sabato 18 aprile 2015

Casa di bambola di Henrik Ibsen

Eccomi qui, stavolta alle prese con un testo teatrale.
Non so assolutamente se per parlare di un testo del genere valgano le stesse regole che si osservano per un romanzo, ma tanto qui stiamo a guardare le sensazioni che quel testo suscita, non altro.

Per molti un testo teatrale non si dovrebbe leggere, ma solo guardare.
Si e no.
Insomma, è bellissimo andare a teatro e tutto il resto, forse la magia ti arriva prima, ma forse (dico solo forse) è più bello ancora usare la cara vecchia immaginazione e pensarci da soli, fare i registi del testo stesso.

Detto questo, pronti-partenza-via.

Casa di bambola è un dramma in tre atti, la cui protagonista è Nora, moglie di un banchiere, che all'inizio viene dipinta (attraverso le sue parole svampite e quelle indulgenti del marito) come un'oca giuliva, una moglie "ornamentale" come ce n'erano molte all'epoca (e anche ora, a dirla tutta).
Mentre andiamo avanti a leggere, però, scopriamo che lei ha una profondità d'animo che non pensavamo possibile e che ha sopportato moltissimo per il bene del suo matrimonio.
Ma alla fine, quando tutti gli intrighi e tutte le bugie vengono a galla, lei finalmente si rende conto che la vita non è quella che il padre prima, e il marito poi, hanno sempre cercato di farle vedere.
Lei se ne rende conto e il discorso finale che fa al marito, quando parla del miracolo mancato, è davvero amaro e senza speranza.

Eppure, quando lei prende finalmente la decisione di andarsene e di ricominciare da capo, per vivere, finalmente, in tutta pienezza, un minimo di speranza riusciamo a intravederla e siamo "malignamente" felici che Torvald (suo marito) rimanga con un pugno di mosche. In fondo, non si merita molto dopo aver trattato Nora come un oggetto per tutti gli anni di matrimonio. E non si pente neppure alla fine: quando pensa di non avere via di scampo dal ricatto di Krogstad, la ingiuria senza pietà e, dopo due minuti, il tempo di ricevere invece la cambiale dello scandalo, riprende a trattarla come una povera piccola indifesa.
Voi non potete capire quanto mi ha fatto rabbia sto tizio, che pure ha il coraggio di stupirsi che poi lei voglia lasciarlo lo stesso. Come se gli insulti di prima non avessero mai avuto luogo.
Posso anche capire che a quell'epoca era così che funzionava, ma da "donna moderna" non posso assolutamente accettarlo.

Curiosità: quando fu rappresentato per la prima volta in Germania, Ibsen fu obbligato a modificare il finale, facendo sì che Nora alla fine rinunciasse alla sua vita, restando col marito ed i figli. L'autore stesso lo reputò "un atto di barbara violenza contro l'opera". Senza contare che tutto quello che lui aveva voluto denunciare con questo dramma veniva allegramente buttato alle ortiche.

Insomma, questa è un'opera di stampo femminista, in cui si afferma il diritto della donna a scegliere di vivere la propria vita nel modo in cui ritiene più opportuno.
Un immediato parallelismo è con Anna Karenina, visto che le due opere sono uscite solo ad un anno di distanza: Nora la lasciamo nel momento di massimo splendore, in un certo senso, ossia quando se ne va di casa per ricominciare la sua vita, quindi ogni possibilità è ancora aperta. Anna invece, schiacciata dai rimorsi e soprattutto dall'orrore di aver fatto una cosa avventata (e sbagliata, come si è rivelata alla fine) sceglie di "partire" nel senso ultimo del termine e mette fine alla sua vita di tormenti. Anna ha sperimentato sulla propria pelle che la passione non è sempre come appare all'inizio, mentre Nora, che non lascia il marito e la casa per un altro, ma per se stessa, è come se facesse un passo in più rispetto all'altra, come se scegliesse se stessa sopra qualsiasi altra cosa.
E io penso che questo non può mai essere sbagliato.

Anarchic Rain

Nessun commento:

Posta un commento