sabato 20 giugno 2015

Ruggine e ossa di Craig Davidson

Un libro duro. Racconti nudi e crudi.

Ho iniziato questo libro per caso, perché ho visto l'anno scorso il film Un sapore di ruggine e ossa e il titolo me lo ricordava. Leggendolo ho scoperto che il film è una crasi tra due racconti ma con modifiche sostanziali della trama. Però devo ammettere che anche il film dà l'idea della durezza. Non è un film facile.

E di certo non è un libro facile.
Mentre lo leggi ti senti quasi disturbato, lo stomaco si stringe un po', le labbra si storcono e gli occhi si strizzano.
Non è da debolucci, ecco, proprio per niente.
Non sono racconti lustri, brillanti, in fondo ai quali c'è redenzione, comprensione, salvezza. Niente del genere. In fondo c'è solo tenebra. O quantomeno una penombra simile a quella che c'è all'inizio di ognuno.

Ogni racconto gronda sudore e sangue, violenza perlopiù gratuita, ma diversa da quella (per esempio) di Arancia meccanica. Non è dettata sicuramente dalla noia, ma da qualcosa di profondo, sicuramente stimolato dai bassifondi in cui i protagonisti vivono o sono caduti per un motivo o per un altro.

Di otto, il primo ti sbatte subito in un mondo (quello della boxe non professionistica) crudele e "breve", visto il grado di violenza quasi senza regole che vi regna. Un pugno allo stomaco, una storia triste, ma non è che l'inizio.
Il secondo forse è il migliore: un uomo ormai nella fossa dell'alcolismo tenta un riscatto attraverso suo figlio (perso ormai insieme alla moglie), ma non gli riesce.
Il terzo è il racconto più crudele di tutti, per me: combattimenti di cani. Di una violenza straziante.
Il quarto parla di un addestratore di orche che perde una gamba e tutta la sua baldanza.
Il quinto è l'unico che forse dona una specie di misera speranza a tutto il libro, e narra di un uomo con la moglie malata di "bradicinesia" che va in giro di notte a recuperare auto non pagate. In un certo senso c'è molta dolcezza in queste righe, quando finalmente lui si scioglie un po' dalla rigida routine e fa affiorare la sua umanità nei confronti di un poveraccio a cui doveva sequestrare l'auto.
Il sesto è su un sessodipendente e ci dà un quadro piuttosto degradante sia della vita dei qualcosa-dipendenti sia delle associazioni che si propongono di fare qualcosa per loro. Ma offre interessanti spunti di riflessione sulla patologia compulsiva del dipendente.
Il settimo è il racconto amaro della vita di un pugile, spezzata a ventotto anni dall'aver ucciso un uomo sul ring. La discesa, la risalita, la piccola ri-discesa, la stasi.

Sono racconti che lasciano l'amaro in bocca, che non ti lasciano l'impressione di tranquillità, che non ti mostrano un mondo in cui va tutto bene e il lieto fine giunge per chi se lo merita. No, no.
"Il mondo fa schifo", questo ti dicono, "e anche se ti impegni potresti non ricevere niente in cambio, perchè al contrario di quello che ti piace pensare nessuno ti deve niente".
Durezza, come marmo.
Pugni non solo virtuali, ma fin troppo reali.

Però secondo me merita e vale la pena leggerlo.
Attenti solo a non farvi troppo male.

Anarchic Rain

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