sabato 27 ottobre 2018

Una lettura contrastante, rovinata da un finale "indegno"

TITOLO: Maschio bianco etero
AUTORE: John Niven
EDIZIONE: Einaudi
PAGINE: 362
VERSIONE LETTA: kindle 
VALUTAZIONE IN DECIMI: 6-



La prima sensazione che ho avuto quando ho chiuso il libro (in questo caso, il kindle, ma è lo stesso) è stata di "stranezza".
Sì, è un libro strano, che si potrebbe descrivere con molti aggettivi, alcuni spesso in netto contrasto: accattivante e snervante, per esempio. Fresco e banale, eccone un altro.
Sono molto in difficoltà a dare un voto.

L'ho iniziato per vari motivi. Ce l'ho da un po' in wishlist, da quando ho terminato A volte ritorno, che mi è piaciuto abbastanza. Di questo mi incuriosiva il titolo. Inoltre quest'anno ho difficoltà a leggere, una sorta di "blocco del lettore" molto prolungato che non mi impedisce di leggere qualche libro, ma non tutti quelli che vorrei. Speravo che la scrittura di Niven mi sbloccasse un po', come ha fatto a marzo Chiamami col tuo nome.

In effetti c'è da dire che l'ho letto tutto d'un fiato.

Ma non posso usarlo come metro di giudizio. Molti libri ho letto d'un fiato ed erano delle ciofeche.
Questo in particolare non è una ciofeca, ma non so come classificarlo. Bah, parliamone, va', magari mi chiarisco.

Il protagonista, Kennedy, è il prototipo che quello che le donne odiano nel maschio bianco etero: narcisista, egoista, distratto, maleducato a volte, poligamo. Insomma uno concentrato solo su se stesso, uno per cui non esiste nulla all'infuori del suo benessere.
E allora perché ho continuato a leggere fino alla fine?
Perché quel coglionaxxo di Kennedy è tutto (davvero tutto) tranne che sleale. E' uno scrittore che sa come si scrive, anche se non lo fa da un po', perlomeno non seriamente (riscrive sceneggiature a Hollywood, per intenderci) e sa perfettamente che la sua vita è un guscio vuoto. E gli sta bene così perché, visto che sa di non volersi impegnare, non finge nemmeno. E a volte l'ipocrisia e il ridicolo della sua vita e di quella delle persone accanto a lui lo mandano fuori di testa (la differenza tra lui e gli altri è che lui lo accetta e non cerca scuse). Forse è questa sua "onestà" che me lo fa star simpatico nonostante sia il prototipo del maschio bianco etero E sciovinista.

Il libro è veloce, poco impegnativo, scritto benissimo, e segue Kennedy nel periodo di svolta (materiale e intellettuale) della sua vita: il tragico ritorno a casa (nel Vecchio Continente). Rivedersi con la ex-moglie, la figlia, il fratello, la madre. Fare i conti con il passato? Forse. Cambio di lavoro (almeno per un anno). Affrontare il futuro? Sembrerebbe.

La cosa che mi ha lasciato un po' così, stordita, è il finale. Quando tutto sembrava puntare verso una direzione (anche abbastanza logica, anche se tragica e forse un tantino patetica), ecco che arriva bruscamente la sterzata a centoottanta gradi.
Mi è piaciuta? No, onestamente non posso dire che mi sia piaciuta. Forse è proprio in quelle ultime pagine che è nascosto il motivo per cui sono così in bilico nel mio giudizio.

E veniamo al dunque: lo consiglierei? Se siete in vena di leggerezza, è comunque un libro scritto bene, le pagine volano e ci si fanno due risatine. Se avete voglia di leggere qualcosa di bello...beh, magari ci sono altri libri oltre questo ;)

Anarchic Rain

mercoledì 12 settembre 2018

Libri e settima arte. Parte III: Chiamami col tuo nome

Dopo aver letto il libro almeno otto volte (ho perso il conto, in realtà) sia in italiano sia in inglese, era impossibile lasciarmi sfuggire l'occasione per parlare del film.
Avrei voluto vederlo al cinema, ma purtroppo non è stato possibile.
Dopo settimane passate a vedere video su youtube, interviste al cast e al regista, videorecensioni e chi più ne ha più ne metta, finalmente sono riuscita a vederlo (in lingua originale, ovviamente, mi rifiuto di vederlo mai in italiano).
Fomentata dai video (alcuni bellissimi) e dalla colonna sonora (davvero azzeccata), non vedevo l'ora di gustarmi il prodotto completo.



Invece.
Ahi, ahi.
Invece ho scoperto che quel prodotto era perfetto come video musicale e molto meno che perfetto come prodotto cinematografico. Ci sono rimasta malissimo e all'inizio non sapevo come spiegarmi un contrasto simile! Non poteva essere il confronto con il libro, perché  lo script del film è assolutamente fedele, con tutte le scene che avrebbero dovuto esserci e le poche modifiche fatte assolutamente irrilevanti ai fini della trama. James Ivory non è mica l'ultimo scemo del villaggio! Ha fatto un lavoro magnifico. Non era nemmeno il cambio di scena, dal mare al lago (per questioni di budget, ovviamente, ma comunque non ha modificato troppo lo spirito del libro).
Ma a mente fredda sentivo che mi avvicinavo passo dopo passo al vero Perché.
Alla fine, l'illuminazione.
Gli attori.
Anzi, a dire il vero fino in fondo, un attore.

Elio è interpretato da uno splendido Timothee Chalamet, in un ruolo che sembra disegnato apposta per lui, c'è da chiedersi se Aciman non lo conoscesse prima di scrivere il suo libro! E' un Elio perfetto, non si può che immaginarlo così, anche prima di vedere il film.
Il padre di Elio è la persona fantastica che è nel libro, incarnato da un attore (Michael Stuhlbarg) che ha ancora una volta il physique du role e così sua moglie (Amira Casar).
Il resto è un contorno abbastanza omogeneo, in cui non spicca nessuno ma in cui tutti sono al loro posto.
Come dite? Ho dimenticato qualcuno? Uno dei due protagonisti? Oh, cielo, davvero??
Ok, non so come dirvelo.
A me Armie Hammer non è piaciuto manco per un poco.
Ecco, l'ho detto.
Ma non dico mai niente che non possa spiegare. E ora ve lo spiego.
Non mi ha dato troppo fastidio il fatto che tra Hammer e i ventiquattro anni di Oliver ce ne fossero almeno altri sette in più, avrei potuto farmene una ragione tranquillamente. E' stata la sua piatta espressività a mandarmi in bestia. Oliver ed Elio nel libro sono capaci di comunicare con uno sguardo, con un gesto, un movimento del corpo. Anche quando si fraintendono, è comunque un fraintendimento nato dall'osservazione l'uno dell'altro. Nel film non ho sentito questa chimica, questa reazione esplosiva ogni volta che sono in scena insieme, nel libro facevano scintille, sullo schermo nemmeno il luccichio di una lucciola.
Mi stupisce che chi non abbia letto il libro abbia amato il film, contrariamente a quanto penso di solito, perché oltre che il personaggio di Oliver, anche il montaggio non mi è piaciuto. Mi sono sembrate tutte scene appiccicate tra loro con uno scotch di pessima qualità. Chi non ha letto il libro non può capire la metà del film (secondo me), un po' come succede a chi guarda Il Signore degli Anelli o Harry Potter senza aver letto le serie. Ci si perde qualcosa, non si capiscono tutte le cose che accadono. In questo film, anche se con le dovute proporzioni, mi sembra che accada la stessa cosa.
Quando ho finito di vederlo mi sono sentita molto triste: l'ho visto perfetto per un video su youtube ma assolutamente non degno del cinema. Ci voleva un qualcosa in più (Oliver) che purtroppo è mancato.

Prima di inviare questo post, mi sono riguardata il film. Purtroppo confermo quanto detto.

Ma non mi va di chiudere su una nota negativa, perché il film è abbastanza godibile, seppur non un capolavoro.
La scenografia mi è piaciuta tanto, il lago, i prati infiniti, il casale ristrutturato, le colline. La Natura c'è e la fa da padrona in ogni scena, sembra di sentire la carezza dell'erba, la brezza del vento, la freschezza dell'acqua.
La colonna sonora è stupenda, tanto che l'ho comprata: ci sono alcune canzoni italiane anni '80 che mi fanno nostalgia (in fondo, sono gli anni della mia infanzia!) e quelle originali sono magiche (Futile device e Mistery of love su tutte), rendono davvero l'atmosfera del posto.
Luca Guadagnino ha un occhio eccezionale e si vede.

Anarchic Rain

A mezzanotte ogni cosa assume un significato diverso, una forma più densa...

TITOLO: Four past Midnight
AUTORE: Stephen King
EDIZIONE: Hodder&Stoughton
PAGINE: 1008
VERSIONE LETTA: kindle 
VALUTAZIONE IN DECIMI: 7 e mezzo



Altra raccolta di novelle per il Re del Maine, la seconda dopo Different Seasons, che non ha nulla da invidiare a quest'ultima, secondo me, su un piano puramente stilistico.
La differenza è che qui ci sono quattro novelle che possiamo tranquillamente categorizzare come horror, senza nemmeno pensarci su.
Sono belle storie, piacevoli da leggere (spaventosamente piacevoli) e scritte con la mano ferma e puntuale dello zio.

Con un metodo che ormai ho consolidato, vediamole una per una.

I Langolieri: la domanda da cui è partito lo spunto per questa novella è sicuramente "cosa succede al presente quando diventa passato?". Dove va a finire il mondo del "giorno prima"? La risposta è semplice e i nostri protagonisti stanno per scoprirlo (nel peggior modo possibile): il passato viene "ripulito" da una sorta di "spazzino temporale", un'orda incredibile di esseri non demoniaci, non malvagi, che divorano il mondo appena passato.
Leggere l'avventura di questi dieci personaggi il cui aereo viene "dirottato" nel passato il giorno prima di partire per Cracovia in aereo non è stato molto furbo da parte mia! Ma mi ha dato quel brivido in più durante il volo (e durante un bel vuoto d'aria che ha fatto tremare per qualche secondo qualsiasi cosa)!
La cosa che mi è piaciuta di più è stato il ritmo sempre incalzante, che non perdeva mai un colpo, anzi, ne aggiungeva di nuovi; Craig e Dinah sono tra i personaggi più belli che King ha creato in meno pagine: il primo è un uomo che ha più problemi psicologici di quanti se ne possa contare, la seconda una ragazzina di dieci anni cieca che vede meglio di qualsiasi altro superstite dell'aereo.
Il finale è l'unica cosa che lascia perplessi, una trovata un po' ingenua per risolvere la situazione, ma ormai sappiamo benissimo che i finali del Re spesso non sono il motivo per leggere una sua storia (scusa, zio, ma bisogna dirlo!).

Finestra segreta, giardino segreto: il tema del doppio nei romanzi di King è quasi sempre presente, a volte in modo più esplicito (The Dark Half) a volte meno (l'Arnie di Christine). Qui torna protagonista, solo che stavolta non ne siamo consapevoli, almeno non per un po'. Mi è piaciuta moltissimo questa novella, forse è quella che preferisco delle quattro, perché l'approfondimento psicologico di King è ai suoi massimi livelli. Entrare nella mente di una persona che si sta sdoppiando (o si è già sdoppiata) non è cosa di tutti i giorni, non così, non come se sapesse con esattezza matematica quello che succede a una psiche quando si spezza. E' affascinante seguire la discesa di Mort negli inferi mentali autoinflitti. E alla  fine non gliene facciamo una colpa, non si può, così come anche la sua ex-moglie non lo fa. Una persona malata è giustificabile di tutto? Giuridicamente in parte, ma moralmente forse possiamo aumentare la dose.

Il poliziotto della biblioteca: santocielo, quanta strizza mi ha messo questa novella! Se la precedente è quella che mi è piaciuta di più, questa senza dubbio è quella che mi ha fatto più paura! Perché? Perché io ho sempre pensato che la biblioteca fosse un rifugio, un luogo in cui poter stare in pace, con l'unica compagnia dei libri, che sono compagni notoriamente silenziosi e innocui (almeno, all'apparenza). Invece no. King ribalta lo stereotipo della biblioteca di 180°. Quando un essere demoniaco (è possibile considerare Ardelia altrimenti?) prende possesso di una biblioteca quanti orrori ne possono scaturire? Tanti ovviamente, ma lo zio, come sempre, ci ricorda che i peggiori orrori sono quelli umani: così il poliziotto della biblioteca di Sam-bambino diventa l'orrore che lo perseguita da adulto. Ardelia sfrutta il suo passato per soggiogarlo. Ma per fortuna, lo zio ci ricorda anche che la forza per combattere è dentro ognuno di noi, per quanto stanchi o abbattuti o braccati siamo. Ricordarcene è la vera battaglia.

Il fotocane: molto horror e molto King vecchio stampo (erano gli anni '90 in fondo). Una macchina fotografica che riproduce qualcosa che non è davanti all'obiettivo, ma che può saltar fuori e soddisfare la sua sete di morte. Questo è il racconto più debole dei quattro, per me. Kevin è un buon personaggio ma non abbastanza interessante. Insomma alla fine non me ne sarebbe importato nulla se fosse morto (e chissà che non succeda, magari in un'altra novella). Però le pagine sono volate lo stesso, il personaggio migliore è senza dubbio Pop Merrill (anche per le connessioni a vari altri libri di King, in fondo siamo sempre a Castle Rock!).

Da leggere o non leggere? Ovviamente da leggere. Il ritmo di ogni novella e l'indagine psicologica dei personaggi che contraddistingue King sono due ottimi motivi per tuffarsi in queste pagine senza se e senza ma. Sono più di mille ma ne valgono assolutamente la candela!

Anarchic Rain

sabato 30 giugno 2018

Il mio primo King, il libro che in qualche modo mi ha messo sulla mia strada

TITOLO: The Dark Half
AUTORE: Stephen King
EDIZIONE: Viking
PAGINE: 431
VERSIONE LETTA: cartacea e kindle 
VALUTAZIONE IN DECIMI: 9-

You think I'm a monster, and maybe you're right. But real monsters are never without feelings. I think in the end it's that, and not how they look, that makes them so scary.




Il mio primo King.
Era il millenovecentonovantaquattro. Avevo dodici anni. Gesù, non li avrò mai più. Ma avrò ancora questo libro e la meraviglia che mi ha lasciato dentro.
Diciamoci la verità: non è il libro più bello di King. Nemmeno lontanamente. Per me è in top ten, perché, in quanto primo, è stato quello che mi ha avvicinata allo zio e quindi mi ha permesso di entrare in quel mondo stupendo. Ma è solo una questione di nostalgia e affetto.

A dispetto di tutto questo, è comunque un bel libro, superiore alla media.
La storia è quella di Thad, uno scrittore che aveva uno pseudonimo e che quando ha deciso di disfarsene ha dovuto fare i conti con la sua personificazione (malvagia, ovviamente).
Il perfetto quadretto americano sconvolto da una presenza crudele e immonda, che non avrebbe mai dovuto esistere e che invece è stata creata proprio dal più insospettabile di tutti.

Thad è un uomo buono, un pasticcione, se vogliamo, con una moglie che lo ama e due gemelli (maschio e femmina) che sono la massima espressione della cuteness. Però Thad non è solo quello, seppure nemmeno lui lo sospetta. Dentro di sé ha una zona d'ombra, tenebre così fitte che nemmeno lui riesce ad accettarle e deve creare per forza un'altra parte di sé che lo aiuti a sopportare questo peso oscuro. George Stark, questo è il suo nome. George prende su di sé la responsabilità del lato "crudele" di Thad e quando Thad stesso cerca di rinnegarlo, seppellendolo, lui prende vita e va a cercarlo per trovare una sua dignità di "essere umano".
Stark è una persona malvagia, che non esita a uccidere per vendetta e per arrivare al suo obiettivo, senza lasciare impuniti coloro che gli hanno fatto torto (a detta sua, ovviamente).
Non esita a puntare la pistola contro William, uno dei gemelli di Thad, solo per ottenere quello che vuole. Not a good man at all, come dice la finta pietra tombale fatta fare da Thad.
Eppure ciò che vuole è soltanto esistere. E scrivere ovviamente. E' così sbagliato? Sì, certo.

Penso che questo romanzo sia un omaggio dello zio al suo stesso pseudonimo, Richard Bachman, che gli ha dato la possibilità di sviluppare idee e storie che come "Stephen King" ormai non avrebbe più potuto esplorare.
Una lunga lettera, in parte d'amore, al personaggio fittizio che gli ha permesso di esprimersi in modo diverso ma comunque efficace.
Ma ovviamente, essendo un libro del Re, non poteva andare tutto liscio: quindi Stark è uno psicopatico che va fermato ad ogni costo e con l'impiego di qualunque mezzo.
E quale mezzo migliore degli psicopompi? Tramiti tra il mondo dei vivi e quello dei morti, semplici passeri per gli altri, ma guardiani del "ciò che è e ciò che non potrà mai essere".

Insieme a Thad, dalla parte dei "buoni", conosciamo lo sceriffo di Castle Rock, Alan Pangborn, una persona equilibrata e intelligente, che in questa storia ha un ruolo poco meno che marginale, purtroppo. A me piace tantissimo Alan, è uno dei personaggi dello zio che ricordo sempre con piacere, e una riflessione letta su un social proprio ieri mi ha spiegato il perché: Alan non è semplicemente uno dei buoni, ma potrebbe essere un emissario del Bianco (chi conosce l'universo di King sa a cosa mi riferisco, per tutti gli altri, leggetevi la Torre Nera, se volete) e un Pistolero per diritto di nascita. Il commento si riferiva al fatto che Alan potrebbe tranquillamente far parte del ka-tet di Roland, su un altro livello della Torre e quando l'ho letto ho realizzato che è esattamente così.
E' un personaggio di un'integrità senza macchia, pur essendo profondamente umano. Sì, mi piacerebbe vedere lui e Roland camminare insieme nel Medio-Mondo e diventare ka-tet.

Ok, sto divagando.

Chi dovrebbe leggere questo libro? Di pancia, risponderei "tutti", come al solito. Ma riflettendoci, direi che restringerei il campo ai lettori di King (è una sua pietra miliare, non vorrete mica perdervelo?!) e agli appassionati di doppia personalità o romanzo psicologico in generale. Perché se anche qui sembra che siamo di fronte un horror, in realtà non è così: lo zio scava nel profondo dell'animo umano e ciò che ci mette davanti non è una semplice "incarnazione" del male, è la "proiezione" esterna di quel male che c'è dentro ognuno di noi. Thad è una persona buona...ma solo perché ha creato Stark che si prende tutto lo "schifo" della sua anima.
In ognuno di noi c'è bianco e c'è nero e bisogna stare attenti a bilanciarli bene, altrimenti potrebbe succedere un disastro.

Anarchic Rain

sabato 16 giugno 2018

Tutte le strade conducono all'odio

TITOLO: Al dio degli inglesi non credere mai - Storia del genocidio degli Indiani d'America 1492-1972
AUTORE: Gianfranco Peroncini, Marcella Colombo
EDIZIONE: OAKS editrice
PAGINE: 429
VERSIONE LETTA: cartacea
VALUTAZIONE IN DECIMI: 8 e mezzo

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura,
Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura...


De André cantava questa canzone nel 1981 e quando la ascoltai per la prima volta, molti anni dopo, non potei fare a meno di pensare agli Indiani d'America, i Pellerossa di tutti i film western che passavano in tv e, ovviamente, a Balla coi Lupi.

Ora che sono un po' più cresciuta, ascolto sempre De André, ma la mia curiosità è stimolata in maniera forse più critica e per questo ho deciso di informarmi sulle vicende di questo "leggendario" popolo.
Ci sono parecchi libri sull'argomento, non sapevo proprio da quale iniziare, sapevo solo che ne cercavo uno di ampio respiro, che mi desse la possibilità di una visione "ampia" della Storia. Ho quindi evitato (per ora) le monografie più famose dei capi tribù e, onestamente, d'istinto ho evitato qualsiasi "storia" scritta dagli americani per evitare più "bias" possibili.
Girando in libreria ho trovato questo libro abbastanza consistente (poco più di quattrocento pagine), scritto a quattro mani da due italiani. Ottimo.




Nonostante le imprecisioni storiche della canzone di Faber, il testo e la musica che lo accompagna fanno il loro dovere: ti proiettano in un pezzo di Storia che oltre a essere profondamente ingiusto è anche indiscutibilmente disgustoso.

Non è una novità che a me gli americani non stanno simpatici affatto, li trovo perlopiù arroganti e stupidi (nonostante siano una potenza, ma questo la dice lunga sul resto del mondo più che su di loro...), ma dopo aver letto questo libro non solo ho consolidato la mia opinione, l'ho anche peggiorata e circostanziata. 

Non fraintendete le mie parole, ma si parla tanto di Hitler e dei gulag russi e di altre simili amenità, quando si vuole fare un esempio di distruzione di popoli o civiltà, senza rendersi conto o ricordarsi che questi sono (stati) solo dei tentativi. Gli unici (che io sappia) che sono riusciti a spazzare via sistematicamente e impunemente un popolo dalla faccia della terra sono stati proprio gli americani. E il popolo è quello dell'Uomo Rosso. Mi sorgono molti dubbi e domande su alcuni recenti fatti di storia contemporanea, ma me li terrò per me perché non sono abbastanza istruita sull'argomento e perché non è questa la sede per parlare di certe cose.

Mi limiterò a raccontarvi il libro.

La storia è molto semplice: c'era una volta un popolo che viveva libero e in armonia con la Natura (il Grande Spirito) che ad un tratto si vide invaso da gente con abitudini completamente diverse dalle proprie che pretendeva di avere la verità in tasca e aveva deciso di essere migliore di lui (dovrebbe suonarvi un campanello, a questo punto). Per mera sete di guadagno (terra, oro, potere) questa gente venuta dall'Est decise di sterminare consapevolmente il popolo dell'Uomo Rosso. Iniziò con l'uccidere i bisonti, grandissima e indispensabile fonte di sostentamento per l'Uomo Rosso, per proseguire con la stipulazione di patti incredibilmente sleali (e nemmeno mai rispettati) con i capi tribù e finire con l'eliminazione del popolo stesso mediante pretesti di bassa lega, stragi efferate immotivate (in cui i principali a rimetterci furono donne, vecchi e bambini) e l'isolamento in lager all'aperto (le cosiddette riserve...) dei superstiti. Per finire con l'indotta dipendenza da alcol.

Ci sono posti e battaglie che non abbiamo mai sentito nominare durante le lezioni di storia a scuola, un po' perché "non è successo vicino a noi", un po' perché il Paese più potente del mondo non si lascia certo trattare a pesci in faccia dai libri. Che sono comunque sempre scritti dai vincitori. Sand Creek, Black Hills, Little Bighorn, Wounded Knee sono nomi che al 90% della popolazione oggi dicono poco o niente.

La rabbia e la tristezza che ho provato leggendo questo libro non posso paragonarli a nient'altro abbia mai letto o vissuto. Si può infiocchettarla come si vuole, ma la nuda verità è che un popolo pacifico e innocente si è visto spazzato via a causa della sete di potere di un altro. Forse è così che va il mondo, ma la domanda "in che mondo viviamo, allora?" mi gira e rigira nella testa da un bel po'.

Due parole sull'edizione del libro: all'apparenza molto curato, purtroppo ci sono tantissimi refusi, ogni tanto cambia il font di scrittura e ci sono periodi lunghi un po' difficili da seguire. Non sono cose gravissime, ma interrompono la continuità della lettura e onestamente mi hanno dato un po' fastidio. Anche perché non è che il libro te lo regalano...
Un'altra cosa è che l'ho trovato eccessivamente di parte. Intendiamoci, sono d'accordo con l'idea generale che gli americani (e gli inglesi, spagnoli, italiani, tedeschi...) si siano comportati da schifo per quel che riguarda la "questione pellerossa", ma iniziare ogni capitolo con "gli americani l'hanno raccontata in modo diverso, ma ovviamente hanno torto marcio" non dà esattamente la misura dell'equità degli storiografi.

A parte questo, lo consiglio davvero a tutti: al di là degli errori di stampa, ti fa apprezzare una buona scrittura e quello che sembra un racconto troppo di parte alla fine è lo sfogo amaro per un'ingiustizia che mai verrà scontata e il rimpianto per una resa dei conti che non arriverà mai.

Anarchic Rain

mercoledì 2 maggio 2018

For the best is only brought at the cost of great pain...or so says the legend...

TITOLO: Uccelli di rovo
AUTORE: Colleen McCullogh
EDIZIONE: Bompiani
PAGINE: 560
VERSIONE LETTA: cartacea
VALUTAZIONE IN DECIMI: 6 e mezzo

There is a legend about a bird which sings just once in its life, more sweetly than any other creature on the face of the earth. From the moment it leaves the nest it searches for a thorn tree, and does not rest until it has found one. Then, singing among the savage branches, it impales itself upon the longest, sharpest spine. And, dying, it rises above its own agony to out-carol the lark and the nightingale. One superlative song, existence the price. But the whole world stills to listen, and God in His heaven smiles. For the best is only bought at the cost of great pain.... Or so says the legend


Avevo sì e no dieci anni quando vidi per la prima volta lo sceneggiato televisivo, alla faccia dei bollini rossi (che all'epoca ovviamente non c'erano) e dei genitori che proibiscono tutto (lo vidi con mia madre). Rimasi folgorata dalla storia. Già all'epoca non mi quadrava la storia del celibato dei preti, per cui non ho avuto nessuno shock nel vederne uno innamorarsi (che poi, diciamocelo, mica scemo il pretino a scegliersi Rachel Ward...per dire, eh). Quando scoprii, da adolescente, che la serie era tratta da un libro, ovviamente il mio primo pensiero fu procurarmelo. Non ricordo nemmeno dove lo trovai, ma lo lessi tutto d'un fiato, più volte.

La storia dura quasi cinquant'anni, mi pare, e segue la vita della famiglia Cleary, in un'Australia che non ha nulla del paradiso dell'immaginario collettivo, almeno all'inizio.
Padre, madre e sei o sette maschi più un'unica femmina, Meghan, o Meggie, come le piace farsi chiamare. Paddy è un grandissimo lavoratore e come lui tutta la sua prole, ed ha una sorella che dire ricca è poco, che non lo caga di striscio finché non sente di stare per morire. Allora si prende lui e tutto il cucuzzaro a Drogheda con sé (mica nella villa, ci mancherebbe, in una dependance) e cerca di insegnargli a fare il ricco signorotto delle praterie.
A che scopo poi, non si capisce, considerando che lascia tutti i suoi milioni e Drogheda alla Chiesa, nella persona di padre Ralph de Bricassart, un bellissimo, giovane prete che ha sopportato per anni le facezie, le cattiverie e le frecciatine di Mary (la sorella di Paddy).
Seguiamo quindi le loro vicende attraverso fughe, morti, matrimoni e nascite.
Nel complesso, possiamo dire che poche famiglie sono sfigate quanto i Cleary: perdono quasi tutti i figli maschi (a volte per cose davvero sceme) e i due che rimangono sono così attaccati tra loro e alle gonne della madre, che non potrebbero metter su famiglia manco volendo; Meggie, che non ama altri che padre Ralph, sposa di sua volontà un idiota tutto lavoro macho e zero voglia di vita matrimoniale, solo perché le ricorda vagamente il suo grande amore. E' l'unica che ha due figli, ma uno muore giovane e l'altra se ne va a Londra per fare l'attrice (Justine è il mio personaggio preferito tra tutti, insieme a Fiona, la madre di Meggie).

Per metà libro ci chiediamo se Meggie e Ralph riusciranno a vivere il loro amore (sì, ovviamente anche lui la ama alla follia) e la risposta è NI. Lo vivranno solo a metà, di nascosto, come se fossero fuorilegge (e vorrei vedere, lui è prete cattolico). Meggie otterrà da Ralph quello che ha sempre sognato, un figlio suo, ma ovviamente è proprio lui a morirle ad appena diciotto anni, se ben ricordo. E Meggie ne è devastata, perché per quanto ha sempre cercato di trattare i suoi due figli allo stesso modo, era chiaro che Dane era sempre il suo preferito.

Insomma, oggi come oggi, è un libro che rileggerei con piacere? Onestamente no. Non ha superato indenne la prova del tempo, nonostante tocchi a volte temi molto attuali e ancora dibattuti.
L'unica donna moderna di tutto il libro è Justine, che cerca di crescere libera e indipendente, facendo il lavoro che si è scelta, lontano da casa. Purtroppo (ma forse era inevitabile) anche lei alla fine è caduta nella rete del matrimonio, cosa che ho trovato un po' forzata, giusto per finirlo con una cerimonia...per me sarebbe stato molto più appetibile e veritiero un finale aperto, in cui rimaneva amica di Rain e poi chissà.
Poi tutte quelle morti una dietro l'altra, uno schiacciato da un albero (mi pare colpito da un fulmine), un altro caricato da un cinghiale, un altro di scarlattina (o difterite), un altro picchiato a morte su un ring illegale (o quasi). Insomma, santocielo! L'unico che poteva essere una brava persona, con un lavoro e voglia di vivere è Luke, il marito di Meggie, che però è un emerito testa di min*hia maschilista e ottuso.
Ralph è prete, quindi si autoesclude da sé dalla rosa dei vincenti. Che poi, come ci tiene a sottolineare il vescovo suo amico, prete sì, ma ha infranto tutti i voti cattolici (povertà, castità e ubbidienza), quindi bo. E il suddetto vescovo ci tiene pure a dire che è proprio per questo che gli sta simpatico e che è così interessante. Ripeto: bo. Certo, diffondiamo pure il messaggio che a un prete basta un bell'aspetto e può fare il caxxo che gli pare, tanto già lo fanno ampiamente...

Leggerlo? Non leggerlo?
Mah, se avete tempo da perdere sì, anche perché è scritto bene e le descrizioni dei luoghi sono davvero molto belle.
Altrimenti, lasciate stare e passate oltre. State bene così, credetemi.

Anarchic Rain

martedì 1 maggio 2018

Bisogna vivere con cautela e stare attenti alla compassione

TITOLO: L'impazienza del cuore
AUTORE: Stefan Zweig
EDIZIONE: Frassinelli
PAGINE: 376
VERSIONE LETTA: kindle 
VALUTAZIONE IN DECIMI: 6

Ogni tanto torno a Zweig, come si torna a qualcosa che si ama e da cui ci si sente protetti.
So che ogni suo libro mi piacerà e so che, spesso, mi piacerà tanto.



Non voglio dire che con questo ho avuto la mia prima Zweig-delusione, ma ci sono andata vicino.
Contrariamente a come mi ha abituata, è un romanzo, il suo primo e unico, ma come sempre al centro della vicenda c'è il momento topico di una vita. Il punto di svolta, il classico breakpoint, dal quale mai (o quasi mai) si torna indietro.
Stavolta a parlarci direttamente è un uomo, un ufficiale dell'esercito, che racconta la sua storia in prima persona a un conoscente. I fatti che per sempre lo cambiarono accaddero quando aveva solo venticinque anni ed era un giovane e sprovveduto sottotenente della cavalleria austriaca, poco prima della prima guerra mondiale.

Vediamo un po' cosa mi ha convinto meno rispetto al solito.
La scrittura. Ebbene sì, non mi ha conquistata in un attimo, come sempre accadeva con lui. L'ho trovata troppo pesante e a volte ripetitiva. Inoltre, anche se poi ha risolto tutto e si è districato nel groviglio creato, ha messo molta carne al fuoco, molte storie nella storia, a volte si perdeva quasi il conto di chi stesse raccontando cosa. Un po' confusionario, ecco.
I personaggi. Fino a metà libro circa, mi sembravano delle marionette senz'anima, nonostante i numerosi scatti di passione/ira/compassione/altro che si sono susseguiti. Troppo suscettibili e con poca sostanza. Per fortuna, l'ultima parte è bellissima, lì è uscito lo scrittore che mi ha catturata. Il lungo discorso del dottore al tenente è stata la parte più bella del libro: uomo verso uomo, solo la verità nient'altro che la verità, il buio come copertina di Linus e l'iniziale tentativo di redenzione.
Davvero bellissimo.
Anche in seguito c'è stata un'altra scena simile, catartica allo stesso modo, quando Hofmiller scrive la lettera allo stesso dottore, mettendo a nudo davvero la sua anima e facendo per la prima volta quello che davvero gli suggeriva il suo cuore, senza pregiudizi e paure.
Purtroppo nel mezzo tanto brodo sciacquato.

Una cosa che ho notato sono le coppie descritte; sono tre e ognuna ha meritato la sua brava storia: ovviamente la principale, quella che non nasce mai veramente tra Hofmiller ed Edith, quella tra il padre e la madre di Edith e quella del dottore con sua moglie cieca.
Tutte e tre sono basate su una certa dipendenza della donna dall'uomo: Edith è una storpia che tenterebbe anche l'impossibile per Hofmiller, che purtroppo la sdegna proprio per la sua condizione fisica; la madre di Edith viene raggirata dal suo futuro marito come una scema; la moglie del dottore è stata sua paziente, il suo più triste fallimento anzi, e ora dipende da lui.
Insomma, la sagra del mainagioia.
Ma le tre donne dipinte non sono assolutamente delle perdenti, per Zweig. Della madre di Edith non sappiamo molto, ma ci tiene a raccontarci che è stata molto, molto amata, nonostante l'inizio non proprio idilliaco, dal marito. Edith stessa è una ragazza di diciassette anni che, nonostante la menomazione, ha solo voglia di vivere, di essere trattata come tutti gli altri e di non essere un peso per nessuno. La moglie del dottore, che è cieca, ha comunque trovato il suo mondo nella sua casa, nella quale si muove come se ci vedesse, e nell'amore di suo marito, che è più che sincero.

Zweig ci mette in guardia per tutto il romanzo (come recita anche il titolo inglese): FATE ATTENZIONE ALLA COMPASSIONE (Beware of pity). La compassione può essere di due tipi, come tutte le cose al mondo, e bisogna scegliere con cautela perché, se si fa la scelta sbagliata, ci si avvelenerà tutta la vita. Purtroppo la compassione del tipo sbagliato è il sentimento che guida Hofmiller per quasi tutto il romanzo, una certa aspirazione al martirio, un autocompiacimento nel quale smarrirsi. E infatti per quasi quattrocento pagine lo seguiamo nell'altalena del suo spirito, che una volta va da una parte, il secondo dopo da quella opposta, a seconda dello scenario in cui si trova: quando è al castello, sente che il suo "dovere" è quello di stare accanto a Edith (anche se solo come amico, all'inizio), quando è in caserma reagisce con stizza al suo essere servile nei confronti della ragazza e rinnega cento volte quello che fa quando sono insieme. Ogni volta si ripromette di non tornarci, di non assecondare più nessuno, ma fondamentalmente è un bravo ragazzo e cede a ogni supplica.
Però cavolo, deve esserci un limite!! Confesso che non è stato bello seguire i suoi mutamenti d'animo, mi sembrava un isterico, un bamboccio, sempre in balia di altre persone.

Ecco, forse il motivo per cui non ho tanto amato il libro è proprio il suo protagonista! Non mi è piaciuto.

In definitiva, lo consiglio? Ni. Se non avete mai letto altro di Zweig, no, leggete prima i suoi racconti brevi, lì dà il meglio di sé.
Se invece già lo amate, allora leggetelo, e magari fatemi sapere se sono stata troppo dura!

Anarchic Rain