giovedì 3 dicembre 2015

Sessanta racconti di Dino Buzzati

Ho iniziato questo libro un po' per caso, un po' perché volevo leggere un italiano dopo tanti stranieri, ma non Calvino (che prendo a piccole dosi, perché troppa bellezza fa male). Me lo ha passato un mio amico quattro anni fa. Si, ha preso un po' di polvere (virtuale). E poi l'ho iniziato.

Come spesso mi succede, la prima domanda che mi son fatta è stata: perché diavolo c'ho messo tanto a leggerlo????? Questo libro è bellissimo!
In effetti, più andavo avanti con la lettura (sono racconti, potrei anche leggerne uno ogni tanto, ma fidatevi: non è possibile staccarsi) e più mi rendevo conto della bellezza rude dietro ognuno dei racconti.

Non sono semplici: quasi nessuno ha una fine e di moltissimi il senso reale sfugge non appena proviamo a fermarlo.
Sono ossessivi, crudi, gotici, terribili, sorprendenti. Solo occasionalmente e quasi per caso sono anche romantici, ma l'aspetto principale è la loro crudezza. E anche la loro crudeltà.
La maggior parte è ambientata in un mondo post-bellico, o in un mondo distopico, in cui le cose non sono come le conosciamo e le persone non si comportano come noi facciamo.

Qual è il racconto che mi è piaciuto di più? Oddio, questa domanda è terrorizzante. Sono sessanta, mica uno. E sono tutti stupendi. Diciamo che ce n'è qualcuno che mi ha colpito più di altri. Per esempio, "Sette piani". Alta suspance in una situazione claustrofobica. Una malattia non meglio precisata, progressiva, colpisce le persone che vengono chiuse in una specie di ospedale, per essere curate o per morire. Il settimo piano è quello dei malati meno gravi, quasi sani, diciamo. Man mano che si scende di piano aumenta la gravità. Al primo, ci sono quelli che stanno per morire. Il protagonista è un malato che si ricovera di sua spontanea volontà e va al settimo piano. Col passare del tempo, con delle scuse a volte incredibili, i medici lo spostano di piano pur continuando a dire che lui sembra sano come un pesce. Finché arriva al primo...
Giuro, raramente mi è capitato di trattenere il fiato così tanto per leggere qualcosa, ma tu sei lì che non capisci se veramente lui deve continuare a scendere e ti sembra di no, perché il racconto in prima persona è lucidissimo e lui sembra stare bene. E allora pensi che forse i medici stanno sbagliando e vorresti che se ne accorgessero, ma loro non se ne accorgono... E poi che razza di malattia è mai quella? Infettiva? Degenerativa? Neoplastica? Non si capisce mai. E a me piacciono, sono sempre piaciute, le storie in-finite, quindi in questo libro c'è pane per i miei denti.

Un altro esempio è "Il mantello". Il giovane soldato che torna a casa quando ormai nessuno ci sperava più e che si ferma solo per salutare...la madre, dapprima sorpresa, poi disperata, poi grata per quell'ultimo saluto che la Morte le ha concesso. Struggente, davvero.
Così come struggente è anche Inviti superflui, quasi un inno all'amore al rovescio. Una speranza mancata, un incontro inutile, un amore mai vissuto.

"I topi" invece è disturbante. Una famiglia benestante a poco a poco viene sopraffatta dai topi, che prendono il controllo di casa...l'ultima frase del racconto me la sono immaginata come un film ed è davvero agghiacciante.

"Era proibito" è un racconto molto breve sulla poesia, sulla sua proibizione e sul suo risorgere, sempre e comunque, quasi inconsapevole, ma sempre senza sforzo. Perché la poesia è sempre dentro di noi, che lo sappiamo o no. E poi quando una cosa è proibita c'è più gusto a farla, no?

"Una lettera d'amore" è tra i racconti più tristi della raccolta...davvero un "lasciate ogni speranza, o voi che tentate", però a suo modo è dolce e ti ritrovi a fare il tifo per il protagonista.

Insomma, lasciatevi tentare da questo libro. Ci troverete un sacco di cose dentro e se non dovesse piacervi qualcosa, ci sono sessanta meraviglie per tutti i gusti.
C'è di buono che potete leggerlo a salti, persino uno all'anno, se ci riuscite. Vi sfido...

Anarchic Rain

mercoledì 25 novembre 2015

Carrie by Stephen King

FINALMENTE!
Ho iniziato il primo novembre la lettura in ordine cronologico delle opere del Re, in lingua originale e oggi (15/11) ho completato il suo primo libro pubblicato!
Carrie è stato tra i suoi primi dieci libri che ho letto in italiano secoli fa ormai (ho iniziato a leggere King nel 1994 e non ho mai smesso) e leggerlo in lingua originale è stato davvero molto bello.
Adesso posso finalmente dire con cognizione di causa che la traduzione di Brunella Gasperini non ha tolto niente alla bellezza e alla "ruvidezza" originale della narrazione. Anzi, se posso permettermi un parere totalmente disinteressato, secondo me per alcune cose l'ha anche migliorata. Diciamo che l'ha forse un po' "poeticizzata".

Ma pur conoscendo quella bellissima traduzione, non si è assolutamente affievolito il senso di sorpresa e gioia nel leggere le parole originali dello zio. Mi è sembrato quasi di riscoprirlo. E ho riscoperto la bellezza del racconto a più voci, con stralci del libretto di Sue, dei documenti della Commissione White o dei libri sulla telecinesi o del processo per il disastro avvenuto.

Non sono assolutamente in grado di fare un'analisi accurata della lingua americana, figurarsi, ma posso dire che mi è sembrata un po' grezza e credo che sia proprio questa l'impressione che voleva dare King alla sua novella. In fondo parla di ragazzi all'ultimo anno di liceo, che hanno un linguaggio tutto loro, che cambia attraverso le varie epoche ma non nel contenuto.
Ci sarà sempre una Carrie per tutte le scuole del mondo, così come ci sarà una Sue Snell e una Chris Hargensen. E allora la bravura di King qual è? Io penso che sia proprio nel metterle per iscritto, nel descrivere così bene e così a fondo i labirinti della mente femminile e i giochi di "potere" che si stabiliscono tra gli adolescenti. Non è semplice per un adulto comprendere (o ricordare?) un adolescente, se poi aggiungi che lo scrittore è maschio e la protagonista è femmina, ne viene fuori una cosa ancora più speciale. King è riuscito a descrivere i delicati e a loro modo complicati rapporti che si stabiliscono in quel luogo strano che è un liceo.
Per alcuni un inferno, per alcuni il paradiso, il liceo non è mai uguale per nessuno eppure tutti vivono le stesse dinamiche.

Carrie è la carnefice, colei che dà inizio al disastro la sera del ballo studentesco, disastro che non si concluderà quella notte maledetta, ma che roderà la cittadina e gli abitanti ancora per molto tempo, la roderà fino a logorarla, fino alla sua morte completa.
Ma Carrie è anche la prima vittima, il bersaglio di qualsiasi scherzo, battuta, occhiata. Non ha mai avuto pace nella sua vita, segnata già prima della nascita da una madre completamente assorbita da una folle religiosità e da un padre che non conoscerà mai.
Non si può non avere pietà di lei, non si può non parteggiare per lei e odiare, se non Sue, con il suo buonismo da quattro soldi, benché abbastanza sincero, almeno Chris Hargensen, la sua vera antagonista. Ragazza ricca, viziata e cattiva, che si accompagna a persone moralmente anche peggiori di lei.
Come non gioire, un minimo almeno, quando, coperta di sangue, Carrie arriva nella camera dove si trovano lei e Billy e fa quello che deve fare.
King per tutto il libro ci ha preso per mano e quasi ci ha incitato a parteggiare per lei, nonostante non sia la protagonista carina e "politically correct" che va tanto di moda nei libri e al cinema, nonostante i suoi occhi bovini, nonostante la sua goffaggine.
Carrie cerca per tutto il libro di sembrare "normale", di omologarsi alla folla di adolescenti della sua città, di non sentire quello che dicono di lei. Quello che si percepisce è che lei voleva soltanto essere accettata, magari non compresa fino in fondo, ma almeno riconosciuta come essere umano. Da un inizio in cui voleva solo essere lasciata in pace (lei, l'eterno bersaglio, voleva scomparire) al punto in cui scopre che non deve per forza nascondersi agli altri, ma può anche muoversi in mezzo a questi fantomatici altri, anche con una certa nochalance. Quando Tommy la invita al ballo, lei rimane incredula, ma è anche felice, vede forse un minimo di luce. E Tommy, da parte sua, se gliel'ha chiesto solo per fare un favore a Sue, in realtà a mano a mano che la serata trascorre si accorge che Carrie è anche una persona timida, dolce in un certo senso, con gli stessi desideri di tutti gli altri.

Lasciando da parte l'argomento "emarginazione" che è del resto sempre attuale ed universale (leggere Carrie negli anni '70 o nel 2015, leggerlo in Italia o in Giappone, è esattamente la stessa cosa), quello che colpisce in questo libro, secondo me, è che non c'è una chiara vittima e un chiaro carnefice. Tutti sono entrambe le cose, nessuno escluso, a prescindere dal personaggio per cui facciamo il tifo.
King ci tiene a sottolineare, secondo me, oltre alle ingiustizie che ogni giorno vengono commesse sotto gli occhi di tutti, che non bisogna mai "tirare troppo la corda" con le persone (giuro che non era voluto il doppio senso, ma ormai...), perché nel luogo in cui "allignano le cose oscure" ce n'è per tutti. E la vendetta è insita nell'animo umano, specialmente in quello dei più "esasperati".

Anarchic Rain

mercoledì 18 novembre 2015

La meccanica del cuore e L'uomo delle nuvole di Mathias Malzieu

Di solito non compro libri scritti da cantanti, perché sono convinta che se uno scrive canzoni è perché riesce ad esprimersi meglio in quella forma, e viceversa, chi è scrittore non può improvvisarsi cantante perché sono due arti completamente diverse. Poi ovviamente, c'è chi ha talento in entrambe. Jim Morrison era un cantante e un poeta...ma la poesia è diversa, una canzone di per sé è una poesia, quindi la differenza di espressione non è poi così grande.
Ma un romanzo o un racconto sono strutturalmente differenti da una canzone.

Comunque questo artista (francese) mi ha fregata perché non sapevo che fosse un cantante... Ho comprato il primo titolo, La meccanica del cuore, perché avevo voglia di favole. E devo ammettere che sono rimasta a bocca aperta quando l'ho letto. Divertente, dolce, ironico, delicato, triste, commovente, allegro, romantico. Si, tutto questo e anche di più. E' la storia del bambino con un orologio al posto del cuore, che ogni  minimo cambiamento può far saltare, ma che si innamora e decide di fregarsene del suo cuore malandato. Davvero una grandissima metafora di quello che succede a ognuno di noi quando ci si innamora. Il cuore sembra andare a mille, scattiamo al minimo segnale del telefono (o del cellulare), balbettiamo parlando con lui/lei. Insomma, non sembriamo più in noi. L'innamoramento è poi lo stadio peggiore dell'amore, il primo, quello in cui ci sembra di dover dare il meglio.
Tra tutti gli aggettivi che ho usato prima, dolce è quello che pesa di più nella descrizione del libro. E' davvero impossibile non provare una tenerezza infinita per questo bimbo, poi uomo, che scopre a poco a poco l'amore e se ne frega del suo cuore strambo, tutto congegni e rotelline, che sembra stare insieme per un soffio.
Il messaggio è chiaro: meglio amare e morirne che non amare mai per timore e morire comunque (alla fine, stiamo tutti sotto allo stesso cielo). Non solo perché vivere senza emozioni è davvero povero e triste, ma soprattutto perché esplorando l'ignoto potremmo scoprire lati di noi stessi che non pensavamo di possedere.

Spinta dall'entusiasmo per questo racconto lungo, ho comprato anche il secondo, L'uomo delle nuvole, appunto. Mi dispiace un po' dirlo, ma il mio primo pensiero che un cantante dovrebbe fare quello e basta, con le dovute eccezioni, è stata confermata.
Un'altra favola, un'altra storia d'amore e di scoperta di sé. Fin qui, tutto ok. Ma la banalità e la pesantezza con cui stavolta procede la narrazione è davvero stato un brutto colpo per me: lo ammetto, mi aspettavo molto di più. La dottoressa-uccello, il colore rosso, la metamorfosi. In un certo senso era tutto "in potenza" ma non è stato raccontato al massimo delle sue potenzialità. L'inizio è molto carino, con il protagonista che, pur di provare per un solo attimo l'ebbrezza di volare, non esita a lanciarsi senza protezioni da qualsiasi rialzo gli capiti. Dopo l'ultima delle sue rovinose cadute, ormai ferito gravemente nel corpo e nello spirito, viene ricoverato in ospedale. E lì incontra l'amore. E l'amore gli darà la forza di realizzare il suo sogno più grande.
Secondo me, il secondo manca di sincerità. Insomma rispetto al primo l'ho sentito più forzato, meno genuino e, anche se non è lunghissimo, ho fatto fatica a finirlo.

In conclusione, se vi piace la dolcezza di una storia d'amore (senza banale lieto fine) vi consiglio assolutamente La meccanica del cuore. Per l'altro, non so, io non mi sento di consigliarvelo, ma se qualcuno la pensa diversamente, lo faccia ora (o taccia per sempre!).

Anarchic Rain

lunedì 2 novembre 2015

Cronache marziane di Ray Bradbury

Un genio. Come si potrebbe definire altrimenti quest'uomo che ha creato mondi lontani in modo così realistico, da farti alzare la testa al cielo e credere di vedere qualcosa muoversi lassù?
Mea grandissima culpa, non ho mai letto Asimov, non ancora, quindi non posso fare paragoni con il padre della fantascienza, ma leggere Bradbury è come guardare uno strano album di fotografie.

Tutti i capitoli che compongono il libro sono superbi, ma due in particolare mi hanno toccato corde interne. Ylla, per la sua dolcezza espressiva, come di una musica di sottofondo, che senti in continuazione ma non dà mai fastidio. Povera Ylla, se il capitano York fosse sopravvissuto magari le cose sarebbero andate diversamente.
Usher II ovviamente non poteva non coinvolgermi totalmente, omaggio com'è al grande Poe. Un mini-racconto davvero suggestivo, con mille riferimenti al grande scrittore americano, molto semplice nella sua struttura ma pieno di citazioni che chi non ha letto Poe non può naturalmente cogliere e di conseguenza può trovarsi spaesato, quasi deluso anche, dal racconto stesso. In Bradbury i personaggi di Poe hanno nuova vita.

Così come hanno vita anche quelli inventati da zero dallo stesso Bradbury. Ylla a parte, ci sono le tre spedizioni terrestri su Marte, i fantasmi dei marziani stessi che aiutano o ostacolano i colonizzatori.

Ma soprattutto le Cronache mi sembrano una critica aspra e profonda al genere umano, che per sua natura non costruisce ma distrugge ciò che trova, illudendosi di migliorarlo. Triste alla fine, il messaggio di questo libro, mi è sembrato piuttosto senza speranza: l'uomo ha distrutto la terra, ha trovato per sua immensa fortuna un altro posto dove stare e cosa fa? Distrugge anche quello. A poco a poco, inesorabilmente.

Oggi come oggi è davvero inevitabile fare il paragone col disastro ecologico a cui stiamo assistendo sul nostro pianeta e davvero viene da chiedersi se, un giorno, più o meno lontano, saremo davvero così sciocchi e vani da mandare all'aria una seconda possibilità. Distruggere un secondo pianeta. Una nuova speranza.
Bradbury sembra non avere dubbi su questo, sul fatto che la cupidigia e la stupidità (in definitiva solo di stupidità si tratta) ci porterebbero alla rovina in ogni caso, in ogni pianeta, dopo ogni infinita possibilità che ci fosse regalata.
E forse a pensarci bene ha persino ragione. In fondo l'uomo ha dato prova di non saper fare altro che distruggere --> lamentarsi del fatto che le cose si distruggono --> tentare di aggiustarle quando ormai è troppo tardi --> maledire qualsiasi cosa non sia se stesso per non aver potuto rimediare.
Mi sembra un circolo vizioso dal quale non si riesce ad uscire.

Anarchic Rain

giovedì 24 settembre 2015

Sunset limited di Cormac McCarthy

Non me l'aspettavo. Un romanzo in forma drammatica, viene definito. E' infatti un dialogo teatrale tra due personaggi che stanno nella cucina di uno dei due. Non hanno nome. Semplicemente Bianco (perché è di pelle chiara) e Nero (perché intuibile). Il Nero ha appena salvato il Bianco dal buttarsi sotto un treno in corsa. Ma si può davvero parlare di salvezza? E che diritto ha uno di salvare qualcun altro, se non gli viene chiesto? Cosa ne sa della sua vita, del suo spirito, dei suoi guai? Di quello che lo ha portato a quel gesto estremo? Niente. Ma il Nero non finge di saperlo. Non finge nulla in realtà. L'ha fatto solo perché in quel momento era in suo potere farlo e perché la sua indole gli ha detto di farlo, senza pensare. Anzi, la sua fede, più che la sua indole.

Ma che diritto ha uno di imporre la propria fede a un altro? Nessuno, è ovvio.

Ma il Nero non cerca nemmeno di far questo. Lui semplicemente vuole fare tutto il possibile per cercare di capire il Bianco, magari per aiutarlo a non vedere tutto perduto, tutto irrisolvibile. Tutto morto.

E alla fine gli resta solo quella domanda. Quel "Va bene?", sussurrato o gridato a un dio che forse c'è o forse no, questione di punti di vista. Questione di coraggio, a volte. Di quali svolte uno ha fatto nella vita.

Alla fine del breve dialogo non è che abbiamo le idee più chiare, anzi, forse proprio il contrario, ma assistere alla partita di tennis tra gli animi dei due protagonisti è affascinante e a volte divertente. Profondamente disperato, a tratti. In fondo loro due non sono che le facce delle nostre, di anime, sempre in lotta con la dicotomia credere/non credere, vita/morte, felicità/disperazione. Sono in bilico, a volte si pende più da una parte, a volte più dall'altra. I due personaggi invece sono tutto o l'una o l'altra, non hanno vie di mezzo. Forse tentano a un certo punto di comprendersi, ma ci riescono mai fino in fondo? Io non credo. Non possono comprendersi del tutto, hanno essenze diverse, se si comprendessero davvero sarebbe come ammettere di avere quella dualità che per gli altri è normale.
Fanno un tentativo, certo, ma non è abbastanza. Ognuno rimane fermo sulle proprie decisioni, anzi, a volerla vedere in maniera pessimistica, forse il Nero alla fine è quello che vacilla, proprio a causa di quella domanda disperata, ripetuta, che alla fine non ottiene (e non può ottenere) risposta.

Il romanzo è ricco di spunti di riflessione, ricco di idee da segnarsi su un taccuino, come fa il Nero a più riprese. Il Bianco sembra vincere con frasi intelligenti e secche, il Nero con ingenuità e ironia.

Forse non ha importanza alla fine chi vince realmente, forse è importante che si siano incontrati e che per un certo (breve) periodo si siano divertiti a starsi a sentire. Sì, penso che si siano divertititi, penso che ad ognuno serva tirare fuori le proprie idee, metterle in ordine una parola dietro l'altra. Potremmo persino capirle di più. Capire di più noi stessi ed essere d'accordo oppure cambiare idea.

L'ultimo monologo del Bianco è bellissimo. Ed è anche distruttivo. Non pessimista, no. E' un altro genere. Distrugge qualsiasi cosa esista. Compreso l'uomo, che altro non è che "una cosa che penzola con le sue espressioni insensate in mezzo a un vuoto ululante". Terrore. Vuoto.

La morte è la fine di tutto o la speranza di una vita migliore in paradiso?

Secondo il Nero non c'è dubbio. Ma nemmeno secondo il Bianco.

Noi siamo esattamente in mezzo.

In cosa scegliamo di credere? E siamo sicuri che, una volta scelta, è proprio quella la parte in cui vogliamo stare?

Anarchic Rain

Cortesie per gli ospiti di Ian McEwan

Un altro libro di McEwan. Un altro piccolo choc. Continuo ad adorare questo scrittore inglese. E devo assolutamente leggerlo in lingua originale.

Un libro che inizia senza spettacolarità, con una situazione normale: siamo immersi nel quotidiano turistico di una coppia inglese in vacanza in un luogo che non viene mai nominato. Alti e bassi nel loro rapporto. Un certo grado di tenerezza, mescolata a passione e forse anche ad un po' di risentimento, quasi. Un incontro, strano. Un uomo misterioso, nonostante i suoi modi aperti, anzi forse troppo aperti. Subito si racconta, si confessa, lasciando gli interlocutori sorpresi ma troppo educati per replicare qualcosa.

Ed è proprio l'educazione che alla fine sarà la loro tragedia.
Quella e la curiosità.

La curiosità uccide il gatto, si dice. Niente di più vero.

Colin e Mary vengono loro malgrado risucchiati dall'altra coppia, Robert e Caroline, l'uno con un'infanzia tremenda, l'altra con un segreto che è fin troppo evidente notare. Durante la lettura ci accorgiamo che c'è qualcosa di profondamente sbagliato nel comportamento di Caroline, una sorta di follia sottostante che non abbandona mai completamente le sue azioni (ma è soprattutto presente come una luce sinistra negli occhi, quegli occhi che scrutano sempre Colin, occhi di una belva affamata).

In qualche regione del suo cervello, Mary deve registrare questa "malvagità" nascosta, ma non la mette mai a fuoco. Nemmeno quando si sveglia apparentemente da un incubo e si ricorda della foto. Ma non possiamo dare la colpa a lei o a Colin, loro era semplicemente in vacanza, volevano staccare la spina, non pensare troppo. E magari provare a risolvere i loro normali problemi di coppia, lontani dai figli di lei (avuti dal precedente matrimonio), lontani dalla quotidianità.

Purtroppo Colin attira l'attenzione delle persone sbagliate. Ossessionate e ossessive.

Il romanzo (o novella, vista la lunghezza) è un crescendo di tensione, dalla prima all'ultima pagina, quando tutto si risolve in un climax crudele e "nero" come solo McEwan sa scrivere. Il linguaggio è crudo e quasi spoglio, come ormai ci ha abituati, senza sbavature, senza parole inutili. C'è tutto e solo quello che serve. Alla fine, si gira l'ultima pagina senza la sensazione di inconcluso, non si deve aggiungere niente a quello che già ci ha raccontato. Il luogo, la consistenza dell'aria, i movimenti dei personaggi e le loro espressioni. E' tutto lì. Dobbiamo solo leggere e lasciarci trascinare da loro. Da lui.

Aggiungetelo alla lista dei libri da leggere al più resto se amate lo humor nero, se non volete una storia convenzionale e se siete annoiati dai banali "e vissero felici e contenti".

Anarchic Rain

sabato 19 settembre 2015

L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio di Haruki Murakami

Il penultimo Murakami è un libro diverso. Un libro che mi sentirei di paragonare solo a Norwegian Wood, nella sua produzione. E' un libro che ha protagonisti in carne e ossa (tutti), che vivono situazioni reali e fanno cose concrete. E' un caso che non ci sia nemmeno un gatto? Nemmeno una canzone jazz? Non credo. Musica ce n'è ma è musica classica. Liszt, per la precisione.

Ma non è la stessa cosa.

Io credo che a volte Murakami provi il desiderio di sperimentare, di esplorare nuove strade (come se ne avesse abbastanza di quelle che percorre di solito) e quindi scriva storie in uno stile che non è esattamente il suo.

No, non voglio dire che ha uno "stile" diverso o che scrive "male" (ci mancherebbe proprio), ma lui dà il meglio di sè quando scrive di altri mondi, quando fonde il reale con ciò che reale non può essere, quando parla di gatti (if you know what I mean). Quindi Tazaki Tsukuru è un gran bel libro, con personaggi approfonditi, di gran spessore psicologico, una storia interessante e "giusta" in qualche modo. Esattamente come Norwegian Wood.

Solo che.

Solo che, anche in questo caso, non posso fare a meno di pensare che non sia il Vero Murakami. Il Murakami che mi ha fatto emozionare con La fine del mondo e il paese delle meraviglie, che mi ha fatto venire i brividi con 1Q84, che mi ha intrigata con i racconti.
Vero è che il mio primo approccio con questo autore è stato (come per molti) Norwegian Wood, ma non è con lui che me ne sono innamorata. Che sono caduta, come direbbero gli inglesi.
Per quello c'è voluto il secondo, La fine del mondo..., e tutti gli altri a seguire.

Non voglio nemmeno dire che il mio innamoramento ha subito una battuta di arresto il giorno in cui ho finito di leggere Tazaki Tsukuru, ma ecco, diciamo che se gli altri suoi libri mi fanno viaggiare sulle rapide, sia questo che NW mi cullano come un lago tranquillo.
Non ho niente contro i laghi, ma preferisco le rapide.

Ma parliamo del libro.

Tsukuru è un personaggio molto interessante. Lui pensa di essere una persona semplice, degno dell'ammirazione di nessuno, forse anche un po' ignavo. Ma ovviamente non è così, altrimenti di che stiamo a parla'? Mentre Murakami ce lo racconta scopriamo un uomo con profonde ferite, che è riuscito a superare "il mare buio in cui l'avevano gettato", uno che alla fine ce l'ha fatta.

O quasi.

Come sempre il finale è lasciato all'immaginazione del lettore, alla sua predisposizione e ai suoi desideri. Non sappiamo realmente se Tsukuru abbia trovato finalmente un suo equilibro, ma quello che è certo è che alla fine facciamo il tifo per lui e speriamo di si.

Sara è la donna con cui il protagonista ha una storia. Spesso nei libri di Murakami le donne non sembrano avere un ruolo importante, sempre lasciate un po' ai margini. Eppure è proprio grazie a lei e alle sue (poche) parole che Tsukuru si scuote dal torpore in cui si era costretto a vivere e risolve finalmente le questioni della sua vita lasciate in sospeso. Con due semplici frasi, due brevi apparizioni, riesce a dire esattamente la cosa giusta, quella che serve a lui per prendere una decisione e riprendersi la sua vita. E' un bellissimo personaggio, molto riflessivo, intuitivo e molto indipendente.

Forse dalle protagoniste femminili dei suoi romanzi e racconti, si può intuire quanto Murakami ammiri le donne, spesso più degli uomini. Sono quasi sempre loro a fornire un dettaglio, a dire una frase, a fare un gesto per sbloccare la situazione, a mettere il protagonista smarrito sulla strada giusta, oppure a perderlo definitivamente. Hanno una forza e una capacità di amare e una empatia fuori dal comune e sono sempre fondamentali per l'uomo.

Il passo che ho preferito del libro è una specie di intermezzo che non c'entra quasi nulla con la storia principale (almeno apparentemente).
Ad un certo punto Tsukuru frequenta un ragazzo della sua università, diventano amici e confidenti. Lui si chiama Haida. Haida gli racconta una storia che a sua volta gli è stata raccontata dal padre. Ecco, quella storia è piena zeppa di Murakami. Una storia sospesa in un posto che è reale eppure non lo è. Una storia a metà strada.
Mi sono commossa, quando l'ho letta, perché non me l'aspettavo e mi sono rassicurata (in qualche modo) che il sensei che tanto amo era ancora lì.

Perché leggere questo romanzo?

Ognuno di noi a un certo punto della propria vita si è trovato a un punto di svolta, in un momento critico, esattamente come succede al protagonista. Quando sembra che non ci possa essere via d'uscita.
Questo libro ci sussurra che l'aiuto di cui abbiamo bisogno viene da direzioni diverse: da chi non ce l'aspettiamo e da noi stessi.

Anarchic Rain

domenica 16 agosto 2015

Cujo di Stephen King

Rieccomi qui, dopo qualche settimana di assenza.
In questo periodo a Roma ha fatto così caldo che non si riusciva davvero a vivere. A leggere si, ma poco e male. Ho tentato di leggere il mio primo Faulkner, Luce d'agosto, ma non ci sono riuscita. E' durissima per me abbandonare un libro, ci sono riuscita solo perché mi sono promessa di riprenderlo più in là.

Ma io senza leggere non ci so stare, quindi, a parte qualche leggiucchiata qui e lì di libri già letti, ho iniziato Cujo.
E' la storia di un san Bernardo buono che prende la rabbia e, più che diventare cattivo, fa una strage.
Il direttore d'orchestra è quel genio dello zio King.

Ok, tralasciamo per un secondo il fatto che io amo King e adoro il modo in cui scrive. Mettiamo da parte l'ammirazione pura che ho per la sua immaginazione.
Come potrei, lo stesso, non amare un libro che ti tiene incollato per 380 pagine solo raccontando una singola scena?
Tu sei lì, prima di iniziare a leggere, che ti chiedi cosa mai ci sarà da dire in trecentottanta pagine su una tizia e suo figlio rimasti bloccati in auto, assediati da un cane rabbioso?
Come può uno scrittore tener vivo il tuo interesse di lettore per così tanto, solo con una scena?

Be', King può. E anche bene. E non sarà nemmeno l'ultima volta che lo farà in un libro.

Cujo è uno dei romanzi del ciclo di Castle Rock, sonnolenta ma non troppo cittadina del Maine, epicentro spesso e volentieri di fatti tremendi (insieme a Derry, per esempio).
Il romanzo inizia con questo bellissimo e gigantesco cagnone, che di crudele non ha nulla, anzi, è più un tenero peluche fuori taglia che un cane vero e proprio.
Purtroppo un pipistrello gli passa il terribile morbo e da allora inizia a cambiare.
Per una serie di sfortunati eventi, Donna e suo figlio Tad si ritrovano intrappolati nella loro macchina e assediati dal cane che prima ha ucciso il padre del suo padrone e un suo amico.

Il libro è scritto da vari punti di vista e già questa è una cosa che mi piace. E' come se non ci fosse un narratore onnisciente, come se King avesse nascosto la sua mano in un pauroso gioco di prestigio.
Ma il genio, secondo me, è nel raccontare la vicenda non solo dal punto di vista dei vari protagonisti, ossia Brett (il piccolo padrone di Cujo), Charity (la madre di Brett), Donna e Vic (moglie e marito, che usciranno distrutti da questa vicenda), Tad (figlio di Donna e Vic), Joe Camber (il padre di Brett), Gary Pervier (amico di Joe) e Steve Kemp (il coglione che non manca mai nei libri dello zio, ex-amante di Donna).
Il genio sta che a volte, a prendere "la parola", è proprio Cujo. A volte il lettore è proiettato direttamente nella testa del cane, nei suoi pensieri semplici, che man mano perdono "lucidità" e diventano quelli di un mostro assetato non solo di sangue, ma anche di vendetta contro chi gli ha fatto del male.
Nonostante lui sia il cattivo della situazione, non si può fare a meno di provare compassione per lui, per il suo dolore, per la sua discesa inevitabile verso la follia.

Purtroppo sul finale avrei qualcosa da ridire...insomma, non che non mi sia piaciuto in toto, come certi altri, ma l'ho trovato un po' insulso.
Mi spiego meglio: tenendo conto dell'impostazione che King ha dato alla storia e alla caratterizzazione dei protagonisti, mi sarei aspettata che a rimetterci le penne sarebbe stata Donna e non Tad. Semplicemente per una questione di cerchio che si chiude: Tad ha aspettato tutto il libro che il padre lo salvasse, come sempre era successo fino ad allora, con la Formula Antimostro, il loro rapporto un po' speciale e tutto il resto, perciò sarebbe stato carino che Vic fosse riuscito a salvare Tad e magari non Donna (se proprio uno dei due doveva morire). Non tanto perché il tradimento le fa meritare la morte, ma perché tentando di salvare il figlio avrebbe superato la fase di "traditrice" arrivando a quella di "eroina morta combattendo". Avrebbe fatto più bella figura che non prendere a mazzate un cane morto.

In conclusione, Cujo non è sicuramente uno dei libri del Re che metterei nella top ten, ce ne sono altri che hanno storie più belle e altri anche solo scritti meglio. Ma mi sento lo stesso di consigliarlo, magari come uno dei primi approcci a King, perché anche se grezzo contiene molto della fantasia e della genialità dello zio.
Ogni tanto basta solo avere la pazienza di lucidare il carbone per far uscire i diamanti.

Anarchic Rain

venerdì 10 luglio 2015

Molto rumore per nulla di William Shakespeare

Il Bardo è tornato, ragazzi, e stavolta niente lacrime. O meglio, io ho lacrimato, ma solo dalle grasse risate che mi son fatta.

Iniziamo da capo. Ma proprio da capo.
Tutti quelli che non leggono o leggono poco, o che a scuola erano distratti e se ne fregavano anche delle cose veramente belle, pensano che Shakespeare sia una palla al piede, un depresso, uno sempre pronto a scrivere di duelli e morti atroci e insensate e amori falliti.
Beh, mi dispiace moltissimo per loro, perché non sanno cosa si perdono. Shakespeare fa anche ridere, ridere forte, ridere tanto. E ridere, cari miei, fa tanto bene alla salute.

Questa in particolare è una delle mie commedie preferite, intelligente, divertente, romantica e molto più profonda di quello che può sembrare a una lettura superficiale.

Parliamo prima delle cose semplici, dai, iniziamo soft.
Beatrice e Benedetto, i due protagonisti. Un uomo e una donna (li avrò messi in quest'ordine per caso??) che si sfidano a frecciatine, arguzie, giochi di parole. Lei, una lingua affilata e mordace; lui, un permaloso impenitente ma intelligente. I loro dialoghi iniziali (e anche i successivi) sono quello che tiene su l'opera intera. Giochi di parole che purtroppo/per fortuna si capiscono in lingua originale, quindi vi consiglio se potete di leggerlo direttamente in inglese. Non è difficilissimo (con un testo a fronte è molto semplice) ma la bellezza delle battute originali non potrà essere eguagliata mai, per quanto buona sia la traduzione.
Insomma, due persone di sesso opposto che si stuzzicano a piccole cattiverie verbali (innocenti, perlopiù) come possono finire se non innamorati cotti? Se poi ci mettono lo zampino i loro amici e parenti, ancora meglio.

Accanto a questo "amore giocoso", c'è quello "serio" di Ero e Claudio, un amore puro, virginale, timido (in effetti sembra proprio che i due siano più giovani di Beatrice e Benedetto), che si alimenta con sguardi fugaci e sorrisi appena accennati, con parole misurate ma comunque cariche d'affetto.

A parte tutto il casino da commedia degli errori che accade, accanto a questo tema "leggero" (se mai amore può essere leggero) ci sono altri micro-temi che mi sembrano molto, molto, molto attuali.
Lo straniero, il "bastardo" e l'"inferiore".
Uno dei comprimari, il principe, ha un fratello, anzi un fratellastro che, nonostante abbia commesso molti sbagli (veri e propri crimini in realtà) in passato, viene riammesso in società grazie alla bontà del principe che cerca di riabilitarlo. Purtroppo il cattivo di turno è davvero cattivo, malizioso e gode nel vedere gli altri in difficoltà, per cui alla fine il principe deve arrendersi all'evidenza e gettare la spugna.
Oggi, il tema dello "straniero", del "bastardo" è sulla bocca di tutti per ovvi fatti di cronaca e mi piacerebbe fare una piccola riflessione sull'attualità di uno scrittore inglese che è vissuto nel '600 e quindi è morto da tipo cinquecento anni. Per Shakespeare una persona è malvagia solo dopo che lo si dimostra oltre ogni ragionevole dubbio. Tutti sanno che il fratellastro del principe è un poco di buono, ma finché non ne hanno la prova tangibile tutti lo trattano con deferenza (e un po' di timore, anche). Il principe, nonostante non sia uno sciocco, probabilmente sa che c'è qualcosa che non va nel fratello, però gli concede il beneficio del dubbio. Dovremmo farlo anche noi, penso. Anche quando non è facile.

E qui arrivo all'altro micro-tema: l'"inferiore". Mi dispiace di non aver trovato un termine migliore, ma questo (almeno per quanto riguarda l'opera) calza a pennello.
Tutto il garbuglio di errori in cui protagonisti e comprimari sono caduti viene sciolto "facilmente" grazie a due capoguardie della ronda di notte, due persone sicuramente non acculturate, anzi, diciamocelo, piuttosto rozze e ignoranti, anche nel registro verbale (che risulta piuttosto spassoso al pubblico). Però, oltre le apparenze, sanno fare il proprio lavoro e appena capiscono chi c'è dietro la "tragedia" accaduta poco prima, non esitano ad avvisare subito il principe. Certo, bisogna aver la pazienza di ascoltarli e decifrare le loro parole, però alla fine sono loro che risolvono l'inghippo.

E poi il finale (non rompete con lo spoiler, è una commedia, che vi aspettate??!!) è allegro oltre ogni dire, c'è musica e si balla e tutte le preoccupazioni vengono rimandate al domani. C'è un tempo per soffrire e c'è un tempo per gioire. E decisamente quello era il tempo di gioire.
Musica!

Anarchic Rain

Il popolo dell'autunno di Ray Bradbury

"Si può uccidere il male seppellendolo di risate" SK

Questa è una celebre frase dello zio King. Pensavo fosse uno dei meravigliosi parti della sua mente prodigiosa, ma non è così. O meglio, è probabilmente ispirata al libro di cui mi accingo a parlare. Non lo dico solo per una questione di trama e/o citazione. Lo zio deve a questo "piccolo" capolavoro nientepopodimenochè IT.

Infatti Bradbury ci trasporta in un sonnolento paesino americano, la cui esistenza è nota praticamente solo agli abitanti, tra cui ci sono i nostri due protagonisti: Will e Jim, due grandi amici di quasi quattordici anni. Nati a due minuti l'uno dall'altro, durante la mezzanotte di Halloween.
La prima pagina già ti cattura e ti incuriosisce e non vedi l'ora di saperne di più.
Più si va avanti più inseguiamo curiosi i ragazzi per le vie del paese, mentre sgattaiolano di notte fuori casa, attirati da profumi, suoni, promesse nel vento.
Ma l'orrore comincia subito.
In IT era un pagliaccio "da solo" (si, lo so, rappresenta il male totale, ma sempre un pagliaccio è). Qui abbiamo un intero parco giochi itinerante, con i due proprietari, uno più oscuro dell'altro. Il peggiore, mr Dark.

La storia di una crescita, anzi di due, la storia di un'amicizia, quella d'acciaio, di quelle possibili forse solo finché dura l'innocenza.
Io mi sono subito affezionata ai due ragazzi, ma più che alla voce narrante (Will) a Jim, che mi pare segnato fin dall'inizio. Sembra più maturo dell'amico, eppure quando si tratta di scegliere sbaglia. E alla grande. Per fortuna al suo fianco c'è sempre Will, che spinto dall'affetto sincero per lui vuole salvarlo a tutti i costi.

Ovviamente non vi dico se ci riesce o meno, non sono così crudele da farvi lo spoiler dell'ultima pagina. Però vi posso dire che tutto in questo libro è emozionante.
All'inizio non capivo il perché, non ci sono molti aggettivi, quasi nessun avverbio (King sicuramente pensava anche a lui quando scrisse On writing), però Bradbury riesce a creare la suspance e il desiderio di continuare pagina dopo pagina semplicemente raccontando senza abbellimenti quello che succede.
Bellissime le descrizioni del paese di notte e della radura dove gli itineranti si sono stabiliti.

Ma chi è il popolo dell'autunno? Chi sono questi misteriosi e spaventevoli personaggi che inquietano così tanto Will e attirano nello stesso modo Jim? Sono gli esseri più lontani dall'amore tra tutti gli umani (e non, viene da dire), quelli che si nutrono degli incubi e terrori degli altri.
Una giostra, la più terribile di tutte, ti mostra come sei, come sei stato e come sarai, non soltanto fisicamente, ma anche nell'anima e non si può far altro che (tentare di) fuggire come fulmini. Ma spesso non ci si riesce.
E poi l'altra giostra, quella che stranamente suona una musica a ritroso...qual è il suo maleficio? E perché Jim ne è attratto?

Ragazzi, ho amato ogni singola parola di questo libro.
Quando ero ormai a metà, mi sembrava di aver letto cinquecento pagine e invece in tutto il libro ne ha circa trecento. Ma non perché è lento o noioso, non fraintendetemi. Invece era perché ogni pagina era densa di psicologia dei personaggi, non di quella spiegata a parole, ma intuita dai fatti e da semplici silenzi. Tutto in quel libro va interpretato a fondo, secondo me, pur risultando una lettura molto leggera.

Insomma, alla fine dei giochi, il risultato è che il libro vale ogni singolo minuto speso a leggerlo e che ve lo consiglio non una, non due ma diciannove volte (perché proprio diciannove? Beh, ka -questa è per i kinghiani-).

A presto, carissimi, e diffidate delle promesse facili e degli incanti troppo allettanti.

Anarchic Rain

martedì 30 giugno 2015

La notte eterna del coniglio di Giacomo Gardumi

Un altro horror, stavolta di un italiano. Credo sia il primo che leggo.
Non sapevo dell'esistenza di questo titolo, che poi è anche piuttosto recente (2003, se non sbaglio), ma fa parte della collana horror in uscita con il Sole 24 ore e quindi ho iniziato a leggerlo. Il titolo mi attirava parecchio.

In due giorni l'ho divorato. Che dire, un libro che si lascia assolutamente leggere. Anzi.

Scritto in prima persona da una donna (già questo abbastanza insolito), è ambientato in America, pochi giorni dopo la terza guerra mondiale, in un mondo che ormai non esiste più. Un mondo post-atomico.
Quattro nuclei familiari (apparentemente gli unici sopravvissuti alla catastrofe) sono riusciti a salvarsi grazie alla costruzione avvenuta poco tempo prima dello scoppio del conflitto di quattro bunker anti-atomici.
La protagonista si ritrova nel bunker del padre, insieme ad un ragazzo cinese che si trovava in casa loro per caso; il marito di lei si ritrova in quello del proprio padre, a molte miglia di distanza; poi ci sono una donna e i suoi due bambini in un altro e nell'ultimo una coppia di anziani.
I quattro bunker possono comunicare tra loro uno alla volta tramite un sistema audio/video satellitare.

Fin qui, tutto "normale".

Poi arriva il coniglio rosa.
E le persone nei bunker iniziano a morire. A morire in modo sadico. Prima il marito della protagonista con il padre, poi i due anziani, poi la donna e i bambini.
Inesorabilmente, il cerchio sembra chiudersi sull'ultimo bunker ancora inespugnato.

Ma chi è questo coniglio rosa? Perché vuole sterminare la razza umana? E soprattutto, come fa ad entrare nei bunker, che non mostrano segni di effrazione?

In un ritmo che si fa sempre più serrato, l'autore ci trascina in una storia allucinante, che non parla solo delle azioni umane, ma scava nell'animo, porta alla luce le nostre paure più profonde e anche la nostra follia. Questo romanzo sembra dirci che siamo tutti folli, che messi in condizioni adeguate tutti siamo dei potenziali mostri, ma quello che alla fine ci salva, DEVE salvarci, è la nostra umanità. Questa è l'unica cosa che non dobbiamo mai perdere, insieme alla speranza.

In definitiva questo libro mi è piaciuto. La protagonista non mi è per niente simpatica, a dirla tutta, mi sembra solo isterica (e vorrei vedere, in quella situazione) e completamente fuori luogo. Ma la scrittura è scorrevole, veloce, magnetica. Non sono riuscita a staccarmici per due giorni di fila, finché non l'ho finito.

E' un libro non troppo pesante, nonostante il tema trattato, un ottimo horror/thriller, con un finale buonista che però un po' ci sta. Voglio tenere presente che è un romanzo d'esordio e che magari l'autore non se l'è sentita di concluderlo "male", forse anche per superstizione...

Se vi piace il genere e se volete conoscere un autore nostrano che purtroppo non ha molti libri al suo attivo, allora leggetelo. Non vi deluderà.

Anarchic Rain

mercoledì 24 giugno 2015

Oceano mare di Alessandro Baricco

Là dove la natura decide di collocare i propri limiti, esplode lo spettacolo.

Rieccomi di nuovo a parlare di Baricco.
Questo gioiellino e i due precedenti di cui vi ho parlato, Castelli di rabbia e Seta, costituiscono forse la sacra triade di questo particolarissimo autore. Se volete conoscerlo, dovete iniziare da uno di questi.
Qualcuno non sarà d'accordo, mi dirà che è meglio iniziare da Novecento (se qualcuno ha visto La leggenda del pianista sull'oceano, grandissimo film, saprà o deve sapere che è tratto da questo libriccino), ma io vi dico di no. E vi spiego perché. Novecento è un monologo scritto per il teatro, è un libro (piccolo) straordinario, il personaggio di Novecento è poetico, tenero, formidabile.
Ma se un lettore vuole approcciarsi DAVVERO a Baricco, non può prescindere da uno di questi tre. O da tutti e tre.
Perché io penso che Baricco sia nel profondo uno scrittore "corale", un meraviglioso creatore di piccoli universi e Novecento, per quanto sia stupendo ha un solo punto di vista. Ripeto, per i duri di comprendonio, amo quel monologo e ci ho persino pianto, ma se volete davvero capire Baricco aprite Seta, o Castelli di rabbia.
O Oceano mare.

Questo libro ha una grandissima importanza affettiva per me, perché è un regalo di compleanno da parte di una mia amica (l'ho già detto in uno dei primi post, ma sapete che amo ripetermi) che mi disse (più o meno) che era legata molto a questo libro e che lo avrebbe regalato solo a chi pensava lo meritasse davvero (correggimi se sbaglio, cara M.).
Ebbene, anche per me fu così dal primo giorno di lettura (l'ho letto quasi tutto d'un fiato) quindi siate clementi se mentre parlo mi commuovo, ok?

Mettere il mare al centro della scena non è originale, ma è pericoloso. Il mare è grande e, a volte, perdi l'orientamento.
Per gli avventori della Locanda Almayer (una locanda che cercherò sempre, in tutte le locande in cui mi capiterà di andare) è proprio quello che succede. Perdono l'orientamento ma, strano a dirsi, quando l'hanno perso quasi del tutto, poi lo ritrovano. Si ritrovano. E guariscono. Oppure no.
Molte storie si intrecciano in questa locanda sul mare, le persone che si confrontano sotto il suo tetto sono diverse, hanno obiettivi diversi, fanno sogni diversi.
Ma sono tutte molto, molto fragili e a vegliare su questa estrema, poetica e dolce fragilità ci sono solo dei bambini. Dira, Dol, Dood, Ditz. Piccoli, nessuno ha più di dieci anni. Eppure sono gli unici che possono prendersi cura degli sperduti che arrivano in riva al mare.

Passiamo ai personaggi perché, al di là della prosa sempre stupenda di Baricco, non ci sarebbe storia senza di loro.
Plasson: un pittore che vuole dipingere il mare col mare, che passa ore a mollo in acqua con pennelli e tela, senza mai esserne soddisfatto.
Ann Deverià: una donna che per ragioni man mano più chiare è stata mandata qui dal marito e che sembra diventata un guscio semivuoto.
Barleboom: uno scienziato che sta scrivendo l'Enciclopedia dei limiti della natura, un'opera che per contrasto sembra non trovare mai la fine.
Elisewin: una ragazza che ha paura di vivere, ma vorrebbe tanto farlo.
Padre Pluche: un prete che accompagna Elisewin e che scrive delle preghiere particolari.
Adams: un uomo che verrà svelato a poco a poco e che costituirà il filo su cui si intreccia la storia.
Il misterioso ospite della stanza in fondo al corridoio. Nessuno sa chi è, ma c'è.
L'ammiraglio Langlais: un ammiraglio in pensione con l'ossessione per Timbuktu, che ad un certo punto della sua vita conosce Adams. E niente sarà più come prima.

Come al solito, mi tolgo il pensiero e vi dico chi è il mio preferito. Non senza soffrire, perché mi piacciono tutti i personaggi, davvero tutti. Ma Bartleboom è qualcosa di straordinario. Questo personaggio mi è talmente entrato sotto la pelle che ogni tanto mi vengono in mente alcune frasi che lo riguardano e smetto di fare quello che sto facendo in quel momento per pensarci un po'. Con tenerezza. Potrei citare interi brani a memoria che lo riguardano.
Bartleboom mi ispira non solo tenerezza, ma proprio amore.
E' un puro di cuore e non se ne trovano molti in giro. Per usare un aggettivo del libro, lui è una persona lieve, così lieve che forse è grazie a lui e a quelli come lui che il mondo riesce a star sospeso nel vuoto. E' un uomo paziente: non solo sta scrivendo un libro che probabilmente non finirà mai e che ha molto di fantasioso e poco di scientifico, ma sta anche aspettando la donna della sua vita. E per rendere meno difficile l'attesa, per ingannare l'impazienza, le scrive delle lettere. Semplici descrizioni di quello che gli succede o quello che pensa, così che lei un giorno, leggendole, abbia l'impressione di essere sempre stata amata.
Ecco, mi sono di nuovo venuti i lucciconi.

Adam è l'unico che può competere con Bartleboom nel mio cuore, ma a lui manca quello che in B. c'è in abbondanza: candore. Adam è un uomo segnato dalla vita, un uomo sfortunato e un uomo triste, che non sa o non può in alcun modo mitigare il dolore che se lo mangia. Un dolore che si è presto trasformato in rabbia, una rabbia che ha presto chiamato vendetta. Una vendetta tremenda.
Elisewin ha tentato di curare le sue ferite, ma evidentemente erano troppo profonde e da troppo gli erano state inferte. Non poteva più scrollarsele di dosso.

Elisewin è forse l'unico personaggio (al di là dei bambini) veramente forte del libro. Una ragazza coraggiosa, una che "o la va, o la spacca", una che preferisce rischiare di morire piuttosto che "non vivere".

Plasson è un pittore che, dopo aver avuto successo in società, si stufa e si trasferisce sul mare per dipingerlo. Ma le prime difficoltà sorgono presto: iniziava i suoi ritratti sempre partendo dagli occhi, ormai era così che lavorava...ma dov'erano gli occhi del mare? E ce li ha il mare gli occhi? Forse si. Chissà se riuscirà mai a finirlo un quadro disegnato con l'acqua di mare. Ma forse no. Il mare può stare solo nel mare.

E' un libro magico, un libro che quasi non esiste. Ma succede qualcosa di bellissimo quando si legge, ci si dimentica che il mondo può essere brutto e ci si ricorda che è anche bello. Strano, forse, e incomprensibile. Ma bello, come un paesaggio, come quando sei in riva al mare e il sole sta tramontando e cielo e acqua sono infuocati di rosso. Non è un libro che risolve i grandi interrogativi del mondo. Non c'è nemmeno una trama fitta di eventi, anzi, se vai a fondo di evento ce n'è solo uno (se volete scoprirlo, leggetevelo). E' un libro che attende, che trattiene il respiro, che sta sospeso tra cielo e terra. A me fa l'effetto di una culla o di un'amaca.
Leggetelo e il mondo vi sarà un po' più lieve.

Anarchic Rain

sabato 20 giugno 2015

Ruggine e ossa di Craig Davidson

Un libro duro. Racconti nudi e crudi.

Ho iniziato questo libro per caso, perché ho visto l'anno scorso il film Un sapore di ruggine e ossa e il titolo me lo ricordava. Leggendolo ho scoperto che il film è una crasi tra due racconti ma con modifiche sostanziali della trama. Però devo ammettere che anche il film dà l'idea della durezza. Non è un film facile.

E di certo non è un libro facile.
Mentre lo leggi ti senti quasi disturbato, lo stomaco si stringe un po', le labbra si storcono e gli occhi si strizzano.
Non è da debolucci, ecco, proprio per niente.
Non sono racconti lustri, brillanti, in fondo ai quali c'è redenzione, comprensione, salvezza. Niente del genere. In fondo c'è solo tenebra. O quantomeno una penombra simile a quella che c'è all'inizio di ognuno.

Ogni racconto gronda sudore e sangue, violenza perlopiù gratuita, ma diversa da quella (per esempio) di Arancia meccanica. Non è dettata sicuramente dalla noia, ma da qualcosa di profondo, sicuramente stimolato dai bassifondi in cui i protagonisti vivono o sono caduti per un motivo o per un altro.

Di otto, il primo ti sbatte subito in un mondo (quello della boxe non professionistica) crudele e "breve", visto il grado di violenza quasi senza regole che vi regna. Un pugno allo stomaco, una storia triste, ma non è che l'inizio.
Il secondo forse è il migliore: un uomo ormai nella fossa dell'alcolismo tenta un riscatto attraverso suo figlio (perso ormai insieme alla moglie), ma non gli riesce.
Il terzo è il racconto più crudele di tutti, per me: combattimenti di cani. Di una violenza straziante.
Il quarto parla di un addestratore di orche che perde una gamba e tutta la sua baldanza.
Il quinto è l'unico che forse dona una specie di misera speranza a tutto il libro, e narra di un uomo con la moglie malata di "bradicinesia" che va in giro di notte a recuperare auto non pagate. In un certo senso c'è molta dolcezza in queste righe, quando finalmente lui si scioglie un po' dalla rigida routine e fa affiorare la sua umanità nei confronti di un poveraccio a cui doveva sequestrare l'auto.
Il sesto è su un sessodipendente e ci dà un quadro piuttosto degradante sia della vita dei qualcosa-dipendenti sia delle associazioni che si propongono di fare qualcosa per loro. Ma offre interessanti spunti di riflessione sulla patologia compulsiva del dipendente.
Il settimo è il racconto amaro della vita di un pugile, spezzata a ventotto anni dall'aver ucciso un uomo sul ring. La discesa, la risalita, la piccola ri-discesa, la stasi.

Sono racconti che lasciano l'amaro in bocca, che non ti lasciano l'impressione di tranquillità, che non ti mostrano un mondo in cui va tutto bene e il lieto fine giunge per chi se lo merita. No, no.
"Il mondo fa schifo", questo ti dicono, "e anche se ti impegni potresti non ricevere niente in cambio, perchè al contrario di quello che ti piace pensare nessuno ti deve niente".
Durezza, come marmo.
Pugni non solo virtuali, ma fin troppo reali.

Però secondo me merita e vale la pena leggerlo.
Attenti solo a non farvi troppo male.

Anarchic Rain

martedì 16 giugno 2015

Il pozzo della solitudine di Radclyff Hall

Ho sentito questo titolo solo poche settimane fa.
Mi ha incuriosito la descrizione che ne faceva chi ne parlava: uno dei primi romanzi (se non il primo) a tematica lesbica ad essere pubblicato.
Non avendo mai letto niente su questo argomento, non potevo lasciarmelo sfuggire.

Togliamoci il pensiero, vi dico che mi è piaciuto.

E' una sorta di resoconto della vita (non fino alla morte, però, anzi, molto prima, credo) di una giovane donna dell'alta borghesia inglese, che ha come unico demerito l'essere nata lesbica, o come dice il libro "invertita".
Dal primo disastroso "amore" di bambina, fino all'ultimo (forse, chissà) sempre disastroso di donna ormai adulta, seguiamo l'evoluzione della sua psiche, soprattutto, i suoi ragionamenti spicci, le sue azioni così maschili, sempre.

Cosa strana, non mi sono ritrovata mai a tifare per lei, cioè non ho mai sentito quel trasporto verso Stephen (un nome, un destino, potremmo dire) come se mi coinvolgesse come persona. Non succede, durante tutto il libro, che è anche bello corposo (nell'edizione americana sono poco più di quattrocento pagine, quella italiana sono circa cinquecento).
Questo perché il romanzo ha secondo me un grande difetto: l'autrice, forse anche un po' per paura dell'opinione della gente (è stato scritto ai primi del '900 se non erro), non c'ha messo anima. E' un resoconto, come ho detto, purtroppo abbastanza freddo, della vita di Stephen e niente di più.
Tutte le passioni della ragazza, tutti i suoi momenti bui e quelli allegri (pochi), ogni suo pensiero ci arrivano come attutiti da una nebbia gelata di indifferenza.

Da una parte spero davvero che si tratti solo della traduzione italiana, ma sospetto che non sia così, perché l'argomento trattato era molto scomodo per quel periodo, tanto più che è stato ritirato dal commercio sia in Gran Bretagna sia negli Stati Uniti, e l'autrice e gli editori hanno subito parecchi processi per oscenità.

Però, a volte, tra le righe, oppure appena accennato, in questo libro si sente calore.
Per esempio, quando Stephen porta Mary in viaggio in Spagna, per farla riprendere dagli orrori della guerra; oppure quando finalmente si dichiara a lei; oppure quando apprendiamo la storia di Jamie e Barbara (e anche la loro sorte) e anche le ultime pagine sono bellissime, molto toccanti.
Forse sono questi i momenti più spontanei del libro, non so.

Nonostante la scrittura fredda, Stephen è un grande personaggio. Ora azzardo davvero un paragone improponibile, però nel suo genere mi ha ricordato moltissimo un'altra grande eroina, praticamente coetanea: Scarlett O'Hara. Due donne che sanno assolutamente quello che vogliono e cercano di prenderselo e poi tenerselo con le unghie e con i denti.
Stephen ha solo una cosa di diverso da Scarlett: non ha un briciolo di egoismo (lo dico senza cattiveria, Scarlett è una delle mie eroine preferite!), si fa in quattro per la persona che ama ma anche per gli amici. Non si risparmia mai. E alla fine si sacrifica in modo superbo.
Devo dire che le ultime pagine mi hanno davvero emozionato: anche se si capisce dove vuole andare a parare l'autrice, sono davvero molto liriche.

Una delle cose che mi sono piaciute di più nel libro è il rapporto con Martin, un ragazzo perbene che dapprima si innamora di Stephen (quando sono entrambi molto giovani) e viene da lei respinto, e alla fine avrà ancora un ruolo fondamentale nella sua vita.
Stephen non è come gli altri invertiti descritti nel libro, non è miserevole, non è destinata a stare ai margini della società (è infatti non solo la discendente di una famiglia ricca, ma anche una scrittrice famosa ed ammirata), e la sua amicizia con Martin lo dimostra: lui non è della "sua specie", è un ragazzo eterosessuale, benestante, carino, simpatico e colto. Stephen ama stare in sua compagnia perché lei semplicemente non si sente "diversa". Lei è quello che è e, come dice a sua madre, sono i suoi genitori e Dio ad averla fatta così, non ha chiesto lei di esserlo, quindi non ha colpa. Può semplicemente essere solo quello che è. Ed essere amica di un maschio la fa sentire bene perché lei dentro è come lui.
E quello di cui non si rende conto quasi nessuno, tranne suo padre, morto troppo presto, e Mary, il suo grande amore, è che Stephen è una persona straordinaria, che vive la sua vita con coraggio e cerca di essere quello che sente dentro, ossia un uomo. Lei si sente assolutamente "maschio", solo che il suo corpo l'ha in un certo senso tradita, diventando un corpo di donna.
Ma la sua furia cieca, la sua passionalità, i suoi modi rudi anche se gentili, per non parlare dei suoi gusti sessuali, sono in tutto e per tutto maschili.

Quello che mi dà un po' fastidio è che l'autrice tratta gli invertiti come se fossero malati (fin dalla nascita, ma pur sempre malati) e cerca in ogni modo di giustificarli.
Fortunatamente, oggi non la pensiamo più in questo modo (o almeno non tutti).

Secondo me vale la pena di leggerlo, anche se è un po' lungo e forse ci sarebbero piccole parti che si potevano abbreviare.
Ne vale la pena perché Stephen è un personaggio affascinante, solitario, come un unico essere umano che riesca a raggiungere una vetta imponente da solo e si ritrovi lì a guardare in basso la nebbia che avvolge la valle.
E' proprio così che immagino lei, alla fine del libro. Sfinita, ma in un certo senso pronta a rialzarsi.

Anarchic Rain

PS: ho usato il termine "invertiti" non perché mi piaccia, ma perché è quello usato nel romanzo.

lunedì 8 giugno 2015

Personaggi maschili della letteratura

Spesso, per non dire praticamente tutti i giorni, su siti famosi, quali Buzzfeed e Libreriamo, solo per citarne due, si stilano classifiche su classifiche che riguardano molte cose. Non possono ovviamente mancare i più fighi del reame.

Prima di aggiungere altro, vorrei fare la solita premessa: le liste, cari tutti, lasciano sempre il tempo che trovano. Sono inutili e in più non sarebbero neppure fattibili realmente. Una lista non potrà mai essere assoluta, ci sono infinite variabili da considerare, per esempio il genere letterario, il sesso dello scrittore (non sembra, ma cambia le cose) e di chi stila 'sta lista famigerata, il ruolo del personaggio in questione nel libro (protagonista, antagonista, comparsa -perché no-). E ovviamente il target di età.
E' proprio a causa di quest'ultima variabile che sto scrivendo questo post.
Insomma, dai, ammettiamolo: se sei una quindicenne in piena tempesta ormonale e, magari, ne capisci poco di letteratura (nel senso che ancora non hai una cultura molto vasta), mi aspetto tranquillamente che il tuo eroe sia un certo tipo di vampiro sbrilluccicoso (ma perché torno sempre a prendermela con quel poveraccio???) o un certo tipo di sadico babbione ricco e "misterioso" (riecco pure lui); mentre se sei una pacifica cinquantenne magari ti interessa un personaggio moralmente più elevato (non che ci voglia molto rispetto ai primi due, ma giusto per), diciamo un uomo anche non bellissimo fisicamente ma che magari è passato attraverso molteplici vicissitudini che lo hanno forgiato nello spirito.

Quindi, per riassumere, ogni lista è carta straccia.

MA!
C'è un "ma": voi che state leggendo questo blog forse, dico FORSE, avete capito che io ADORO le liste. Quindi prendo la palla al balzo e faccio anche questa.
Mancheranno moltissimi personaggi, perché non ho letto TUTTI i libri del mondo, e altri magari non vi piaceranno, ma oh, io ve l'ho premesso: carta straccia.

Se avete avuto la pazienza di leggere fino a qui, possiamo cominciare. Andiamo in ordine crescente dal numero 10 al numero 1.
Precisazione ultima: a parte i primi tre, gli altri possono stare in qualsiasi ordine, non ha importanza.

10 - ANDRE' GRANDIER: iniziamo con un personaggio dei manga, ma come ben sapete leggo anche i fumetti e per me il più figo personaggio in 2D è lui: protettivo, bello, dolce, silenzioso, sempre un sostegno per la mia amata Oscar (che, nonostante il nome, non posso mettere in questa lista, mannagg!)

09 - JULIEN SOREL: il protagonista de Il rosso e il nero non può macare; bello (un po' pallidino), intelligente, ambizioso (forse troppo, a un certo punto) e passionale. Un mix letale direi!

08 - EDDIE DEAN: non sarà certo l'unico personaggio de La torre nera a figurare in questa classifica, ma cari miei, Eddie se lo merita cento volte! E' bello (chiaramente), all'inizio è un ragazzino sciocco e vano, ma con il passare delle pagine cresce e matura fino a diventare un Uomo coi controc... Chi non lo vorrebbe a fianco? Io si.

07 - MR DARCY: vabbè, mi piace vincere facile, con il figo letterario per antonomasia, ma come non citarlo? Misterioso, di bell'aspetto, ricco, burbero quanto basta, ma uno zuccherino se si innamora. Qualcuna ancora non è caduta?

06 - MR KNIGHTLEY: secondo me la Austen non ha scritto Emma solo per parlare di lei (la sua preferita, stando a quanto ha dichiarato). Ma (sospetto) anche per creare il più tenero personaggio maschile della sua intera produzione; bello, ricco, protettivo, divertente e anche geloso (questo è il lato tenero)...penso che si sia divertita molto a scriverne!

05 - RALPH TOUCHETT: ecco, lo so che forse lui non dovrebbe stare nella classifica dei più fighi, perché sostanzialmente non è figo, però ce lo metto lo stesso per due motivi: primo, la lista è mia e faccio quello che mi pare (ahahah), e secondo, perché in realtà un po' figo lo è, in senso lato. In fondo si sacrifica per la persona che ama, considerando che rimane in un posto con il clima perfetto per ucciderlo solo per stare accanto alla donna che ama. Se non è figaggine (anche) questo, allora non so.

04 - LESTAT DE LIONCOURT: il vampiro più figo della letteratura; perché ho messo lui e non Dracula? Semplice, cari miei: Dracula non ha mai fatto un concerto rock. Chiaro il concetto, no?

03 - ROMEO MONTECCHI: il quindicenne che tutte vorrebbero aver incontrato! Passionale, folle, generoso, bravo con le parole e svelto nei fatti. Un sospiro per lui si tira sempre.

02 - ANDREIJ BOLKONSKI: per lunghi anni, fino a dicembre del 2014, lui è stato al primo posto nella mia classifica personale...ora è sceso solo di una posizione, ma sempre sul podio merita di stare perché è bello, ricco, affascinante, nobile (di modi e di spirito, oltre che per nascita), malinconico, tormentato, appassionato. Non posso dire altro, ho un groppo in gola.

01 - ROLAND DESCHAIN OF GILEAD: l'ultimo della sua stirpe, il pistolero più veloce del West (ah, no, scusate, quello era un altro, ma vabbè), l'uomo che porta addosso il suo destino come una seconda pelle. Roland è bello (ok, non è giovanissimo ed è segnato dalle sue mille avventure, ma chi ha letto La sfera del buio sa cosa intendo), coraggioso, forte, sexy (si si, lo è, fidatevi), divertente (a modo suo e molto a tratti, ma lo è), un ballerino strepitoso (l'avete visto quando balla la Commala?), tormentato (quindi un ottimo affare per noi crocerossine mancate), leale e magnetico. Non ci scordiamo per favore i suoi meravigliosi occhi azzurri. Io sono caduta al primo colpo (di pistola).

Eccoci in fondo, carissimi.
Spero vi siate divertiti a leggere la lista almeno la metà di quanto mi sono divertita io a farla.
Mi piacerebbe conoscere la vostra adesso e spero di leggere qualche personaggio che non ho potuto inserire nella mia!

Anarchic Rain

lunedì 1 giugno 2015

Scelti dalle tenebre di Anne Rice

Nonostante abbia già profusamente parlato delle Cronache dei Vampiri della signora di New Orleans, non sono riuscita a trattenermi: Scelti dalle tenebre, ossia The vampire Lestat, è il mio preferito della saga (per ora sono dieci libri, ma presto uscirà l'undicesimo).
Il primo libro, Intervista col vampiro, letto a 13 anni, mi era piaciuto da morire e, in seguito, sono venuta a sapere che ce n'era un altro (non c'era internet a quei tempi, o comunque io ancora non ce l'avevo, quindi l'ho saputo solo per caso e molto dopo), per cui non ho avuto esitazione a prenderlo.

Scelti dalle tenebre (mando ancora anatemi a chi ha tradotto in questo modo il titolo, porca miseria) è l'autobiografia del coprotagonista del primo libro, ossia di Lestat de Lioncourt, uno splendido esemplare di vampiro che viene presentato come un mostro spietato da Louis de Point du Lac.

Lestat, dopo aver letto l'Intervista, decide di scrivere il suo libro per correggere tutti gli errori di valutazione (seppur involontari) di Louis.
Scopriamo così un personaggio affascinante, trascinante, pieno di vita, che viene trasformato in vampiro contro la sua volontà e tutto quello che gli è capitato dopo è figlio di questo miscuglio di vitalità prorompente e rifiuto della sua nuova condizione. Ma forse parlare di rifiuto non è esatto: Lestat fin dalla sua prima notte incarna il vampiro perfetto, sensuale, audace, preciso, assassino solo di malviventi. Proprio per questo cerca di vedere quello che fa come un bene per gli esseri umani.
Ecco, rifiuto nel senso che non si rassegna ad essere un mostro relegato ai margini del mondo, ma anzi, si butta a capofitto proprio in quel mondo che non capisce (non riconosce) la sua esistenza.
Quindi diventa prima proprietario di un teatro, dove vampiri si esibiscono confondendosi tra gli umani e poi, dopo il suo risveglio, nel 1985, una star del rock, in un mondo disincantato che non crede più in niente.

Il libro è suddiviso in vari capitoli, che riguardano la sua vita prima di essere trasformato, i suoi primi anni da vampiro, la trasformazione di sua madre per evitarle la morte, l'incontro con Marius e soprattutto Akasha, i piccoli "ritocchi" alla storia dell'Intervista e poi il finale, grandioso, del concerto rock a cui vanno tutti gli immortali più antichi.

Lestat è nato ribelle: questo ci dice il racconto della sua infanzia/adolescenza. E non era solo ribelle: era anche assetato di conoscenza e vita. Era curioso, faceva domande, voleva sapere quanto più possibile. Un ragazzo esuberante di mente e di corpo.
Poi, d'un tratto, arriva il suo primo amore.
Chi conosce la Rice sa che non deve aspettarsi una cosa banale, scontata, già letta.
Ebbene, Lestat si innamora follemente di Nicolas de Lenfent, ossia Nicki, un giovane del villaggio che a sua volta lo ricambia.
Scappano insieme a Parigi ed è l'inizio della fine: Nicki è sempre più triste e cinico, ormai i momenti di felicità tra i due si contano sulle dita di una mano, ma Lestat non molla ancora. Non credo che avrebbe mai mollato se non fosse stato rapito da Magnus, colui che lo trasforma in una creatura della notte.
La storia d'amore con Nicki è il mio più grande rimpianto del libro: io amavo quei due insieme! Come è potuto succedere che si separassero con tutto quell'odio? E perché? Era davvero necessario?
Secondo mrs Rice si. Come lo so? Perché gliel'ho chiesto: lei gestisce personalmente la pagina facebook e risponde a tutti (perlomeno a me ha sempre risposto) e alla mia domanda "Sarà mai possibile resuscitare Nicki con una spiegazione qualsiasi e far sì che lui e Louis combattano per il cuore di Lestat? E la regina mi ha risposto di no, perché la morte di Nicki era assolutamente necessaria e che il suo carattere negativo non era assolutamente un bene per Lestat. Be', che dire, non sono assolutamente d'accordo, ma dovrò farmene una ragione, suppongo...

Ma in effetti Nicki non è stato il primo amore di Lestat. Lui era già innamorato, e anche in seguito ha continuato ad esserlo, di Gabrielle, sua madre, che noi conosciamo all'inizio come una donna fredda, dal carattere controllato, ma anche lei innamorata del suo ultimogenito. E' grazie a lei se Lestat e Nicki possono scappare a Parigi per inseguire i loro sogni.
E lei è anche il primo essere umano che Lestat trasforma in vampiro: Gabrielle è molto malata e sta per morire e Lestat capisce solo che non vuole perderla...senza pensare alle conseguenze la trasforma.

Povero Lestat! Ogni sua decisione, pur dettata sempre dall'amore, risulta essere se non sbagliata, quantomeno sfigata. Gli si rivolta quasi sempre contro.
Salva sua madre da morte sicura e lei, per tutta risposta, lo abbandona per secoli, nonostante l'evidente bisogno di lei che ancora lui ha.
Trasforma Nicki quando lui lo implora di farlo e lui gli si rivolta contro prendendolo a parolacce, prima di essere mutilato e di suicidarsi in una pira.
Finalmente rintraccia Marius, che gli racconta dei primi vampiri mai esistiti, Coloro-che-devono-essere-conservati, glieli fa conoscere e lui combina un casino, involontariamente, costringendo Marius a cacciarlo da casa sua.
Conosce Louis e, in un altro lampo di genio, lo trasforma perché gli ricorda Nicki, e Louis lo ammorba con la sua "malattia della mortalità".
Per legare Louis a sé trasforma Claudia in una vampira. Peccato che lei abbia solo cinque anni e altri non la vedano di buon occhio. Infatti la uccidono.
Insomma...un vero furbo, il nostro amato Lestat.

Eppure io lo amo. Non posso farci niente, mi piace un sacco, è un personaggio completo e sempre coerente con il suo carattere. Il suo brio, la sua "innocenza" (so che è difficile da credere, ma vi giuro che per certi versi è davvero innocente), la sua continua curiosità. E soprattutto il suo infinito amore. Insomma, mi sembra lecito pensare che dopo quasi trecento anni uno sia un po' stufo, almeno ogni tanto, che ne so, delle persone, della vita in generale. Invece no, lui è un entusiasta. Tutto lo affascina e vuole provare tutto.
Ogni tanto mi piacerebbe dirgli di prendersela con più calma, che ha tutta l'eternità, ma poi in effetti perché dovrebbe? Può essere e fare quello che vuole, quando vuole e per quanto vuole. Forse è questo che gli invidio più di qualsiasi altra cosa. La libertà più pura.

Nonostante il mio sfrenato (?) amore per Nicki, devo ammettere che anche Louis mi ha catturata. Forse perché è il protagonista della prima cronaca o forse perché Lestat lo ama tanto, ma è un personaggio che mi provoca sempre un sorriso di dolcezza.
C'è una scena stupenda in questo libro, verso la fine, poco prima del concerto rock. Lestat è nella sua casa ed è quasi l'alba ma lui non vuole andare a riposare, quando si accorge che qualcuno è nel suo giardino, eludendo tutte le misure di sicurezza. Dopo una prima reazione di allarme, si rilassa perché sa chi è la figura alta e magra che gli viene incontro. Non potrebbe mai dimenticarlo.
Louis è riuscito a trovarlo e, a rischio della vita, si è intrufolato in casa sua.
Si guardano, non riescono a parlare perché entrambi sono emozionati, e si abbracciano. Non troppo a lungo, ma in quell'abbraccio c'è tutto. Ci sono i decenni di separazione, le incomprensioni, i rimproveri, i litigi, i sentimenti di vendetta. E c'è amore, ovviamente.
Nessuno può fare a meno di amare Lestat, perché lui stesso è tanto pieno di amore che sembra gliene avanzi sempre un po'.
Mi commuovo sempre in quelle ultime pagine.

E, fortunatamente, non ho smesso di commuovermi con gli anni: nell'ultimo libro delle cronache finora uscite, le ultime pagine sono dedicate proprio a Louis, che pensa con amore a Lestat e mi fa commuovere esattamente come allora.

Unica nota stonata del libro è Marius. Lo ammetto, non mi è mai stato simpatico, con quella sua aria da so-tutto-io che ha sempre e quel noioso paternalismo che ostenta in continuazione nei confronti di tutti. Specie in questo libro: si, va bene, abbiamo capito, tu hai protetto per secoli i progenitori, ti sei sacrificato per tutta la vita, sei un figo e blablabla...e allora? Chi te l'ha chiesto. Infatti poi quando lo capisce, finalmente, ha un crollo nervoso (ahahah).

Leggete questo libro, appassionati lettori, perché è emozionante e secondo me può prendervi anche se non amate le storie di questo genere.
Se siete perplessi dal numero di libri della saga, non preoccupatevi, potete tranquillamente leggere solo i primi tre, che costituiscono una trilogia a parte, fatta e finita.
Provateci e ovviamente ditemi cosa ne pensate!

Anarchic Rain

domenica 31 maggio 2015

Io sono leggenda di Richard Matheson

Dopo un po' eccomi di nuovo tornata al mio amore di sempre: l'horror.
Ebbene si: sono (anche se forse lo ero più da adolescente) una horror-dipendente, ogni tot libri devo assolutamente leggerne uno di genere, altrimenti sto fisicamente male ahahah! Per non parlare di quando mi prende la fissazione e allora leggo SOLO quello per mesi...vabbè, in realtà cerco di variare molto le mie letture, anche se non abbastanza (per motivi di tempo, ovviamente).

Invece ieri ho letto questo romanzo breve (o racconto lungo, vedete voi), di un grande della letteratura horror di tutti i tempi, romanzo di cui ho visto il film quando uscì tanti anni fa. Mea culpa, non avevo idea che fosse un libro, quindi sono andata a vederlo inconsapevolmente. Poi, una volta al cinema, ho scoperto l'inghippo. Non ho avuto il coraggio di leggere il libro fino a ieri.

Non che il film non mi sia proprio piaciuto, anzi, all'epoca mi spaventò talmente che dormii per parecchi giorni con la luce accesa (oh, che volete, ero a casa da sola e mi ero fatta suggestionare non poco!). Però non è uno di quei film per i quali si grida al capolavoro. Per carità, Will Smith è stato bravissimo, le scenografie molto suggestive e mi pare anche la colonna sonora, però non mi ha lasciato molto.
E so anche perché: tutta colpa del finale. Un finale insipido, buonista e fin troppo americano.
Quindi avevo paura di approcciare il libro perché non volevo essere delusa.

Ingenua che sono.

Ray Bradbury ha detto di lui: Richard Matheson merita il nostro tempo, la nostra attenzione, e un grande affetto".
Non poteva dire di meglio. E, naturalmente, aveva perfettamente ragione.

Il libro è bellissimo, togliamoci subito 'sto dente. Bellissimo.
Robert Neville è (forse) l'ultimo uomo sulla terra e deve vedersela ogni giorno (e ogni notte) con due tipi di mostri: quelli che lo braccano al calar del sole e che vogliono bere il suo sangue, ossia gli esseri non più umani, morti di una strana epidemia, risorti come vampiri; e quelli che invece abitano la sua mente, sua moglie e sua figlia, coloro che lui ha ucciso per vivere, e il più temibile di tutti, ossia lui stesso, la sua coscienza, l'unica con cui può ancora silenziosamente conversare.
Un libro parecchio claustrofobico. Non come La strada di McCarthy, che pure lo è molto, ma in un modo diverso. Neville sa che al calar del sole arriveranno i vampiri, sa che ormai lui è diventato una specie di sfida per loro, che non si daranno pace finché non riusciranno ad ucciderlo.
E lui, dapprima disperato e rifugiatosi nel whisky, diventa sempre più metodico, comincia a studiarli, a raccogliere prove, evidenze scientifiche per cercare una cura, per riportare la situazione alla normalità. Più o meno. Ma è solo, davvero solo, e non è sempre facile continuare a credere.

Poi, all'improvviso, una fievole speranza.
Una donna. Viva, forse. Impaurita, di certo. Dopo una prima diffidenza, Robert cede al suo desiderio di vivere, alla stanchezza ormai della solitudine, che per tre anni l'ha tenuto incatenato, al semplice richiamo dell'altro sesso.
Ma questa speranza viene subito spenta. E poco dopo muore, lui, l'ultimo uomo (vivo) sulla terra, diventato ormai una leggenda, come prima lo erano i vampiri per quelli come lui.

Il libro pone delle domande davvero importanti, e tragiche, soprattutto: chi siamo veramente? Che diritto abbiamo di vivere al posto di altre specie? Cos'è la normalità? Chi ha il diritto di decidere?
La risposta sembra una: la maggioranza.
La maggioranza è semplicemente la forza superiore, che decide tutto: chi vive, chi muore, chi è nel giusto e chi no, chi è normale e chi no.
Quindi Einstein aveva davvero ragione: tutto è relativo. Tutto è relativo.
Ma allora, tutto quello che l'uomo costruisce, tutto ciò per cui lotta, tutto quello che accumula, un giorno, per una ragione qualsiasi, potrebbe non avere più valore? Esatto.
Matheson ci sbatte in faccia il nostro orgoglio e ci dice di stare assolutamente all'erta, perché tutto cambia, prima o poi, per una ragione o un'altra, per quanto impossibile o fantascientifico possa sembrare. E la nuova maggioranza potrebbe decidere che non siamo più in diritto di vivere liberamente.
Certo, non che sapendolo possiamo farci niente, quando e se il momento arriverà, ma potrebbe insegnarci qualcosa su come vivere la nostra vita adesso.

Se non l'avete mai letto, fatelo, perché è un libro che apre la strada a molti interrogativi e non vi farà male pensarci, ogni tanto, mentre nuotate, mentre oziate, mentre vivete.

Anarchic Rain

giovedì 28 maggio 2015

Ritratto di signora di Henry James

Questo è quello che si dice (almeno per me) un ritorno (mio) in grande stile!
Henry James è americano, ma un americano atipico, che ha "rinnegato" il suo Paese per l'eterna rivale Inghilterra. E' un uomo che ha viaggiato, un uomo istruito e un uomo curioso. Ha scritto moltissimi romanzi e racconti, di generi molto diversi tra loro e io sono ancora lontana dall'averli letti tutti, ma una cosa posso affermarla, almeno al momento.

Ritratto di signora è il suo capolavoro.

E' un libro completo. La protagonista, la signora del titolo, è anch'ella un'americana "trapiantata" non (tanto) in Inghilterra, ma in Italia. Un'Italia che per James non è il Bel Paese, ma un posto angusto e triste, in cui spesso e volentieri piove e in cui la società è cinica e crudele.

E' anche un libro strano. Per dire: Isabel Archer è l'indiscussa protagonista eppure il libro inizia e finisce che lei non c'è. I momenti salienti della sua vita, nel corso del libro, ci sono solo accennati, spesso per bocca di altri personaggi. Come mai? Eppure lei domina ogni pagina, specie quelle in cui non compare. Si parla sempre di lei, i personaggi la ammirano, la amano, la odiano, la adorano, la fraintendono. Non c'è quasi bisogno per lei di apparire. Aleggia nell'aria del libro come un profumo stupendo. E anche molto triste. E solo, nella sua bellezza.
Lei è sfuggente, ma penso che l'autore in questo modo voglia darci l'impressione che Isabel non sia la vera artefice della sua vita e che ne sia quasi solo spettatrice. Per questo sentiamo quello che le succede dagli altri.
Tranne che quando si tratta di Ralph.

Ralph Touchett è il cugino di Isabel, figlio della sorella della madre, e fin dall'inizio sappiamo che è molto malato e che forse non arriverà mai ad essere vecchio. Ma fin dall'inizio lui è anche molto interessato alla cugina, che ha conosciuto da poco, e ho usato il termine "interessato" non a caso. Si potrebbe dire che ne è innamorato, ma come lui dice giustamente a Isabel verso metà libro, è un amore senza speranza, proprio per la sua malattia, quindi si limita ad osservare con una sorta di dolcezza la cugina per vedere cosa ne farà della sua vita.

Dicevo, quindi che quando si tratta di Ralph, la situazione cambia. Isabel diventa in qualche modo protagonista, come se stare con lui la faccia finalmente sentire viva e di questo noi lettori ci accorgiamo subito.
Il litigio in giardino quando lei decide di sposare Osmond, per esempio. Magistrale.
Oppure, dopo il matrimonio, il disperato tentativo di lei di nascondere la sua infelicità. Commovente.
Oppure il momento della verità, verso la fine del libro. Stupendo.

Per tutto il tempo, Isabel sembra condannata ad essere una pedina nelle mani di altri. Ma Ralph invece si dà da fare per aprirle gli occhi, quegli occhi ostinatamente chiusi pur essendo spalancati.
Lei, tanto intelligente eppure caduta nella tela del ragno di sua spontanea volontà.
E forse li apre, per un secondo, per un attimo, per troppo poco secondo me. Sto parlando dello splendido capitolo in cui Isabel rimane da sola accanto al fuoco e i suoi pensieri ricostruiscono la sua vita fino ad allora e lei si accorge...qualcosa...forse una luce. Chissà.

Sapete, all'inizio del libro, Isabel potrebbe anche risultare un po' antipatica, un po' snob, per esempio quando rifiuta in continuazione proposte di matrimonio vantaggiose. In fondo, cosa potrebbe sperare di più una donna? Invece per lei non è così, vuole viaggiare, sperimentare, conoscere la vita. Ha una mente colorata e un'intelligenza vivace e poi è simpatica...no, decisamente non si può odiarla.
Ma poi in noi subentra la compassione, quando leggiamo le pagine dei suoi errori, quando cerchiamo quasi di avvertirla di dar retta a Ralph, di stare attenta a Osmond. Ma lei non ci sente. Va per la sua strada. Peccato.
Però non smettiamo di fare il tifo per lei.

Cosa mi è piaciuto di questo libro? Come se non si fosse capito, la protagonista. E tutti gli altri personaggi, effettivamente, persino quel verme di Osmond.
Perché? Perché James sa scriverli. Ognuno è caratterizzato nei minimi dettagli, ognuno ha uno spessore proprio, uno spessore morale, una psicologia approfondita. Tutti hanno più sfaccettature, ma forse da questo punto di vista il personaggio migliore è Madame Merle. Colei che tira i fili della vita di Isabel fin dal primo incontro, colei che sa manovrarla senza darne l'impressione. Le sue motivazioni, i suoi scopi, tutto sarà chiarito alla povera Isabel, ma forse sarà troppo tardi.

Forse.
Il finale non lascia molto spazio all'immaginazione, però mi piace pensare che non sia finita lì, che James non abbia avuto il tempo di raccontarci tutto, che magari un'altra piccola spinta e lei finalmente ce l'ha fatta. Chissà.

Un'ultima cosa.
Ebbene si, anche da questo immenso libro hanno tratto un film. E devo dire che la regista australiana, Jane Campion, non mi ha deluso manco stavolta. Fatta eccezione per il fatto che Isabel non l'avevo immaginata così, è comunque un film fedele allo spirito del libro, anche se il finale resta aperto: non sappiamo veramente quale sarà la scelta che farà e possiamo immaginare quella che più ci piace.
Mi è piaciuto molto, anche se (devo davvero ripeterlo???) il libro è nettamente superiore.

Insomma, carissimi, datemi retta: prendete il libro, aprite la prima pagina e cominciate a leggere. Non vi sembra di stare davvero su quel prato a prendere il tè? Non sentite l'aria della campagna inglese intorno a voi? E poi, da lontano, non vedete una figura snella che si avvicina a passo sicuro? E' Isabel e sta venendo a raccontarvi la sua storia. Statela a sentire, non potrete pentirvene.

Anarchic Rain

martedì 12 maggio 2015

22/11/63 di Stephen King

Nel titolo già ci sono le due cose che dovrebbero farvi fermare a riflettere: da una parte c'è forse una delle date storiche più famose al mondo; dall'altra c'è lo scrittore vivente tra i più famosi al mondo.

Cos'hanno in comune King e JFK?
Vediamo un po'.

Lo zio ha dichiarato che erano decenni che voleva scrivere questo libro, addirittura dal 1972 o giù di lì, ma non aveva mai approfondito troppo la cosa, pensando che fosse troppo presto per mettere il dito nella piaga. Ma il 2012 a quanto pare, gli è sembrata una buona annata.

E aveva ragione, porca miseria.

Probabilmente l'ho già detto in qualche altro post, perciò se l'avete letto sopportatemi, grazie.
Nell'ultimo decennio, King è cambiato e cambiato è anche il suo modo di scrivere. Cosa normalissima, ovviamente, essendo un autore che sta sulla piazza da 40 anni e per di più è anche prolifico. Ma le sue ultime opere non mi avevano fatto impazzire.
E poi comincio a sentir parlare di questo libro (quasi ottocento pagine, mica fraschette) e, come al mio solito, ho paura di leggerlo. E se piace a tutti e a me no? E se ci rimango male? E se faccio la figura di quella incontentabile?
Vabbè, non ve la tiro per le lunghe, nove giorni fa l'ho preso e ho cominciato a leggerlo.

Dire che non sono più riuscita a staccarmi dalle sue pagine non rende assolutamente l'idea. Forse per farvi capire posso dirvi quello che ho combinato ieri sera (domenica): mi metto a letto e mi dico che leggerò solo poche pagine per addormentarmi, anche perché me ne mancavano ancora più di duecento per finirlo.
Risultato: stamattina (lunedì) alle 5:10 il libro era finito e io, dopo due ore e mezza di sonno, sono andata a lavoro che sembravo la controfigura degli erranti di The walking dead.
Pace. Riposerò quando sarò morta.

Il libro è bellissimo.
Non solo.
Il finale è uno dei pochi che King ha reso alla perfezione. Non ha tolto niente al libro e ha aggiunto emozioni a manciate. E per chi è un Fedele Lettore significa molto, perché King di solito è fiacchino sui finali.

La storia è geniale nella sua semplicità: cosa succederebbe al mondo (americano e non) se uno dei presidenti più amati della storia (o forse addirittura il più amato) riuscisse a sopravvivere all'attentato del fatidico 22/11/63? Diventerebbe un posto migliore? Gli verrebbe risparmiata la guerra del Vietnam? Sarebbe un posto più bello per tutti?
Il protagonista si lascia convincere che sarà sicuramente così e quindi, attraverso un portale spazio-tempo, torna indietro al 1958. Mancano ancora cinque anni all'ora X e il nostro Jake/George si fa una vita, nel frattempo o almeno ci prova.
Non sto ovviamente a raccontarvi il libro, leggetevelo se vi va (e io spero sia così), però posso dirvi perché mi è piaciuto così tanto.
Ultimamente sembra che legga solo libri da quattro stelle (su cinque) e per me è davvero una novità, ma che volete, ogni tanto si imbrocca la via giusta.

I motivi per cui secondo me il libro è da top 5 tra quelli di King sono:
-il protagonista: ragazzi miei (e soprattutto, ragazze mie), Jake Epping è una gran brava persona. Umile, gentile, tenero da una parte. Risoluto, onesto, riflessivo dall'altra. Come non innamorarsene o farne il proprio modello? Personalmente mi sono innamorata a prima riga, quando ci parla della sua ex-moglie alcolista, in un crescendo di stima fino allo sbocciare del sentimento vero, quando si tratta di Sadie;
-la scrittura: inutile star qui a ripeterlo, lo so, ma King è davvero un mago quando deve portarti da qualche parte. Tu sei lì e, quando staresti per dire "Ma non è possibile!", ci sei già dentro e non puoi più dirlo, perché in quel momento invece è possibile! E' la stessa storia di sempre: lo zio riesce a farti sembrare reale un mostro che si nutre delle paure degli esseri umani, figuriamoci un portale del tempo! Una bazzecola per lui;
-il finale: un vero colpo di genio. Starò attenta a voi sensibili dello spoiler e non rivelerò niente, anche perché è talmente bello da leggere che non vorrei rovinarlo proprio a nessuno...però lasciatemi dire che, nonostante all'inizio ti spiazzi, è davvero l'unico finale possibile.
Il tempo si prende sempre la sua rivincita, certe volte lasciandoci vincere qualche battaglia minore, certe altre prendendoci a calci in faccia;
-i comprimari e i personaggi minori: per comprimari intendo Sadie (ovviamente) e Al, due personaggi che possiamo tranquillamente definire vivi, quasi uscissero dalla pagina in 3D; Al è il classico sognatore, quello che non manca mai nei libri dello zio. Sadie è la donna, anzi la Donna, quella per cui tutto vale la pena. Anche questo è un personaggio che raramente è mancato nei suoi libri, mai nei suoi capolavori. Lo zio ha una gran capacità di tratteggiare le figure femminili forti e quasi indomite, sempre intelligenti e, ovviamente, con un gran senso dell'umorismo. Ho sempre amato questa cosa... Un personaggio minore è Harry Dunning, il bidello della scuola in cui insegna Jake, che rappresenta un po' la miccia che accende la fiamma del protagonista. Mi è piaciuto il modo in cui King lo ha fatto tornare poco prima della fine del libro, come in un cerchio che si chiude.
Perché il passato è sempre in armonia con se stesso.
Ammetto che mi è piaciuto anche il modo in cui King ha dipinto Oswald, inquadrandolo in una situazione familiare ai limiti dell'accattonaggio, con una madre iper-protettiva e alquanto ingombrante, con una moglie un po' frivola e una figlioletta che probabilmente rappresenta l'unica cosa di cui lui andrà mai fiero.

Non voglio nemmeno dimenticare il lavoro immane di studio che c'è dietro ogni singola parola scritta, ogni singola scena, ogni singolo luogo. Sembra davvero di stare lì, in quella limpida giornata di novembre, fredda eppure festosa, sembra di sentire gli spari, le grida, l'odore della polvere. Ho avuto la pelle d'oca per tutto il tempo, ho anche piangiucchiato qua e là, mi sono divertita a ballare lo swing e naturalmente mi sono emozionata ai massimi livelli quando Jake/George incontra Bev e Richie a Derry. Credo che intorno mi siano esplosi i cuori, come negli shojo manga!

In definitiva, questo libro è davvero una grande prova d'autore e, se prima avevo qualche dubbio, ora posso dirlo con precisa certezza: leggetelo, perdetevi e ritrovatevi. E' stupendo.

Anarchic Rain

sabato 25 aprile 2015

Romeo e Giulietta di William Shakespeare

Ricordate quando, parlando di altri libri, ho usato la parola "capolavoro"? Ecco, lasciate stare.
Nel senso che, ovviamente, sono convinta di quel che ho detto e che i libri suddetti lo siano, ma Romeo e Giulietta è un discorso a parte. A parte nel senso di categoria.
Sinceramente, non credo possa esistere una categoria che lo comprenda.

E', semplicemente, Romeo e Giulietta. Non è un testo teatrale, non è una storia d'amore, non è una tragedia. E' senza ombra di dubbio la cosa più bella che sia mai stata scritta.

Che l'abbia scritta Shakespeare o meno, a me non interessa. Che l'autore che noi chiamiamo Shakespeare sia esistito o meno, non me ne può importare di meno.
Lascio il problema agli avvoltoi dell'eredità.

Fatto sta che il libro è stato scritto. E ogni parola che io possa dire, per quanto bella o grammaticalmente corretta, non farà che rimpicciolirlo. Quindi, chiedo venia.

Una delle critiche che gli ho sentito muovere più spesso è: che scempiaggine, come se due quattordicenni pensassero al matrimonio.
Scusate, ma voi tuttologi avete idea dell'anno in cui è stato scritto (certo, approssimativamente)? Non lo sapete che a quell'epoca il matrimonio tra adolescenti era la norma? D'altronde, visto che si moriva presto, era naturale far tutto subito. Altro che scuola dell'obbligo, diritti dei minori, leggi sulla violenza sessuale. Era tutto molto primitivo a quei tempi. Quindi, a chi ha detto 'sta cosa, gli rispondo: bah.

Un'altra critica molto aspra è quella che riguarda l'amore in sé: com'è possibile che due quattordicenni (ari-daje) provino quell'amore improvviso e trascinante?
Sarò monotona, scusate, ma la mia risposta è sempre "bah".
Immaginate un mondo in cui due persone non possono sposarsi se non per creare vincoli economici ancora più importanti (non stiamo parlando del popolino, ma delle due famiglie più ricche di Verona) e adesso immaginate due ragazzi in età da matrimonio che si incontrano per caso e si piacciono da subito, ma sanno che non potranno mai stare insieme per vie ufficiali. Ma loro non ci stanno.
Ribelli? Sicuramente. Avventati? Questo lo credo meno. Innamorati? Si.
E allora? Dov'è il problema? Se avete dalla vostra parte un frate che non vede l'ora di far cessare la guerriglia cittadina, potete star sicuri che entro sera sarete sposati.

Ma soffermiamoci sulle parole che l'autore usa.
Parlo del testo inglese che, per quanto magistralmente tradotto, non potrà mai essere fedelmente riprodotto in un'altra lingua.
Parlando dei due ragazzi, li chiama "star-cross'd lovers", letteralmente "amanti segnati dalle stelle", con un'accezione tutt'altro che positiva. Quindi già dal prologo capiamo che qualcosa non va...sempre che ci fossimo persi il titolo completo, che ha la parola "tragedy" al suo interno...
Non conosciamo subito i due protagonisti, anzi, quando li vediamo è dapprima solo attraverso gli occhi di qualcun altro: Benvolio e i genitori di Romeo parlano di lui poco prima di vederlo e noi veniamo a sapere da loro che è affranto e non vuole parlare con nessuno della sua pena ("his own affections' counsellor"); invece la balia e la madre di Giulietta cercano quest'ultima per tutta la casa per comunicarle il desiderio dei genitori di vederla prender marito.

E poi si incontrano.

Romeo è un innamorato respinto, Giulietta quasi una promessa sposa (di Paride).
E i loro occhi si accendono. Romeo dice, estasiato dalla pura bellezza di Giulietta "She doth teaches to burn bright!" e poi continua con paragoni splendidi (come il gioiello all'orecchio di un'etiope) e dice, ancora "Beauty too rich to use, for earth too dear!".

Ora, non so voi, io non mi commuovo alle dichiarazioni d'amore, mi sembrano tutte piuttosto sciocche, scontate e "fuori tempo". Ma forse è proprio perché questa è stata forse la prima che ho letto: paragonate a questa, le altre semplicemente scompaiono.
Il loro "balletto del corteggiamento" è gioioso, ironico, romantico, sensuale.
Si baciano. E il loro destino è segnato per sempre.
Giulietta chiede, appena Romeo se ne va "Go ask his name: if he be married, my grave is like to be my wedding bed".

Questo triste presagio, insieme al sogno premonitore di Romeo, ci circonda una volta di più dell'aura della tragedia a cui i due poverini stanno andando incontro (a braccia aperte e correndo, oserei dire).

Si sposano, Romeo uccide Tebaldo, Romeo viene bandito. Passa la prima e ultima notte con la sua sposa e poi parte. Il padre di lei le dice che sposerà subito Paride per contrastare il lutto. Giulietta va dal frate che li ha sposati in segreto per cercare una soluzione. Giulietta prende la pozione di frate Lorenzo e appare come morta. Ci sono i funerali. A Romeo giunge la voce. Lui parte, incurante del bando. Va alla tomba di Giulietta, si uccide. Giulietta si veglia, lo vede, si uccide.

C'è tutto: amore, inganno, rivalità, vendetta, rabbia, disperazione.
Volendo ignorare i due non ignorabili protagonisti, l'autore ci regala altri personaggi più che degni di essere considerati comprimari: Mercutio, l'amico sarcastico e impudico di Romeo, Benvolio, il cugino tutto sentimento, Tebaldo, il rivale (non in amore) focoso, frate Lorenzo, la balia e, ovviamente, le due coppie di genitori.
Paride non mi è mai piaciuto molto, l'unico personaggio davvero minore, uno senza arte né parte, ma vabbè.
Come dimenticarci dei due monologhi di Mercutio: quello sulla regina Mab e l'amore in generale è davvero sublime. E ovviamente, l'ultimo, la maledizione che lancia alle due casate per averlo ucciso.

E la maledizione, che lui l'abbia intesa sul serio o no, si abbatterà davvero su entrambe le famiglie.

Oh, le parole di Romeo quando fa visita alla tomba di Giulietta per morire accanto a lei:
"Eyes, look your last! Arms, take your last embrace! and lips, o you, the doors of breath, seal with a righteous kiss a dateless bargain to engrossing death!"

E Giulietta, quando si sveglia e lo trova morto, comprendendo il fatale errore:
"Drunk all, and left no friendly drop to help me after?"

Ultime parole che spendo per i due film degni di nota: anno domini 1968, regista Zeffirelli-anno domini 1996, regista Luhrmann.
Due adattamenti splendidi. Il primo, come certamente sapete, molto fedele al testo e all'epoca di ambientazione. Il secondo, fedele al testo, ma ambientato in un mondo più che moderno, in una Venice Beach che più violenta non si può.
Consiglio caldamente la visione di entrambi, non solo per cultura generale, ma perché ci sono due momenti in cui (so che può sembrare un'eresia) il secondo supera nettamente il primo: quando Mercutio muore, la maledizione che lancia nella versione di Luhrmann è molto più credibile, c'è rabbia e intento di ferire. Infine, quando Romeo scopre che Giulietta è "morta" fa due passi, spaesato, cade in ginocchio, grida il suo nome rivolto al cielo con vera disperazione e il suo "I defy you, stars" è quanto di più raggelante ci sia. Merita, sul serio.
Ovviamente, non mi permetto assolutamente di paragonare le due attrici che interpretano Giulietta, perché è sempre bene non confondere la cioccolata con...ehm...altro. Quella di Zeffirelli è incantevole. Quella di Luhrmann è...dimenticabile.

Buona (ri)lettura, carissimi.

Anarchic Rain

domenica 19 aprile 2015

La lunga marcia di Stephen King

Punto primo: dimenticate Hunger games e compagnia bella. Non c'entrano assolutamente niente e, anche se fosse, questo è stato scritto più di 30 anni fa.
Punto secondo: dimenticate mostri e "tipici" orrori a cui il Re ci ha abituati (vampiri, hotel stregati, ragazzine con poteri psichici), perché qui si parla di orrore "terreno".

Se siete pronti ad avventurarvi in questa chiacchierata tenendo a mente i due punti di cui sopra, allora benvenuti. Iniziamo. Fate un bel respiro.

Lo zio Steve ha avuto l'idea di questo racconto lungo quando era adolescente. Forse, chissà, aveva letto 1984 di Orwell e ne era rimasto affascinato, oppure Ubik di Dick. Io non lo so.
So solo che ha creato un mondo distopico in cui ogni cosa è al posto sbagliato.
In un anno non ben definito, in una cittadina del Maine (poteva essere altrimenti?), mentre l'America e forse il mondo sono governati da un non meglio identificato regime militare/totalitario, si svolge una Marcia. I partecipanti sono 100 ragazzi. La meta non esiste, si marcia finché (r)esiste l'ultimo partecipante. Il premio è tutto ciò che si desidera per tutta la vita. Si mantiene un'andatura costante di circa quattro miglia all'ora e, se si rallenta, si riceve un'ammonizione. Dopo la terza ammonizione, si viene squalificati.

Scusate, ho detto squalificati? Volevo dire eliminati. Cioè, scusate. Volevo dire uccisi.

Ma di tutto questo noi non ci rendiamo conto subito, anche se notiamo alcuni "segnali" che ci rendono strana la cosa. La madre del protagonista che sembra disperata e vorrebbe che il figlio rinunciasse. La misteriosa scomparsa del padre in circostanze sospette (quasi fosse stato "orwellianamente" vaporizzato). I militari che si aggirano nel campo prima dell'inizio.
Quando poi i ragazzi cominciano a marciare, il nostro intuito si affina e quando il primo viene ucciso (i militari che controllano il regolare svolgimento della gara gli sparano a sangue freddo, per la precisione) apriamo definitivamente i nostri occhietti foderati di prosciutto e ci rendiamo conto che, porca miseria, questo è pur un romanzo di King!

Quello che di agghiacciante c'è in questo libro, che non è nemmeno molto lungo, purtroppo (o per fortuna), non è tanto il fatto che i ragazzi vengano uccisi (questo, diciamo, è logico, in un mondo del genere), ma quello che succede loro mentre marciano.
Mi spiego meglio.
Quelli che sopravvivono più a lungo di sicuro non sono più gli stessi che sono partiti due o tre giorni prima. Hanno assistito alla morte dei loro compagni, hanno rischiato essi stessi di venire fucilati, hanno sperimentato fame, sete e dolore fisico. Alcuni di loro si lasciano addirittura morire perché non ce la fanno più, non possono più resistere a quella tortura spietata. Non resistono ai soldati che godono a fucilarli, al pubblico che, eccitato dalla vista del sangue e di tutta quella specie di "carne al macello", li sprona volgarmente e follemente. E non resistono neppure alla vista dei loro compagni, quelli che ancora camminano, come fantasmi senza più volontà.

Il protagonista è un ragazzo di sedici-diciassette anni, si chiama Garraty e, durante le prime ore, stringe amicizia con qualche altro concorrente intorno a lui. Anche questo legame, per quanto fragile possa sembrare, in realtà è piuttosto forte, perché nato in circostanze a dir poco speciali. E' nato nel pericolo e vive nella paura. E in queste due condizioni, per far fronte comune, il legame diventa d'acciaio. Il ragazzo con cui lega di più, nonostante sembri a volte distaccato, è McVries, che tra l'altro è il mio personaggio preferito del libro. McVries si rivelerà fondamentale ad un certo punto, perché riesce a salvare la vita di Garraty per un soffio.
Il "cattivo" poi è davvero cattivo. King non ci addolcisce mai questa figura quasi onnipotente, che non ha nessun risvolto positivo, non c'è nemmeno un momento in cui pensiamo "ah, però, dai, vedi che anche lui alla fine...". Zero. Sembra molto il caro vecchio Grande Fratello. E come se non bastasse, scopriamo che uno dei partecipanti è suo figlio illegittimo. Bam. La goccia che fa traboccare il vaso. O comunque la mente già indebolita di Garraty, che per poco non si fa ammazzare.

Ma cosa succede durante la Marcia? In un lasso di tempo relativamente breve (stiamo parlando di cinque-sei giorni totali), come possono queste giovani vite deviare così profondamente dal loro tracciato? Non parlo tanto di chi è morto nella prima giornata perché, al di là dell'orrore in sé, non ha sperimentato quello che hanno sperimentato gli altri. Anche soltanto chi è riuscito a passare indenne la prima notte. Considerate che non ci sono pause nella Marcia, si deve camminare sempre. E' normale che ad un certo punto si cominci a "vedere" cose o a pensare alla propria vita in maniera diversa - fosse anche solo per lo sfinimento fisico.

King come al solito riesce a trascinarci dentro le pagine, nella vita dei protagonisti, a volte solo accennata, fatta di episodi scollegati, attraverso i quali ci facciamo una vaga immagine di quando erano semplicemente dei ragazzi come tutti.
Arriviamo alla fine del libro che abbiamo il fiato corto e siamo tentati di guardarci intorno per vedere se qualcuno ci punta alla testa un fucile dell'esercito.
Stiamo ancora tremando, non solo perché il segno che lascia questa storia è profondo e doloroso, ma anche perché il finale è totalmente aperto.
Non voglio svelarvi troppo, ma colui che rimarrà in piedi per ultimo che cosa ha vinto veramente?
Sempre che sopravviva poi, perché lo zio non è che ce lo dice.
E poi, anche se sopravvivesse, che vita avrebbe?
In definitiva, che senso ha questa Marcia, se i partecipanti muoiono uno ad uno e l'unico sopravvissuto ormai è ridotto allo straccio di un uomo? Potrà mai riaversi da quello che ha visto? Ed è umanamente possibile riuscirci?

Questo libro è tremendo. Non sono in grado di pensare ad un altro aggettivo, al momento, ma davvero ti prende a schiaffi, ti lascia l'amaro in bocca, ti fa sputare sangue.
L'ho amato da morire anche per questo.
Se volete un libro che vi faccia tremare e non solo di paura (di quella, nel senso convenzionale e "horror" del termine, ce n'è poca), allora dovete leggerlo.
Se volete scoprire come King interpreta il genere umano in situazioni estreme, dovete leggerlo.
Se volete essere rassicurati e coccolati, state lontani.

Anarchic Rain