sabato 21 maggio 2016

L'ombra dello scorpione di Stephen King

La mia (ri)lettura del Re in ordine cronologico mi ha portato questo mese nel mondo di The stand, un mondo post-apocalittico, in cui la razza umana viene spazzata via dal potentissimo virus Captain Trips, che fa parte di un progetto segreto del governo americano (o forse solo di una ristretta cerchia di militari/governativi) chiamato Progetto Azzurro. 
Quello che colpisce subito del libro è che non viene dato molto spazio alle cause e ai responsabili della diffusione accidentale del virus. Il mondo è già praticamente stato annientato, non ha senso soffermarsi sul colpevole (che probabilmente è anche morto).
Captain Trips ha colpito il 99.6% della popolazione mondiale. Il restante 0.4%, dopo momenti di sbalordimento e confusione, si riunisce.
Il nocciolo del libro è proprio la ricostituzione della società: uomini (buoni o cattivi) che non vogliono ripetere gli stessi errori già commessi prima del virus, ma che non possono farne a meno. Sono umani, sono cresciuti in un certo tipo di mondo, che ora non c'è più ma che loro tentano di ricostruire perché non ne conoscono un altro. E vanno a tentoni.

Chiaramente, parlando di King, non è tutto qui: gli uomini (e le donne) sopravvissuti si dividono idealmente in due categorie, entrambe rappresentate da due personaggi memorabili, ciascuno a modo suo.
Mother Abagail è la Luce, il Bene, Dio.
Randall Flagg è l'Ombra, il Male, Satana.
I sopravvissuti cominciano ad avere questi sogni contrapposti che li spingono (a seconda della loro indole) dalla parte del Bene o da quella del Male (ah, il libero arbitrio, che invenzione fenomenale), fino a che non si riuniscono in due città contrapposte: a Boulder in Colorado i buoni e a Las Vegas in Nevada (poteva mai essere da qualche altra parte?) i cattivi.

Dunque, devo dire che la mia prima impressione del libro (letto nel 2013 la prima volta) era stata un po' diversa da quella che ho avuto ora...come dire, è vero che con una seconda lettura ci si sofferma di più sui particolari, ma non si tratta di questo. O forse sì. Ho avuto modo di conoscere meglio ogni personaggio (lo so che sembra strano, detto così, ma è proprio quello che è successo): nonostante i fatti siano gli stessi (ovviamente) ho percepito molte altre chiavi di lettura.
Le cose rimaste immutate sono il mio personaggio preferito (Nick Andros), quello che temo di più (ovviamente Flagg) e quello che trovo insopportabile (Fran Goldsmith).
Ma su molte altre cose ho cambiato radicalmente idea.
Il protagonista (perché anche in un romanzo corale deve per forza essercene uno) è Stuart Redman e sebbene fosse uno dei miei preferiti ora è notevolmente sceso in classifica (in picchiata direi)...forse è la maggiore attenzione dedicata ai discorsi, alle parole sottintese, ai gesti, che magari in una prima lettura sfuggono perché la protagonista assoluta è la storia e il come andrà a finire...ma la calma che ti concede una seconda lettura è la cosa migliore per capire veramente un personaggio.
Per esempio, nonostante lo abbia letto solo nel 2013 (era gennaio, mi pare) avevo completamente dimenticato alcuni personaggi e moltissime situazioni: Glen Bateman, che invece adesso ho apprezzato tantissimo, commuovendomi persino per la sua fine, così ingiusta eppure così necessaria...
Oppure Dayna Jurgens e il suo ruolo piccolo ma davvero essenziale per la presa di coscienza da parte di Flagg che le cose gli stavano sfuggendo di mano.
Il personaggio che più ho rivalutato, tanto che si trova davvero sul mio podio personale, è Nadine, la promessa sposa di Flagg. La sua personalità è la più interessante di tutte, considerando il percorso che fa dalla sua prima apparizione all'ultima: da semplice "guardiana" di Joe/Leo a pseudo-amante di Harold a sposa di Flagg, fino al suicidio (più una liberazione nel suo caso).
Harold...che dire di lui? Persino lui mi è piaciuto molto di più questa seconda volta. Non mi ha disturbato nemmeno la sua redenzione finale (di solito mi danno fastidio le redenzioni dell'ultimo minuto), perché nonostante abbia chiesto scusa per tutto il male che ha fatto non cerca mai di dare la colpa a qualcun altro (a Flagg per esempio, sarebbe stato troppo facile, e anche un po' vero), ma ribadisce fino alla fine che ha fatto tutto di sua spontanea volontà, incluso il suo pentimento. Ma non potrà mai entrare nei miei preferiti, perché non potrò mai perdonargli la morte di Nick. Quello no.

I momenti di maggior dolcezza del libro sono quelli che vedono protagonista Tom Cullen, un ragazzone lievemente ritardato, ma fondamentalmente buono, che nonostante tutto alla fine sarà la chiave di volta per il protagonista. Il suo primo incontro con Nick mi ha fatto venire le lacrime agli occhi e anche tutte le sue frasi così candide, piene di stupore e fiducia...il Natale che lui e Stu passano in mezzo alla neve è una delle cose più tenere che ci sono nel libro.

Tolto tutto di mezzo, quel superfluo che superfluo non è, che i constant readers amano alla follia, quello che rimane della storia è la lotta eterna tra il Bene e il Male, il Bene che continua a vivere anche quando il suo rappresentate è morto (Jesus, anyone?) perché quando si innesca è inarrestabile, e il Male che invece quando è innescato non può fare altro che autodistruggersi. Ma purtroppo non muore mai, nonostante le sconfitte.

Non posso dirvi che non soffrirete leggendo questo libro, ma posso dirvi che dovreste farlo lo stesso, perché dentro alla sofferenza troverete anche il rimedio.

Anarchic Rain

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