cinque i sensi molto sviluppati, può dormire ovunque, anche in un letto, volendo. Per creare nuovi vampiri bisogna mescolare il sangue del vampiro creatore con quello della nuova creatura. Non è necessario, tranne all'inizio, nutrirsi ogni notte e non è nemmeno necessario uccidere sempre. Nemmeno lui però sopporta la luce del sole, a meno che non abbia bevuto il sangue dei Progenitori (o dei loro successori, alla loro morte).
Le differenze sono poche e comunque non le chiameremmo fondamentali, giusto?
Però, qualcosa deve esserci.
Io penso che sia la completezza che la Rice è riuscita a dare ad ognuna delle sue creature, la forza che traspare da ciascuna di esse, ognuna a modo suo, ovviamente, ma sempre qualcosa di molto abbagliante. Come dice Lestat a Nicki, una luce a volte cupa, ma sempre bellissima.
Io penso che siano queste atmosfere, insieme alla bellezza esteriore dei personaggi (quella non guasta mai, non facciamo i moralisti da quattro soldi), a rendere questi libri molto speciali.

Credo di avervi annoiato abbastanza. Scusate, amanti della serie, se ho tralasciato cose che magari per voi sono importanti, ma leggo le Cronache da quando ho 12 anni, quindi ne sono passati esattamente venti e non ho tutto fresco in mente.

Se invece non avete ancora letto questa saga magnifica, sbrigatevi e se questo mio post (un po' lungo, lo ammetto) non vi ha fatto venire voglia, bè, che dire, siete proprio dei cuori di pietra, ecco.

Scherzo.

Forse.

Anarchic Rain

martedì 11 novembre 2014

<a href="http://www.bloglovin.com/blog/13156623/?claim=nhab969x7qh">Follow my blog with Bloglovin</a>

Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen

Un classico. Aiuto.
Difficile parlare di un classico, senza scadere nel trito, senza dire quello che altri hanno già detto milioni di volte.
Un libro rivisitato in tanti modi diversi, con altri libri, film, serie tv, magari anche musical (questo me lo sono inventato, credo, ma davvero non si sa mai).
Uno degli incipit più famosi di sempre, forse secondo solo ad Anna Karenina e alle sue famiglie felici/infelici: "E' cosa nota e universalmente riconosciuta..." eccetera eccetera eccetera.
E' interessante questo inizio perché pone il romanzo in una dimensione precisa, cioè reale. Sempre il reale, questa grande ossessione degli scrittori. Infatti una cosa di fondamentale importanza, almeno per alcuni di essi, è "scrivere ciò di cui si sa", non andarsi mai a cacciare nei territori dell'incerto o anche del poco conosciuto, perché il lettore se ne accorge e sono guai.
E la signorina Austen segue esattamente questa corrente di pensiero, anche se a modo suo. Le sue parole vengono da ciò che la circonda, ambienti, personaggi, sentimenti. La cosa peggiore che ho sentito dire di lei è "Ah, si, quella che scrive romanzi rosa". Scusa? Romanzi rosa? Jane Austen?
Ok, ammetto che a prima lettura (a prima e superficiale lettura) possa sembrare proprio così, ma una persona un po' cresciuta dovrebbe capire che non è di questo che stiamo parlando.
Approfondiamo meglio.
Lei, nubile, testarda, intelligente e divertente figlia di un pastore, in un mondo di ricche, oche signorine a caccia di marito. Cosa doveva fare? Prenderle in giro, mi viene subito da pensare, in un lampo di maliziosa cattiveria. Ed è esattamente quello che fa lei. Ma lo fa nel modo migliore: non facendosene accorgere. Un genio, 'sta ragazza.
In questo libro, abbastanza breve, purtroppo, al di là della storia d'amore che prima sembra impossibile, poi non lo è più, poi lo è di nuovo, poi vissero tutti felici e contenti, miss Austen ci fa fare un giro nella società dell'epoca e, a parte i quattro personaggi principali, tutti sembrano delle caricature: la madre di Elizabeth, la sorella di mr Bingley, la zia di mr Darcy, il reverendo Collins, per non parlare delle sorelle minori di Lizzy, oh my goodness. Da prenderle e sbatterle al muro tutte e tre. Insieme a miss Bingley che cerca di accaparrarsi Darcy quando in realtà non capisce che lui non se la fila di pezza. Un mondo strano, sembrerebbe, ma guarda un po', non è anche un bel po' familiare? Tolti i balli ridicoli dell'epoca, i vestiti e le carrozze, possiamo dire che oggi non è che abbiamo fatto tanti passi in avanti, rispetto a quella situazione.
Forse è questo che rende P&P (Pride and prejudice, of course) un romanzo così bello, nonostante la sua apparente leggerezza: è attuale.
La madre di Liz sembra ridicola quando parla e straparla delle sue figlie e di quanto vorrebbe che si "sistemassero"......non vi ricorda nessuno? Non ci credo! Se non vostra madre, di sicuro almeno vostra nonna vi avrà chiesto almeno un centinaio di volte "Bella di nonna, ma il fidanzatino ce l'hai?". Ecco, ora vedo un po' di mani alzate e sorrisini trattenuti. Di questo parlo.
Il signor Collins è la perfetta caricatura di un tizio qualunque che vuole mostrarsi superiore a quello che è, sia materialmente che spiritualmente parlando, e questo lo mette in ridicolo davanti a persone dall'intelletto genuino, che non hanno mai avuto bisogno di dimostrare il loro valore. Io ne conosco un po' di persone come Collins e scommetto che pure voi...qualcuna...sotto sotto...
E un tizio che ci è sempre apparso scorbutico e sulle sue, ma che poi si è rivelato una brava persona, siamo sicure di non averlo mai conosciuto? O una ragazza che da subito non vi ha attratto per la sua bellezza, ma poi vi ha conquistato con la sua intelligenza? Eh si, vi prego, dimenticatevi la faccetta a punta di Keira Knightley, miss Austen ci dice chiaramente che Liz non è bella, ma la sua intelligenza la rende incantevole. E scusate, anche questa, non è una delle cose che una ragazza vorrebbe sentirsi dire? Che è intelligente (magari non che non sia carina, ma insomma, oggi sappiamo che il vero complimento è il primo), che la sua mente sembra meravigliosa, che potrebbe fare qualsiasi cosa voglia e non perché mette in mostra il corpo? Oggi ci piace (perlomeno a molte) mettere in mostra la mente. Liz lo faceva già nel 1813. Una pioniera direi, insieme a poche altre contemporanee.
E che male c'è se, a coronamento di tutto, si raggiunge pure la felicità amorosa? Niente, credo.
Ma la cosa più bella che ci ha regalato miss Austen sono i dialoghi. Spassosi, intelligenti, irriverenti, romantici, inutili (i classici discorsi dell'aria fritta che piacciono a Collins, alla madre di Liz e a Lydia, per esempio).
La sorella di mr Bingley a un certo punto dice, cercando di adulare mr Darcy: "Una persona che sa scrivere una lunga lettera con facilità non può scrivere male"Ma che vuol dire?? E' una frase che non ha senso, ovviamente, eppure nel contesto ironico in cui l'ha messa la sua autrice ce l'ha perfettamente. Un genio, ripeto.
Ma la sua migliore genialata sta nelle parole di mr Bennet (che io credo incarni proprio la Austen): "A che scopo dobbiamo vivere se non per essere presi in giro dai nostri vicini e ridere di loro a nostra volta?". Quindi lo scopo della vita è proprio divertirsi insieme ai nostri amici, vivere con leggerezza e cercare di dimenticare le cose brutte che succedono. In fondo, una volta che impariamo dai nostri errori, scordarli non fa male: in questo modo saremo sicuri di ricordare solo una vita felice e moriremo sereni.
In effetti questa potrebbe essere davvero la più grande felicità.

Anarchic Rain

domenica 9 novembre 2014

IT by Stephen King

Nel primo post ho accennato a quanto mi piacciano i libri lunghi, principalmente perché adoro stare in compagnia dei personaggi di cui leggo il più a lungo possibile.
Sempre nello stesso post ho parlato dello zio, ossia di Stephen King, al quale devo in parte la passione per la lettura.
Unendo insieme i due concetti, nasce questa nuova chiacchierata. E non potevo non iniziare dal suo capolavoro (per me).
IT, un libro che a prima vista, dai più, sembra inapprocciabile proprio per la sua lunghezza (ho qui davanti l'edizione inglese (casa editrice Hodder, se vi andasse di cercare la copertina, meravigliosa per inciso, su internet) e sono la bellezza di 1376 pagine) e anche per un certo film che negli anni 80 ha terrorizzato i bambini e annoiato gli adulti.
Ebbene, vi giuro che mi dispiace tanto per gli scoraggiati. Io li chiamerei tranquillamente codardi, ma vabbè, non stiamo a sottilizzare.
Partiamo dall'inizio, visto che la strada sarà un po' lunghetta anche qui, ma vorrei avvisarvi prima che ci saranno spoiler anche sul finale, quindi se non lo avete letto o se pensate che gli spoiler siano la piaga ultima della società moderna, leggetevi il libro prima del mio post.
Lo zio ha scritto questo immenso (e non per le pagine) libro nel giro di quattro anni, dal 9 settembre 1981 al 28 dicembre del 1985, a Bangor, la città in cui vive con la sua famiglia, nella sua meravigliosa casa, dal cancello inconfondibile.
Ancor prima di cominciare, già è amore: la dedica.
Spesso non si presta attenzione alle dediche di un libro, spesso sono indecifrabili, spesso sono solo nomi buttati lì e di cui non sapremo mai niente.
Chi però è un fedele lettore sa cosa si perde se dovesse saltare direttamente a pagina 1. Un sacco di belle cose. Anche in questo caso è così: lo zio dedica il libro ai suoi tre figli, con due messaggi fondamentali. Il primo è un ringraziamento, perché gli hanno insegnato a essere libero. Il secondo è un invito, a credere nella magia, perché kids, fiction is the truth inside the lie, and the truth of this fiction is simple enough: the magic exists.
King ci ricorda che bisogna credere. E che non bisogna mai rinunciare alla fantasia.
Ci sono moltissimi libri in cui lo zio ci racconta l'amicizia, ma io penso che come lo fa in queste pagine non l'ha fatto mai...e forse mai più lo farà.
I sette amici protagonisti del libro, ossia Bill, Ben, Beverly, Richie, Stan, Eddie e Mike, ossia il club dei Perdenti, sono ragazzini un po' sfigati, ma buoni, che si ritrovano a combattere il mostruoso IT, qualsiasi cosa esso sia, a costo della loro vita. Quando, anni dopo la prima fenomenale battaglia, si rendono conto che IT non è definitivamente morto e sepolto, si riuniscono ancora e stavolta riescono a farlo fuori.
Ok, questa è la trama semplice semplice. Un po' poverella, se vogliamo.
Allora, cos'è che realmente rende IT così speciale? Insomma non perché lo dico io, ma da che mondo è mondo IT è in ballottaggio per il primo posto come capolavoro di King con The stand, quindi un minimo di valore deve pur averlo.
E infatti ce l'ha.
Nonostante l'elemento fantastico, IT è un libro reale. I ragazzini un po' debolucci che vengono presi di mira dai bulli del paese, i genitori (p)ossessivi, il disagio di essere obeso o di essere nero negli anni '50. Sono situazioni che sono capitate a migliaia o milioni di persone. Tutti possiamo rivederci nei protagonisti e tutti li comprendiamo e ne abbiamo simpatia. Quando poi crescono, idem, le situazioni familiari o lavorative che affrontano possono essere quelle di tutti.
L'elemento fantastico ci proietta in una dimensione che non è reale eppure ancora lo è. Chi non ha mai avuto paura del buio o dei ragni? Chi non ha mai acceso tutte le luci del corridoio per arrivare in bagno? Chi non ha mai avuto paura dei lupi mannari? Non è mai successo a nessuno di essere ipocondriaco (per sé o per i propri figli)?
Le paure fanno parte del nostro bagaglio di vita e, se la maggior parte delle persone le supera, non bisogna dimenticare che ci sono pochi (o molti, chissà) che non ci riusciranno mai, che se le porteranno dietro/dentro per sempre e ne saranno terrorizzati per sempre.
IT non è che la personificazione di tutto questo terrore, non a caso cambia faccia ogni due per tre, fino alla resa dei conti finale. IT sa bene dove colpire ognuno dei protagonisti e sfrutta il loro punto debole senza pietà, come ci si aspetta da un cattivo veramente cattivo.
Apro una piccola parentesi per dire una cosuccia che mi gira in testa da un po'. Ho notato che ultimamente di veri cattivi non ce ne sono. Mi spiego: la maggior parte delle volte le motivazioni del cattivo tendono a metterlo in una luce migliore e ci viene da dire "oh, poverino". Dunque, mi chiedo: quando è successa sta cosa? E' stato così graduale che non ce ne siamo accorti. Ma i cattivi puri, quelli che fino alla fine ti maledicono, non ci sono quasi più. Siamo tutti lì a tifare per i cattivi, perché poverini, hanno avuto un'infanzia difficile, con quel fratello minore così perfetto in tutto da metterlo sempre nella luce peggiore, oppure perché bisogna capirli, l'amore della loro vita se n'è andato con qualcun altro, oppure blablabla. Mi piacerebbe rivedere un vero cattivo, se qualcuno ne ha notizia, please, io sono tutta orecchie. Chiusa parentesi.
Tornando a IT, il male assoluto non ha giustificazioni se non il male in sé, IT è crudele perché adora esserlo, perché lo diverte, ma soprattutto perché è nato per questo. E il male richiede sangue giovane da cui trarre nutrimento. Ovviamente i buoni non ci stanno e di qui la lotta.
Eterna lotta tra il bene e il male e, naturalmente, deve vincere il bene, se no c'è qualcosa che non quadra. Noi tifiamo per il bene, ovviamente mi viene da dire, ma non è così scontato, per le ragioni di cui sopra.
Io penso che questa è la cosa che noi lettori amiamo più leggere, questa lotta, questa struggente guerra infinita che fa vinti e vincitori da entrambe le parti, in momenti diversi. IT è pieno di momenti tristi per i Perdenti, la morte di Stan o quella di Eddie, per esempio, nonché la strafamosa morte del fratellino di Bill, all'inizio, mentre insegue la sua barchetta di carta sotto il temporale e viene ucciso da IT. D'altra parte anche le forze del male non sono messe benissimo, considerando che, per intrappolare i ragazzi (poi uomini), il nostro caro pagliaccio/un sacco di altre cose usa un mentecatto (Henry) e un coglione totale (Tom), ma è chiaro che non può stare lì a sottilizzare.
Comunque alla fine quello che conta è il respiro di sollievo che tiriamo quando i protagonisti (non tutti, ma almeno una parte) escono vittoriosi dalle fogne. IT è sconfitto, stavolta per sempre e  possiamo dormire sonni tranquilli. Il consiglio finale del libro è "Sii valoroso, sii coraggioso, resisti"...almeno finché allo zio non verrà in mente qualche altro incubo da tramutare in realtà.

Anarchic Rain

giovedì 6 novembre 2014

La maledizione degli Usher di Robert McCammon

Rigorosamente da non confondersi, come molti sarebbero propensi a fare, con il ben più famoso La caduta della casa degli Usher, di Edgar Allan Poe (pronunciarlo con ossequiosa reverenza, please).
Partiamo dal secondo.
Un capolavoro.
Potrei anche fermarmi a questa semplice dichiarazione, che esprime abbastanza sinteticamente ma esaustivamente quello che penso del racconto (nonché dell'opera omnia del suo autore). Ma qualche parola in più voglio spenderla.
Il racconto di Poe è breve (anzi, forse leggermente più lungo del suo standard, ma comunque breve) ma l'angoscia che vi si respira, non appena si legge la prima parola, è difficile da scordare e da scrollarsi di dosso. E' come un brodo melmoso e densissimo che ti cola addosso lentamente e di cui ti accorgi solo all'ultima parola, quando ormai non puoi più respirare. E sei perduto.
Nessuno poteva scrivere quella storia come ha fatto Poe.
Partiamo da questo.
E passiamo al libro modestamente lungo (416 pagine nell'edizione americana) di McCammon.
Non è male. E questo non gli si può togliere. Ma è solo questo.
Un libro scritto abbastanza bene, in una prosa abbastanza scorrevole, solo in alcuni punti un po' ripetitiva, con una trama abbastanza decente.
Abbastanza.
Che avverbio tremendo.
Il perché questo libro non mi ha convinta è semplice: sotto tutti gli strati di "goticità" è pretenzioso come pochi. Certo, direte voi, non c'è niente di male ad essere pretenziosi, ogni scrittore deve esserlo o almeno deve convincersi di esserlo, se vuole avere qualche speranza.
Ma qui rasentiamo proprio il peccato capitale della superbia.
Ok, ti è piaciuto il racconto di Poe. Ok, ti sembra che la storia non sia compiuta (prime avvisaglie di superbia). Ok, te ne sei innamorato e vuoi farla tua (peggio mi sento). Ma ok un cazzo.
Hai preso una storia, l'hai snaturata e modificata per i tuoi scopi (loschi, ne sono sicura), possiamo dire che l'hai violentata e ne hai spremuto l'"inspremibile". Non ti sembra di avere esagerato, caro Robert?
A mio parere, delle tue quattrocentosedici pagine se ne salvano un centinaio scarse. Il resto è un trucco. Abbellimenti da bordello di bassa lega.
Mi aspettavo di meglio, con una base di partenza così raffinata.
Pazienza. Incasserò.

Anarchic Rain

lunedì 3 novembre 2014

Il terrore della pagina bianca.

Ok, diciamocelo. A tutti è capitato almeno una volta nella vita di avere il terrore della pagina bianca. E' una vera e propria fobia, c'è chi scappa urlando e chi è paralizzato come se fosse di ghiaccio.
Ecco, a me sta succedendo proprio adesso, ma visto che ho cominciato a raccontarvi questa cosa, la pagina non è più bianca e mi posso rilassare.

Di solito si comincia qualcosa parlando di sè, quello che siamo, cosa facciamo, a cosa aspiriamo.
Io inizio dicendo (mettendo bene in chiaro) quello che non sono: non sono un critico letterario, non aspiro ad esserlo e decisamente non ho letto tutti i libri che vorrei aver letto. Non penso assolutamente che la mia opinione sia dogma, ma mi piacciono le mie opinioni e mi piace parlarne.
Quindi, ecco quello che sono: una chiacchierona che ama sproloquiare dei libri che ha letto, discuterne con persone intelligenti e permettersi il lusso di mandare a cagare quelle che non lo sono.
Leggo da quando sono piccola, ho imparato molto presto per motivi familiari (e, si, io scrivo familiari, non famigliari, diocenescampieliberi). Ovviamente a cinque anni le mie letture si limitavano alle favole dei fratelli Grimm, di Perrault e di Andersen, con qualche capatina in zona orientale e nordica. Andando avanti, a parte Topolino, Paperino e Zagor (subito seguiti in ordine temporale da Dylan Dog e manga), ho iniziato i libri per ragazzine, tipo la serie di Piccole donne (che io ricordi, il primo romanzo che ho letto dall'inizio alla fine da sola), Babette, Incompreso, I viaggi di Gulliver, Alice nel paese delle meraviglie e compagnia.
Sempre in ordine temporale, quando ero alle medie, precisamente a Natale del 1994, ricevetti in regalo due libri di King, La metà oscura e Christine-la macchina infernale. Volevo conoscere questo autore perchè avevo sentito (chissà poi dove, non lo ricordo più) che scriveva libri horror e, dato che era un genere che mi piaceva sin da piccola per via dei film e delle serie tv che guardavo, quasi sempre con mio cugino, avevo chiesto a mia zia di regalarmene uno.
Da lì, amore a prima lettura, non ho più smesso. Nè con lo zio (King) nè con gli altri autori e generi.
I libri che mi appassionano di più sono quelli lunghi, molto lunghi. Se sono anche un po' polpettoni ancora meglio! Sto pensando ovviamente ai miei amati autori russi, ossia Tolstoj e Dostoevski, a Hugo e altri. Non so per quale motivo mi piacciano i libri oceanici, forse perchè quando conosco un personaggio e mi appassiono alla sua storia mi dispiace abbandonarlo dopo solo 300 pagine.
Sia chiaro, mica tutti i libri lunghi sono belli, così come ci sono certe perle da 100 pagine (e anche meno, a volte) che nessun mattone può superare.
Insomma ci sono tante variabili che considero quando leggo un libro e alcune saranno oggetto di discussione.
Anche se, come ho detto, sono affezionata alle mie idee, ne discuto volentieri, perciò mi farebbe piacere ascoltare anche le vostre opinioni.
Per il momento penso che possa bastare.

Do il mio personale benvenuto a tutti quelli che mi seguiranno e il mio addio a chi non vorrà farlo.

Anarchic Rain