mercoledì 24 giugno 2015

Oceano mare di Alessandro Baricco

Là dove la natura decide di collocare i propri limiti, esplode lo spettacolo.

Rieccomi di nuovo a parlare di Baricco.
Questo gioiellino e i due precedenti di cui vi ho parlato, Castelli di rabbia e Seta, costituiscono forse la sacra triade di questo particolarissimo autore. Se volete conoscerlo, dovete iniziare da uno di questi.
Qualcuno non sarà d'accordo, mi dirà che è meglio iniziare da Novecento (se qualcuno ha visto La leggenda del pianista sull'oceano, grandissimo film, saprà o deve sapere che è tratto da questo libriccino), ma io vi dico di no. E vi spiego perché. Novecento è un monologo scritto per il teatro, è un libro (piccolo) straordinario, il personaggio di Novecento è poetico, tenero, formidabile.
Ma se un lettore vuole approcciarsi DAVVERO a Baricco, non può prescindere da uno di questi tre. O da tutti e tre.
Perché io penso che Baricco sia nel profondo uno scrittore "corale", un meraviglioso creatore di piccoli universi e Novecento, per quanto sia stupendo ha un solo punto di vista. Ripeto, per i duri di comprendonio, amo quel monologo e ci ho persino pianto, ma se volete davvero capire Baricco aprite Seta, o Castelli di rabbia.
O Oceano mare.

Questo libro ha una grandissima importanza affettiva per me, perché è un regalo di compleanno da parte di una mia amica (l'ho già detto in uno dei primi post, ma sapete che amo ripetermi) che mi disse (più o meno) che era legata molto a questo libro e che lo avrebbe regalato solo a chi pensava lo meritasse davvero (correggimi se sbaglio, cara M.).
Ebbene, anche per me fu così dal primo giorno di lettura (l'ho letto quasi tutto d'un fiato) quindi siate clementi se mentre parlo mi commuovo, ok?

Mettere il mare al centro della scena non è originale, ma è pericoloso. Il mare è grande e, a volte, perdi l'orientamento.
Per gli avventori della Locanda Almayer (una locanda che cercherò sempre, in tutte le locande in cui mi capiterà di andare) è proprio quello che succede. Perdono l'orientamento ma, strano a dirsi, quando l'hanno perso quasi del tutto, poi lo ritrovano. Si ritrovano. E guariscono. Oppure no.
Molte storie si intrecciano in questa locanda sul mare, le persone che si confrontano sotto il suo tetto sono diverse, hanno obiettivi diversi, fanno sogni diversi.
Ma sono tutte molto, molto fragili e a vegliare su questa estrema, poetica e dolce fragilità ci sono solo dei bambini. Dira, Dol, Dood, Ditz. Piccoli, nessuno ha più di dieci anni. Eppure sono gli unici che possono prendersi cura degli sperduti che arrivano in riva al mare.

Passiamo ai personaggi perché, al di là della prosa sempre stupenda di Baricco, non ci sarebbe storia senza di loro.
Plasson: un pittore che vuole dipingere il mare col mare, che passa ore a mollo in acqua con pennelli e tela, senza mai esserne soddisfatto.
Ann Deverià: una donna che per ragioni man mano più chiare è stata mandata qui dal marito e che sembra diventata un guscio semivuoto.
Barleboom: uno scienziato che sta scrivendo l'Enciclopedia dei limiti della natura, un'opera che per contrasto sembra non trovare mai la fine.
Elisewin: una ragazza che ha paura di vivere, ma vorrebbe tanto farlo.
Padre Pluche: un prete che accompagna Elisewin e che scrive delle preghiere particolari.
Adams: un uomo che verrà svelato a poco a poco e che costituirà il filo su cui si intreccia la storia.
Il misterioso ospite della stanza in fondo al corridoio. Nessuno sa chi è, ma c'è.
L'ammiraglio Langlais: un ammiraglio in pensione con l'ossessione per Timbuktu, che ad un certo punto della sua vita conosce Adams. E niente sarà più come prima.

Come al solito, mi tolgo il pensiero e vi dico chi è il mio preferito. Non senza soffrire, perché mi piacciono tutti i personaggi, davvero tutti. Ma Bartleboom è qualcosa di straordinario. Questo personaggio mi è talmente entrato sotto la pelle che ogni tanto mi vengono in mente alcune frasi che lo riguardano e smetto di fare quello che sto facendo in quel momento per pensarci un po'. Con tenerezza. Potrei citare interi brani a memoria che lo riguardano.
Bartleboom mi ispira non solo tenerezza, ma proprio amore.
E' un puro di cuore e non se ne trovano molti in giro. Per usare un aggettivo del libro, lui è una persona lieve, così lieve che forse è grazie a lui e a quelli come lui che il mondo riesce a star sospeso nel vuoto. E' un uomo paziente: non solo sta scrivendo un libro che probabilmente non finirà mai e che ha molto di fantasioso e poco di scientifico, ma sta anche aspettando la donna della sua vita. E per rendere meno difficile l'attesa, per ingannare l'impazienza, le scrive delle lettere. Semplici descrizioni di quello che gli succede o quello che pensa, così che lei un giorno, leggendole, abbia l'impressione di essere sempre stata amata.
Ecco, mi sono di nuovo venuti i lucciconi.

Adam è l'unico che può competere con Bartleboom nel mio cuore, ma a lui manca quello che in B. c'è in abbondanza: candore. Adam è un uomo segnato dalla vita, un uomo sfortunato e un uomo triste, che non sa o non può in alcun modo mitigare il dolore che se lo mangia. Un dolore che si è presto trasformato in rabbia, una rabbia che ha presto chiamato vendetta. Una vendetta tremenda.
Elisewin ha tentato di curare le sue ferite, ma evidentemente erano troppo profonde e da troppo gli erano state inferte. Non poteva più scrollarsele di dosso.

Elisewin è forse l'unico personaggio (al di là dei bambini) veramente forte del libro. Una ragazza coraggiosa, una che "o la va, o la spacca", una che preferisce rischiare di morire piuttosto che "non vivere".

Plasson è un pittore che, dopo aver avuto successo in società, si stufa e si trasferisce sul mare per dipingerlo. Ma le prime difficoltà sorgono presto: iniziava i suoi ritratti sempre partendo dagli occhi, ormai era così che lavorava...ma dov'erano gli occhi del mare? E ce li ha il mare gli occhi? Forse si. Chissà se riuscirà mai a finirlo un quadro disegnato con l'acqua di mare. Ma forse no. Il mare può stare solo nel mare.

E' un libro magico, un libro che quasi non esiste. Ma succede qualcosa di bellissimo quando si legge, ci si dimentica che il mondo può essere brutto e ci si ricorda che è anche bello. Strano, forse, e incomprensibile. Ma bello, come un paesaggio, come quando sei in riva al mare e il sole sta tramontando e cielo e acqua sono infuocati di rosso. Non è un libro che risolve i grandi interrogativi del mondo. Non c'è nemmeno una trama fitta di eventi, anzi, se vai a fondo di evento ce n'è solo uno (se volete scoprirlo, leggetevelo). E' un libro che attende, che trattiene il respiro, che sta sospeso tra cielo e terra. A me fa l'effetto di una culla o di un'amaca.
Leggetelo e il mondo vi sarà un po' più lieve.

Anarchic Rain

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