giovedì 8 giugno 2017

La Trilogia della Frontiera di Cormac McCarthy

Il Grande Romanzo Americano post-anni '50.
In tanti ci hanno provato, ma solo uno (a mio parere ovviamente) c'è riuscito in pieno, come meglio non si poteva. McCarthy. E non poteva essere altrimenti, visto che (sempre a mio parere) è il miglior scrittore americano di western in circolazione.
La trilogia si compone di tre (ovviamente) libri: Cavalli selvaggi, Oltre il confine e Città della pianura. I primi due fanno da proemio al terzo, raccontando ognuno la storia dei due protagonisti, nel territorio americano al confine con il Messico.

Cavalli selvaggi.
L'adolescenza di John Grady Cole, passata a cavallo, lontano da casa, con la consapevolezza di non poter/voler più farci ritorno, è dura, segnata dal caldo intenso, dal freddo intenso, dalla prigione e dall'incontro con un ragazzino innamorato del mito americano più di lui stesso. John Grady ha un sogno, però, e a differenza di molti, farà qualsiasi cosa per realizzarlo. E ha anche un dono: sa come prendere i cavalli. Sono quelli selvaggi che gli interessano, quelli che rappresentano una sfida soprattutto contro se stesso e il suo essere solo un uomo.

Oltre il confine.
E' un libro più cupo, più doloroso, questo sull'adolescenza di Billy Parham, un ragazzo a cui capita un incontro incredibile. Non per l'incontro in sé, ma per le sue conseguenze. Sui monti intorno alla fattoria dei suoi genitori incontra una lupa che ha perso il suo branco; in quel momento sente quasi di essere un tutt'uno con lei, chissà perché, nemmeno lui se lo spiega, non ci prova nemmeno, perché non ha senso. Decide di riportarla tra i suoi compagni. Ma prima deve convincerla a seguirlo e convincere il suo cavallo a sopportarla. Tutto quello che gli accade dopo si può considerare come una diretta conseguenza di quella sua azione. La morte dei genitori, il viaggio con suo fratello minore che poi scompare, poi riappare e poi scompare di nuovo dietro a una ragazza, la lotta per i suoi cavalli, le sparatorie.
Di nuovo una storia di formazione, ma su basi diverse rispetto alla prima.
Non saprei dire se più affascinante, ma di sicuro più triste.

Città della pianura.
John Grady e Billy lavorano in un ranch, sono amici, e stavolta è John Grady a essere sconvolto da un incontro, forse più prosaico di quello del suo amico, ma sempre comunque potente come un tornado: una puttana, Magdalena, diventa la sua ossessione. Billy cerca di riportarlo alla ragione ma ovviamente non può riuscirci, John Grady è sempre stato uno che sapeva bene quello che voleva e che avrebbe fatto qualsiasi cosa per ottenerlo. Purtroppo, tra le cose che vogliamo e quelle che possiamo avere a volte la distanza è incolmabile.

McCarthy si conferma un genio: la sua scrittura è sempre ipnotica e graffiante, i suoi paesaggi sono scarni ma in qualche modo frementi, come se sotto la cenere covassero ancora le braci, pronte a diventare fiamme non appena possibile. Lui le cose le dice nude e crude, perché sono talmente vere e radicate nella terra che non hanno bisogno di fronzoli. Racconta storie di uomini, semplici, senza stranezze in testa, con i piedi dove devono essere, immersi in paesaggi che sono sicuramente più grandi di loro, più magici e soprattutto più longevi.
McCarthy secondo me ha colto la grandezza vera dell'America. Non le persone, non le idee, non le cose materiali. La terra, i paesaggi, una certa gradazione del sole al tramonto. Ma non te le racconta in maniera poetica, o meglio, non con una poesia canonica. Te le sbatte nero su bianco come se non importasse; e in effetti non importa alla Natura di accadere. Accade e basta.

Parliamo un po' del libro. Attenzione SPOILER.
Il mio personaggio preferito è John Grady Cole e, come nella tradizione (triste), alla fine muore.
Io mi sono un po' rotta le balle di preferire sempre qualcuno che alla fine muore, però. Eccheccavolo. Mainaggioia.
Mi piace perché è uno di poche parole e molti fatti. Capisce il valore del silenzio, è un ottimo ascoltatore e decide per sé della sua vita, nonostante ascolti i consigli degli amici (in particolare di Mac e di Billy, le uniche persone a cui penso affiderebbe la sua vita). Quando parla è solo dopo aver riflettuto a lungo e mai una parola di troppo. Purtroppo l'unica cosa che poteva perderlo lo ha perduto. L'amore. Una cosa che non ha niente a che fare con la riflessione, con la ragione e con i consigli.
Devo ammettere che ho storto la bocca quando è entrata in scena Magdalena...però mi sono ricreduta. In fondo il mito americano in un romanzo che è il Grande Romanzo Americano va vissuto fino in fondo, e un cowboy ha bisogno di una moglie e di una casa con la staccionata, alla fine. Se questa moglie è anche qualcuno che il cowboy ama da morire è un valore aggiunto.
Però la vita non va mai come uno se lo aspetta e a volte ti dice bene, a volte no.
John Grady è morto e Billy ha lasciato il ranch con gli occhi gonfi di pianto e la morte nel cuore, diventando un saggio vagabondo. La morte dell'amico lo ha sconvolto con la forza di un terremoto, non avrebbe più potuto essere come prima.
E' strano come la loro amicizia non sia mai discussa nel libro, lo capiamo da poche parole, da gesti e momenti di silenzio tra loro. E' tangibile ma taciuta. Almeno finché John Grady non si spegne nelle braccia di Billy.
Se mi sono commossa? Potete scommetterci...

Non saprei a chi consigliare questo libro. A voi maschietti penso che potrebbero appassionare le storie di cavalli e terre selvagge e uomini-che-non-devono-chiedere-mai.
Alle donne non saprei, suppongo che dipenda dai gusti. La scrittura di McCarthy non è una passeggiata e se non vi piace l'atmosfera prevedo nero.
Secondo me, al di là del genere (western), è un libro che merita, sospeso nel tempo come un pendolo rotto. Da leggere e rileggere.

Anarchic Rain

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