domenica 19 aprile 2015

La lunga marcia di Stephen King

Punto primo: dimenticate Hunger games e compagnia bella. Non c'entrano assolutamente niente e, anche se fosse, questo è stato scritto più di 30 anni fa.
Punto secondo: dimenticate mostri e "tipici" orrori a cui il Re ci ha abituati (vampiri, hotel stregati, ragazzine con poteri psichici), perché qui si parla di orrore "terreno".

Se siete pronti ad avventurarvi in questa chiacchierata tenendo a mente i due punti di cui sopra, allora benvenuti. Iniziamo. Fate un bel respiro.

Lo zio Steve ha avuto l'idea di questo racconto lungo quando era adolescente. Forse, chissà, aveva letto 1984 di Orwell e ne era rimasto affascinato, oppure Ubik di Dick. Io non lo so.
So solo che ha creato un mondo distopico in cui ogni cosa è al posto sbagliato.
In un anno non ben definito, in una cittadina del Maine (poteva essere altrimenti?), mentre l'America e forse il mondo sono governati da un non meglio identificato regime militare/totalitario, si svolge una Marcia. I partecipanti sono 100 ragazzi. La meta non esiste, si marcia finché (r)esiste l'ultimo partecipante. Il premio è tutto ciò che si desidera per tutta la vita. Si mantiene un'andatura costante di circa quattro miglia all'ora e, se si rallenta, si riceve un'ammonizione. Dopo la terza ammonizione, si viene squalificati.

Scusate, ho detto squalificati? Volevo dire eliminati. Cioè, scusate. Volevo dire uccisi.

Ma di tutto questo noi non ci rendiamo conto subito, anche se notiamo alcuni "segnali" che ci rendono strana la cosa. La madre del protagonista che sembra disperata e vorrebbe che il figlio rinunciasse. La misteriosa scomparsa del padre in circostanze sospette (quasi fosse stato "orwellianamente" vaporizzato). I militari che si aggirano nel campo prima dell'inizio.
Quando poi i ragazzi cominciano a marciare, il nostro intuito si affina e quando il primo viene ucciso (i militari che controllano il regolare svolgimento della gara gli sparano a sangue freddo, per la precisione) apriamo definitivamente i nostri occhietti foderati di prosciutto e ci rendiamo conto che, porca miseria, questo è pur un romanzo di King!

Quello che di agghiacciante c'è in questo libro, che non è nemmeno molto lungo, purtroppo (o per fortuna), non è tanto il fatto che i ragazzi vengano uccisi (questo, diciamo, è logico, in un mondo del genere), ma quello che succede loro mentre marciano.
Mi spiego meglio.
Quelli che sopravvivono più a lungo di sicuro non sono più gli stessi che sono partiti due o tre giorni prima. Hanno assistito alla morte dei loro compagni, hanno rischiato essi stessi di venire fucilati, hanno sperimentato fame, sete e dolore fisico. Alcuni di loro si lasciano addirittura morire perché non ce la fanno più, non possono più resistere a quella tortura spietata. Non resistono ai soldati che godono a fucilarli, al pubblico che, eccitato dalla vista del sangue e di tutta quella specie di "carne al macello", li sprona volgarmente e follemente. E non resistono neppure alla vista dei loro compagni, quelli che ancora camminano, come fantasmi senza più volontà.

Il protagonista è un ragazzo di sedici-diciassette anni, si chiama Garraty e, durante le prime ore, stringe amicizia con qualche altro concorrente intorno a lui. Anche questo legame, per quanto fragile possa sembrare, in realtà è piuttosto forte, perché nato in circostanze a dir poco speciali. E' nato nel pericolo e vive nella paura. E in queste due condizioni, per far fronte comune, il legame diventa d'acciaio. Il ragazzo con cui lega di più, nonostante sembri a volte distaccato, è McVries, che tra l'altro è il mio personaggio preferito del libro. McVries si rivelerà fondamentale ad un certo punto, perché riesce a salvare la vita di Garraty per un soffio.
Il "cattivo" poi è davvero cattivo. King non ci addolcisce mai questa figura quasi onnipotente, che non ha nessun risvolto positivo, non c'è nemmeno un momento in cui pensiamo "ah, però, dai, vedi che anche lui alla fine...". Zero. Sembra molto il caro vecchio Grande Fratello. E come se non bastasse, scopriamo che uno dei partecipanti è suo figlio illegittimo. Bam. La goccia che fa traboccare il vaso. O comunque la mente già indebolita di Garraty, che per poco non si fa ammazzare.

Ma cosa succede durante la Marcia? In un lasso di tempo relativamente breve (stiamo parlando di cinque-sei giorni totali), come possono queste giovani vite deviare così profondamente dal loro tracciato? Non parlo tanto di chi è morto nella prima giornata perché, al di là dell'orrore in sé, non ha sperimentato quello che hanno sperimentato gli altri. Anche soltanto chi è riuscito a passare indenne la prima notte. Considerate che non ci sono pause nella Marcia, si deve camminare sempre. E' normale che ad un certo punto si cominci a "vedere" cose o a pensare alla propria vita in maniera diversa - fosse anche solo per lo sfinimento fisico.

King come al solito riesce a trascinarci dentro le pagine, nella vita dei protagonisti, a volte solo accennata, fatta di episodi scollegati, attraverso i quali ci facciamo una vaga immagine di quando erano semplicemente dei ragazzi come tutti.
Arriviamo alla fine del libro che abbiamo il fiato corto e siamo tentati di guardarci intorno per vedere se qualcuno ci punta alla testa un fucile dell'esercito.
Stiamo ancora tremando, non solo perché il segno che lascia questa storia è profondo e doloroso, ma anche perché il finale è totalmente aperto.
Non voglio svelarvi troppo, ma colui che rimarrà in piedi per ultimo che cosa ha vinto veramente?
Sempre che sopravviva poi, perché lo zio non è che ce lo dice.
E poi, anche se sopravvivesse, che vita avrebbe?
In definitiva, che senso ha questa Marcia, se i partecipanti muoiono uno ad uno e l'unico sopravvissuto ormai è ridotto allo straccio di un uomo? Potrà mai riaversi da quello che ha visto? Ed è umanamente possibile riuscirci?

Questo libro è tremendo. Non sono in grado di pensare ad un altro aggettivo, al momento, ma davvero ti prende a schiaffi, ti lascia l'amaro in bocca, ti fa sputare sangue.
L'ho amato da morire anche per questo.
Se volete un libro che vi faccia tremare e non solo di paura (di quella, nel senso convenzionale e "horror" del termine, ce n'è poca), allora dovete leggerlo.
Se volete scoprire come King interpreta il genere umano in situazioni estreme, dovete leggerlo.
Se volete essere rassicurati e coccolati, state lontani.

Anarchic Rain

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