TITOLO: L'amica geniale - Tetralogia
AUTORE: Elena Ferrante
EDIZIONE: Edizioni E/O
PAGINE: 1647
VERSIONE LETTA: cartacea
VALUTAZIONE IN DECIMI: 6
Dentro non c'è un granché, Elena. Sotto amoretti e smanie di ascesa sociale nascondi proprio ciò che varrebbe la pena di raccontare.
Mi sembra un buon punto di partenza per parlare di questa tetralogia, che in realtà è un libro unico diviso in quattro parti, che racconta la vita di due bambine-ragazze-donne.
Questi libri hanno avuto un successo planetario, tanto più che non in Italia ma in America è stata decisa la sua serializzazione in varie miniserie (probabilmente tante quanti sono i volumi) e nientepopodimenochè prodotte dalla HBO, grandissima casa di produzione delle cause perse (vedi Sex&theCity agli albori della prima stagione, quando nessuno voleva produrlo e poi si è rivelato il successo che è), ma io non capisco appieno il motivo.
O meglio, adesso non voglio fare il bastian contrario a tutti i costi, ma diciamo che ci sono molti altri libri che avrebbero meritato quanto questo e sono stati bellamente ignorati.
E allora, perché proprio questo?
Vorrei dire la mia.
Molto ha fatto l'anonimato dell'autore/autrice: chi è Elena Ferrante? Un grande BO. Nessuno tranne la casa editrice sa chi sia, se sia maschio o femmina, se sia qualcuno già famoso per altre cose o una sconosciuta. Ovviamente le ipotesi si sprecano. Ecco, questo è un giochino che attira, che incuriosisce, che fa vendere se vogliamo. Ovviamente non c'è solo questo: la Ferrante, chiunque sia, sa scrivere, non c'è dubbio al riguardo. Ho letto la tetralogia (che comunque consta di volumi corposi) in due settimane nette, è un piacere leggere un bell'italiano e non è più così scontato.
Ma al di là della correttezza sintattica ci ho trovato molto poco, come riassume bene la citazione più su.
Ci sono tantissimi spunti sia di riflessione che di narrazione, sparsi qua e là...ma nessuno è davvero sviluppato al meglio delle sue potenzialità, è come se ci fosse un freno, una linea al di là della quale l'autore non va.
Il rapporto di Lenù e Lila, per esempio: grandioso. Due persone diverse, due facce di una stessa medaglia che insieme si completano e si alimentano a vicenda, che separate non possono vivere (anche se alla fine lo fanno).
Sono troppo sicura che sai fare meglio, voglio che tu faccia meglio, è la cosa che desidero di più, perché chi sono io se tu non sei brava, chi sono?
Durante questo sfogo, Lila tocca finalmente il tema portante che dà il titolo alla saga: Lenù è la sua amica geniale, lei DEVE essere brava, per se stessa ma soprattutto per Lila, che avrebbe tanto voluto studiare e non ha potuto per via dei suoi genitori, che avrebbe fatto grandi cose se la vita gliel'avesse permesso. Ma è poi così vero? Lila ci viene presentata da Lenù come il vero genio: probabilmente è così ma ha un carattere talmente incostante che dubito che nella vita sarebbe riuscita come Elena ha fatto. Elena, l'eterna seconda, che si nascondeva nella sua ombra, che non osava parlare se non interrogata, che non ha mai pensato fuori dagli schemi.
Ho faticato tanto sui libri, ma li ho subiti, non li ho mai veramente usati, non li ho mai rovesciati contro se stessi. Ecco come si pensa. Ecco come si pensa contro. Io - dopo tanta fatica - non so pensare.
Tutto quello che ha raggiunto ci ha pensato Lila a metterglielo in testa, una pulce nell'orecchio giusto. Ogni input partiva da lei, dalla sua anima cattiva, come si definiva. Senza Lila Elena si sarebbe arresa molto prima e non sarebbe arrivata dove è arrivata. E questo è assolutamente vero. Ma al di là del suo "compito" di fornire lo stimolo necessario a Lenù, la loro amicizia non è sviscerata, non è approfondita, c'è tanto di non detto e mai saputo. Certo, chiaramente il libro è raccontato da Elena in prima persona che quindi non è un narratore onnisciente, ma io credo che così abbia perso qualcosa.
Non a caso il libro più bello della serie è il terzo, Storia di chi fugge e di chi resta. E' un romanzo introspettivo, nonostante succedano anche molte cose, il più duro anche. E' proprio qui che si capisce quanto siano complementari le due donne: per Lila la "smarginatura" come la chiama lei, il lasciarsi andare, non avere più confini netti è un dramma, un male assoluto che va evitato a ogni costo, pena la perdita della ragione; invece Lenù non vede l'ora di perdersi nel mondo, nelle altre persone, nell'aria, perché pensa che ogni cosa intorno a lei aggiunga colore alla sua vita, perdersi in qualcosa o qualcuno non è non ritrovarsi, ma proprio il contrario.
Lasciamo un attimo le due confuse protagoniste e spostiamoci ai luoghi, nota positiva: Pisa, Firenze, ma soprattutto Napoli. Le prime due non pervenute, ma vabbè, ci sta, in fondo sono solo sporadiche apparizioni geografiche come Genova e Milano.
Invece Napoli la fa da padrona, naturalmente, anche se dobbiamo aspettare l'ultimo libro, Storia della bambina perduta, per leggere il bellissimo capitolo 42 che parla della sua storia (è Lila che si è momentaneamente appassionata alla sua città e ce la racconta attraverso Elena in modo vivido e pieno d'amore); il centro, caotico e ricco, è solo un elenco di vie, mentre invece tutta la "poesia" (se vogliamo chiamarla così) è condensata nelle descrizioni del "rione", il luogo che ha visto la nascita di entrambe le donne e della maggior parte dei personaggi del libro. Il rione è descritto molto bene, riusciamo a essere lì presenti, a tastare quasi la sua povertà, la sua turpitudine, probabilmente perché viene descritto soprattutto attraverso i comportamenti delle persone che lo abitano.
Gli altri personaggi potrebbero essere notevoli, ma anche qui è come se l'autore si fosse trattenuto nel crearli e li avesse lasciati come incompleti o appena abbozzati.
Nino Sarratore per esempio, ossia cronaca di un personaggio mancato: poche volte nella mia vita di lettrice ho odiato un personaggio quanto ho odiato lui, un presuntuoso pallone gonfiato pieno solo delle sue speranze infrante e capace solo di mettere le corna (quello spesso e volentieri) alla povera scema che se l'è sposato e usare le altre donne come pioli della sua scala di arrampicamento sociale. Quando Elena ci casca con lui, giuro che avrei voluto prenderla a sberle (Lila c'ha provato, ma l'ha fatto troppo fiaccamente). La scena madre tra Nino e Lenù quando lui tenta di giustificarsi per non aver lasciato la moglie dopo averglielo giurato è davvero tra le cose più disgustose che mi è capitato di leggere. Mi sentivo addosso lo schifo anche se non c'entravo nulla!!
I fratelli Solara che dovrebbero essere i camorristi del rione fanno la figura dei deficienti tre volte su quattro, specie quando Lila ci mette lo zampino. Totalmente irrealistici. Michele leggermente meglio di Marcello quando riesce a "vivere" in qualche modo segreto la sua storia con Alfonso, ma poi alla fine viene risucchiato nel rione, nei traffici del fratello e finisce come finisce. Che pena.
Di Stefano, Pinuccia e compagnia non vale la pena parlare, sono di carta velina.
Enzo sarebbe un bel personaggio, se fosse trattato senza paura di frantumarlo: un ragazzo intelligente, che la vita ha preso spesso e volentieri a schiaffi, che ha il coraggio di studiare quando nessuno l'avrebbe fatto e si risolleva dalla sua condizione originaria. Certamente, anche Lila ha giocato un ruolo importante nella sua vita, indirizzandolo a volte e studiando con lui (non per spirito da crocerossina, ovviamente, ma perché anche lei voleva farlo), ma mi sarebbe piaciuto sapere di più su Enzo "da solo", senza Lila.
Le figlie di Elena sono una peggio dell'altra, non sono riuscita a farmele piacere.
Pietro invece come Enzo aveva ottime potenzialità, subito soffocate anche a causa dell'ingombrante moglie. Ma lui c'ha visto lungo in molte occasioni (parla poco ma quando parla colpisce), solo che Elena è troppo assorbita in se stessa (o in Lila) per accorgersene. Probabilmente non avrebbero dovuto sposarsi ma avrebbero potuto trarre molti benefici dall'essere amici.
La madre di Elena purtroppo l'abbiamo scoperta troppo tardi (sempre per colpa della figlia), io l'ho rivalutata molto, all'inizio ero stata tratta in errore dalle emozioni di Elena stessa, che ovviamente è la voce narrante e tutto è filtrato attraverso di lei.
Ultimo ma non ultimo, quello che mi ha disturbato molto è stata l'ambientazione temporale: mi è sembrato una specie di plagio intellettuale dei Promessi sposi, cioè io ti racconto il mio tempo pur raccontandoti il 1600. Ecco, qui siamo in Italia tra gli anni '50 e oggi e onestamente sono stufa di sentir parlare di quel periodo storico: e gli anni di piombo e le università occupate e i nuovi fasci e i socialisti e i comunisti che mangiano bambini e mettono bombe e Aldo Moro e i sequestri famosi. Va bene, abbiamo capito, hai studiato, ma se non vuoi usare la politica ai fini della trama perché me la dovrei sorbire??? Elena si ritrova femminista poco convinta, comunista poco convinta, anti-socialista convinta ma cosa ha a che fare questo con il libro? Nulla. Marginalia.
In conclusione, cosa mi ha lasciato questa saga? Mah, devo dire non moltissimo, al di là di un fugace senso di rabbia e una pena profonda. Rabbia sia per la storia in sé, inconcludente e soprattutto inconclusa, sia perché l'Italia e gli italiani ne escono malissimo, stereotipi meschini che ci sono in qualunque film americano di bassa lega: mafia, popolino, terrorismo anni '60 e stop. Questo vogliamo essere nella letteratura del nuovo Millennio? Uno stereotipo? Vabbè.
Chi è secondo me Elena Ferrante? Anche qui, poco mi importa di chi, quanto di che genere. Io penso che sia una saga scritta a quattro mani, da un uomo e una donna: non posso assolutamente credere che sia stato un solo genere a scrivere certe frasi e descrivere certe situazioni. Non ne faccio una questione di capacità, ma di sensibilità. Sia maschile che femminile.
La consiglio? Ni. Se siete curiosi leggetela, almeno è scritta bene e vi porterà via poco tempo. Se siete in dubbio non sarò certo io a persuadervi.
Anarchic Rain
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giovedì 20 febbraio 2020
Riflessioni e vita in un Paese perduto: una tetralogia
martedì 1 gennaio 2019
Morgan Lost di Claudio Chiaverotti
Quando guardi nell'abisso, l'abisso guarda in te. (Nietzsche)
Morgan Lost è una sorpresa per me. Non sono una fan del fumetto italiano, se si esclude Dylan Dog, perché non mi piacciono le "storie infinite ", come quelle dei fumetti americani. Ma DyD soddisfaceva benissimo il mio bisogno di creepyness di adolescente appassionata di horror e ho iniziato a leggere ML proprio perché mi ricordava l'indagatore dell'incubo.
Già che ci sono, vediamo le affinità: Morgan è un uomo affascinante, con un passato tormentato che cerca di dimenticare lasciandosi coinvolgere in casi più tormentati; non ha un vero e proprio Groucho vicino, ma la sua amica e confidente dottoressa Pandora Stillman, che gli ha insegnato l'arte del profiler; non un commissario Bloch ma Regina Dolarhyde, una poliziotta in carne e dalla battuta pronta (che lo chiama bell'uomo invece di old boy); un amore perduto e ovviamente incubi.
La prima serie è composta da 24 numeri e ognuna è una storia a sé, con alcuni particolari che creano un filo conduttore.
Il primo numero, L'uomo dell'ultima notte, è perfetto: ci introduce al protagonista, un cacciatore di taglie, ci fa intravedere il suo passato, il suo presente, i suoi amici, le sue abitudini. Con un finale da paura, che ti cattura immediatamente, che ti fa venir voglia di leggere subito il numero successivo.
Morgan è daltonico quindi noi lettori vediamo il mondo così come lo vede lui, grigio con particolari rossi. Soffre d'insonnia da quando la sua vita è cambiata. Diventare un cacciatore di taglie è una conseguenza naturale dopo la tragedia che ha visto protagonista lui ma soprattutto il suo grande amore perduto, Lisbeth. Ha nuovi amici, una nuova casa (dentro un orologio, ironia della sorte), un nuovo lavoro. Il suo hobby, ma forse hobby non è la parola giusta, diciamo il suo rifugio è un cinema che trasmette film horror/splatter che lo aiutano a riflettere o a lasciarsi andare.
Morgan ha i suoi incubi che lo perseguitano: fantasmi dei serial killer che ha ucciso e che si presentano ogni notte a lui, come manifesto delle sue azioni.
Il mondo in cui Morgan vive è un mondo distopico, in cui non è esistita una seconda guerra mondiale, perché la spia Marlene Dietrich ha ucciso quel bastardo di Hitler nel 1937. Ma non è certo un mondo migliore del nostro, forse perché alla fine l'uomo trova sempre il modo per rovinarlo. In questo mondo ci sono le sexy news, in cui la conduttrice si spoglia nuda mentre dà le notizie, oppure il programma con la classifica dei serial killer, in base alla taglia sulle loro teste.
Questo è lo sfondo per ogni singola storia, che nonostante sia autoconclusiva contiene sempre una sottile scia rossa che la collega alla precedente e alla successiva.
La seconda serie, quelle delle "dark novels", è costituita da dieci numeri, e il numero 0 è la storia di Morgan, così come l'abbiamo intravista, ma approfondita (ripresa poi nel numero 9, l'ultimo e forse uno dei più belli di entrambe le stagioni). Sono molto più crude rispetto alla prima serie, Chiaverotti ha osato di più e il filo conduttore non è più solo un filo, ma la trama intera. Una volta finite di leggere le dark, sono certa che non starete nella pelle (come me) e vorrete leggere subito la prossima stagione, ossia le "black novels", in edicola da gennaio. Io le aspetto con trepidazione.
Tralasciando da parte gli ovvi, ossia i personaggi principali, ce ne sono due che mi hanno colpito molto.
Il personaggio femminile (che spero approfondiranno ancora) è Igraine, una cacciatrice di taglie, amica di Morgan. Uno dei numeri è focalizzato su di lei, su chi era prima di diventare quello che è, il suo passato tremendo, il suo dolore quasi atavico. Fortunatamente hanno pensato al suo riscatto, almeno per quanto riguarda la sua infanzia e i suoi scheletri nell'armadio. Adesso dovranno "risolvere" in qualche modo il suo rapporto con Morgan. La trovo affascinante, proprio perché è un miscuglio di fragilità e acciaio.
Il personaggio maschile invece, sorprendentemente, è Smiley. Il piccolo mafioso con le mani in pasta ovunque, con il suo atipico animale domestico, un coccodrillo albino. E' un ometto buffo, egoista, ma sembra affezionato a Morgan, quasi come un fratello maggiore o un padre. Mi è simpatico, nonostante tutto.
In ML ci sono innumerevoli riferimenti alla letteratura di genere, ma non solo. Moltissimi nomi reali sono utilizzati per personaggi fittizi, spesso agli antipodi con i loro originali (Albert Einstein è uno scrittore e il suo romanzo più famoso parla di come Hitler non sia stato ucciso ma abbia provocato effettivamente la seconda guerra mondiale; Terrence Quentin è un regista di culto, esattamente come il "reale" a cui il suo nome è evidentemente ispirato); riferimenti al cinema (adoro la scena-omaggio a Qualcuno volò sul nido del cuculo e quella a Melancholia, due dei miei film preferiti); omaggi ad altri fumetti italiani (mentre Morgan è al cinema, davanti a lui si vedono le inconfondibili sagome di Dylan Dog e Groucho); omaggi a Stephen King, il re dell'horror, fin dal primo numero, con quel "babau" che spaventa Morgan fin da bambino.
E potrei andare avanti per ore.
ML tocca anche temi d'attualità: la pena di morte, lo stalking, il femminicidio, l'inadeguatezza sociale, l'omologazione.
E' inquietante come questa società distopica che non ha ancora conosciuto i social, il cellulare come forma di status symbol (nonostante ci sia già chi si fa i selfie con i cadaveri), rispecchi profondamente la nostra, a un altro livello. E' come se ci dicesse che l'uomo non ha bisogno di nessun device per essere quello che è: una stupida scimmia. In fondo c'era da aspettarselo, evoluzionisticamente parlando: il progresso non serve a migliorarci come umanità, noi siamo gli stessi che a Neanderthal, serve soltanto a darci nuovi metodi e/o spunti di autodistruzione.
L'autore di ML non è solo capace di descrivere ogni situazione nel modo più reale possibile, ma ci offre uno spaccato psicologico da serial killer non indifferente. Un approfondimento del genere che ti coinvolge così tanto, a 360°, è raro, per non dire unico.
Basti pensare a Morgan: è abbastanza semplice (e semplicistico) creare un cacciatore di taglie con un passato tormentato. Ma dargli uno spessore come quello che effettivamente possiede, acquisito via via che i numeri scorrono, non è uno scherzo. Morgan passa da vittima a carnefice, da amante ad amico, da sano a disturbato in un'altalena di ruoli ed emozioni che forse possono sembrare strane o esagerate ad elencarle così in fila, ma leggendole sono perfettamente logiche. E' questa una delle gemme di ML: la coerenza. Nessuno dei personaggi, pur cambiando in base agli eventi, tradisce se stesso, la sua anima più vera e quindi noi li troviamo estremamente verosimili e riusciamo a immedesimarci.
Ultimi ma non ultimi, i disegnatori di ML: bravissimi. Ci sono alcuni che mi sono piaciuti più e altri meno, ma penso sia questione di gusto: chi preferisce un disegno più pulito, chi uno più graffiato, chi uno particolareggiato e chi uno essenziale. Posso solo dire che ce n'è per tutti. L'importante ovviamente è che il disegno rispecchi la natura della storia di base e qui succede sempre.
Non vi racconto trame e sottotrame, sarebbe un delitto, è troppo bello leggerlo e scoprirlo da sé.
Posso solo consigliarvi di prenderlo e lasciarvi catturare da quest'incubo a occhi aperti, da cui sarà bello svegliarsi, alla fine. O forse no.
Anarchic Rain
Morgan Lost è una sorpresa per me. Non sono una fan del fumetto italiano, se si esclude Dylan Dog, perché non mi piacciono le "storie infinite ", come quelle dei fumetti americani. Ma DyD soddisfaceva benissimo il mio bisogno di creepyness di adolescente appassionata di horror e ho iniziato a leggere ML proprio perché mi ricordava l'indagatore dell'incubo.
Già che ci sono, vediamo le affinità: Morgan è un uomo affascinante, con un passato tormentato che cerca di dimenticare lasciandosi coinvolgere in casi più tormentati; non ha un vero e proprio Groucho vicino, ma la sua amica e confidente dottoressa Pandora Stillman, che gli ha insegnato l'arte del profiler; non un commissario Bloch ma Regina Dolarhyde, una poliziotta in carne e dalla battuta pronta (che lo chiama bell'uomo invece di old boy); un amore perduto e ovviamente incubi.
La prima serie è composta da 24 numeri e ognuna è una storia a sé, con alcuni particolari che creano un filo conduttore.
Il primo numero, L'uomo dell'ultima notte, è perfetto: ci introduce al protagonista, un cacciatore di taglie, ci fa intravedere il suo passato, il suo presente, i suoi amici, le sue abitudini. Con un finale da paura, che ti cattura immediatamente, che ti fa venir voglia di leggere subito il numero successivo.
Morgan è daltonico quindi noi lettori vediamo il mondo così come lo vede lui, grigio con particolari rossi. Soffre d'insonnia da quando la sua vita è cambiata. Diventare un cacciatore di taglie è una conseguenza naturale dopo la tragedia che ha visto protagonista lui ma soprattutto il suo grande amore perduto, Lisbeth. Ha nuovi amici, una nuova casa (dentro un orologio, ironia della sorte), un nuovo lavoro. Il suo hobby, ma forse hobby non è la parola giusta, diciamo il suo rifugio è un cinema che trasmette film horror/splatter che lo aiutano a riflettere o a lasciarsi andare.
Morgan ha i suoi incubi che lo perseguitano: fantasmi dei serial killer che ha ucciso e che si presentano ogni notte a lui, come manifesto delle sue azioni.
Il mondo in cui Morgan vive è un mondo distopico, in cui non è esistita una seconda guerra mondiale, perché la spia Marlene Dietrich ha ucciso quel bastardo di Hitler nel 1937. Ma non è certo un mondo migliore del nostro, forse perché alla fine l'uomo trova sempre il modo per rovinarlo. In questo mondo ci sono le sexy news, in cui la conduttrice si spoglia nuda mentre dà le notizie, oppure il programma con la classifica dei serial killer, in base alla taglia sulle loro teste.
Questo è lo sfondo per ogni singola storia, che nonostante sia autoconclusiva contiene sempre una sottile scia rossa che la collega alla precedente e alla successiva.
La seconda serie, quelle delle "dark novels", è costituita da dieci numeri, e il numero 0 è la storia di Morgan, così come l'abbiamo intravista, ma approfondita (ripresa poi nel numero 9, l'ultimo e forse uno dei più belli di entrambe le stagioni). Sono molto più crude rispetto alla prima serie, Chiaverotti ha osato di più e il filo conduttore non è più solo un filo, ma la trama intera. Una volta finite di leggere le dark, sono certa che non starete nella pelle (come me) e vorrete leggere subito la prossima stagione, ossia le "black novels", in edicola da gennaio. Io le aspetto con trepidazione.
Tralasciando da parte gli ovvi, ossia i personaggi principali, ce ne sono due che mi hanno colpito molto.
Il personaggio femminile (che spero approfondiranno ancora) è Igraine, una cacciatrice di taglie, amica di Morgan. Uno dei numeri è focalizzato su di lei, su chi era prima di diventare quello che è, il suo passato tremendo, il suo dolore quasi atavico. Fortunatamente hanno pensato al suo riscatto, almeno per quanto riguarda la sua infanzia e i suoi scheletri nell'armadio. Adesso dovranno "risolvere" in qualche modo il suo rapporto con Morgan. La trovo affascinante, proprio perché è un miscuglio di fragilità e acciaio.
Il personaggio maschile invece, sorprendentemente, è Smiley. Il piccolo mafioso con le mani in pasta ovunque, con il suo atipico animale domestico, un coccodrillo albino. E' un ometto buffo, egoista, ma sembra affezionato a Morgan, quasi come un fratello maggiore o un padre. Mi è simpatico, nonostante tutto.
In ML ci sono innumerevoli riferimenti alla letteratura di genere, ma non solo. Moltissimi nomi reali sono utilizzati per personaggi fittizi, spesso agli antipodi con i loro originali (Albert Einstein è uno scrittore e il suo romanzo più famoso parla di come Hitler non sia stato ucciso ma abbia provocato effettivamente la seconda guerra mondiale; Terrence Quentin è un regista di culto, esattamente come il "reale" a cui il suo nome è evidentemente ispirato); riferimenti al cinema (adoro la scena-omaggio a Qualcuno volò sul nido del cuculo e quella a Melancholia, due dei miei film preferiti); omaggi ad altri fumetti italiani (mentre Morgan è al cinema, davanti a lui si vedono le inconfondibili sagome di Dylan Dog e Groucho); omaggi a Stephen King, il re dell'horror, fin dal primo numero, con quel "babau" che spaventa Morgan fin da bambino.
E potrei andare avanti per ore.
ML tocca anche temi d'attualità: la pena di morte, lo stalking, il femminicidio, l'inadeguatezza sociale, l'omologazione.
E' inquietante come questa società distopica che non ha ancora conosciuto i social, il cellulare come forma di status symbol (nonostante ci sia già chi si fa i selfie con i cadaveri), rispecchi profondamente la nostra, a un altro livello. E' come se ci dicesse che l'uomo non ha bisogno di nessun device per essere quello che è: una stupida scimmia. In fondo c'era da aspettarselo, evoluzionisticamente parlando: il progresso non serve a migliorarci come umanità, noi siamo gli stessi che a Neanderthal, serve soltanto a darci nuovi metodi e/o spunti di autodistruzione.
L'autore di ML non è solo capace di descrivere ogni situazione nel modo più reale possibile, ma ci offre uno spaccato psicologico da serial killer non indifferente. Un approfondimento del genere che ti coinvolge così tanto, a 360°, è raro, per non dire unico.
Basti pensare a Morgan: è abbastanza semplice (e semplicistico) creare un cacciatore di taglie con un passato tormentato. Ma dargli uno spessore come quello che effettivamente possiede, acquisito via via che i numeri scorrono, non è uno scherzo. Morgan passa da vittima a carnefice, da amante ad amico, da sano a disturbato in un'altalena di ruoli ed emozioni che forse possono sembrare strane o esagerate ad elencarle così in fila, ma leggendole sono perfettamente logiche. E' questa una delle gemme di ML: la coerenza. Nessuno dei personaggi, pur cambiando in base agli eventi, tradisce se stesso, la sua anima più vera e quindi noi li troviamo estremamente verosimili e riusciamo a immedesimarci.
Ultimi ma non ultimi, i disegnatori di ML: bravissimi. Ci sono alcuni che mi sono piaciuti più e altri meno, ma penso sia questione di gusto: chi preferisce un disegno più pulito, chi uno più graffiato, chi uno particolareggiato e chi uno essenziale. Posso solo dire che ce n'è per tutti. L'importante ovviamente è che il disegno rispecchi la natura della storia di base e qui succede sempre.
Non vi racconto trame e sottotrame, sarebbe un delitto, è troppo bello leggerlo e scoprirlo da sé.
Posso solo consigliarvi di prenderlo e lasciarvi catturare da quest'incubo a occhi aperti, da cui sarà bello svegliarsi, alla fine. O forse no.
Anarchic Rain
martedì 30 giugno 2015
In Italia l'horror è rosa, di peluche e...ziga!
TITOLO: La notte eterna del coniglio
AUTORE: Giacomo Gardumi
EDIZIONE: Il Sole 24 ore
PAGINE: 348
VERSIONE LETTA: cartacea/kindle
VALUTAZIONE IN DECIMI: 7
Un altro horror, stavolta di un italiano. Credo sia il primo che leggo.
Non sapevo dell'esistenza di questo titolo, che poi è anche piuttosto recente (2003, se non sbaglio), ma fa parte della collana horror in uscita con il Sole 24 ore e quindi ho iniziato a leggerlo. Il titolo mi attirava parecchio.
In due giorni l'ho divorato. Che dire, un libro che si lascia assolutamente leggere. Anzi.
Scritto in prima persona da una donna (già questo abbastanza insolito), è ambientato in America, pochi giorni dopo la terza guerra mondiale, in un mondo che ormai non esiste più. Un mondo post-atomico.
Quattro nuclei familiari (apparentemente gli unici sopravvissuti alla catastrofe) sono riusciti a salvarsi grazie alla costruzione avvenuta poco tempo prima dello scoppio del conflitto di quattro bunker anti-atomici.
La protagonista si ritrova nel bunker del padre, insieme ad un ragazzo cinese che si trovava in casa loro per caso; il marito di lei si ritrova in quello del proprio padre, a molte miglia di distanza; poi ci sono una donna e i suoi due bambini in un altro e nell'ultimo una coppia di anziani.
I quattro bunker possono comunicare tra loro uno alla volta tramite un sistema audio/video satellitare.
Fin qui, tutto "normale".
Poi arriva il coniglio rosa.
E le persone nei bunker iniziano a morire. A morire in modo sadico. Prima il marito della protagonista con il padre, poi i due anziani, poi la donna e i bambini.
Inesorabilmente, il cerchio sembra chiudersi sull'ultimo bunker ancora inespugnato.
Ma chi è questo coniglio rosa? Perché vuole sterminare la razza umana? E soprattutto, come fa ad entrare nei bunker, che non mostrano segni di effrazione?
In un ritmo che si fa sempre più serrato, l'autore ci trascina in una storia allucinante, che non parla solo delle azioni umane, ma scava nell'animo, porta alla luce le nostre paure più profonde e anche la nostra follia. Questo romanzo sembra dirci che siamo tutti folli, che messi in condizioni adeguate tutti siamo dei potenziali mostri, ma quello che alla fine ci salva, DEVE salvarci, è la nostra umanità. Questa è l'unica cosa che non dobbiamo mai perdere, insieme alla speranza.
In definitiva questo libro mi è piaciuto. La protagonista non mi è per niente simpatica, a dirla tutta, mi sembra solo isterica (e vorrei vedere, in quella situazione) e completamente fuori luogo. Ma la scrittura è scorrevole, veloce, magnetica. Non sono riuscita a staccarmici per due giorni di fila, finché non l'ho finito.
E' un libro non troppo pesante, nonostante il tema trattato, un ottimo horror/thriller, con un finale buonista che però un po' ci sta. Voglio tenere presente che è un romanzo d'esordio e che magari l'autore non se l'è sentita di concluderlo "male", forse anche per superstizione...
Se vi piace il genere e se volete conoscere un autore nostrano che purtroppo non ha molti libri al suo attivo, allora leggetelo. Non vi deluderà.
Anarchic Rain
AUTORE: Giacomo Gardumi
EDIZIONE: Il Sole 24 ore
PAGINE: 348
VERSIONE LETTA: cartacea/kindle
VALUTAZIONE IN DECIMI: 7
Un altro horror, stavolta di un italiano. Credo sia il primo che leggo.
Non sapevo dell'esistenza di questo titolo, che poi è anche piuttosto recente (2003, se non sbaglio), ma fa parte della collana horror in uscita con il Sole 24 ore e quindi ho iniziato a leggerlo. Il titolo mi attirava parecchio.
In due giorni l'ho divorato. Che dire, un libro che si lascia assolutamente leggere. Anzi.
Scritto in prima persona da una donna (già questo abbastanza insolito), è ambientato in America, pochi giorni dopo la terza guerra mondiale, in un mondo che ormai non esiste più. Un mondo post-atomico.
Quattro nuclei familiari (apparentemente gli unici sopravvissuti alla catastrofe) sono riusciti a salvarsi grazie alla costruzione avvenuta poco tempo prima dello scoppio del conflitto di quattro bunker anti-atomici.
La protagonista si ritrova nel bunker del padre, insieme ad un ragazzo cinese che si trovava in casa loro per caso; il marito di lei si ritrova in quello del proprio padre, a molte miglia di distanza; poi ci sono una donna e i suoi due bambini in un altro e nell'ultimo una coppia di anziani.
I quattro bunker possono comunicare tra loro uno alla volta tramite un sistema audio/video satellitare.
Fin qui, tutto "normale".
Poi arriva il coniglio rosa.
E le persone nei bunker iniziano a morire. A morire in modo sadico. Prima il marito della protagonista con il padre, poi i due anziani, poi la donna e i bambini.
Inesorabilmente, il cerchio sembra chiudersi sull'ultimo bunker ancora inespugnato.
Ma chi è questo coniglio rosa? Perché vuole sterminare la razza umana? E soprattutto, come fa ad entrare nei bunker, che non mostrano segni di effrazione?
In un ritmo che si fa sempre più serrato, l'autore ci trascina in una storia allucinante, che non parla solo delle azioni umane, ma scava nell'animo, porta alla luce le nostre paure più profonde e anche la nostra follia. Questo romanzo sembra dirci che siamo tutti folli, che messi in condizioni adeguate tutti siamo dei potenziali mostri, ma quello che alla fine ci salva, DEVE salvarci, è la nostra umanità. Questa è l'unica cosa che non dobbiamo mai perdere, insieme alla speranza.
In definitiva questo libro mi è piaciuto. La protagonista non mi è per niente simpatica, a dirla tutta, mi sembra solo isterica (e vorrei vedere, in quella situazione) e completamente fuori luogo. Ma la scrittura è scorrevole, veloce, magnetica. Non sono riuscita a staccarmici per due giorni di fila, finché non l'ho finito.
E' un libro non troppo pesante, nonostante il tema trattato, un ottimo horror/thriller, con un finale buonista che però un po' ci sta. Voglio tenere presente che è un romanzo d'esordio e che magari l'autore non se l'è sentita di concluderlo "male", forse anche per superstizione...
Se vi piace il genere e se volete conoscere un autore nostrano che purtroppo non ha molti libri al suo attivo, allora leggetelo. Non vi deluderà.
Anarchic Rain
domenica 22 marzo 2015
Altro omaggio decisamente non riuscito
TITOLO: Bianca come il latte, rossa come il sangue
AUTORE: Alessandro D'Avenia
EDIZIONE: Mondadori
PAGINE: 254
VERSIONE LETTA: kindle
VALUTAZIONE IN DECIMI: 3
Come vi ho preannunciato (solo sulla pagina facebook), ho deciso di sputare un po' di veleno.
Purtroppo o per fortuna, scelgo sempre molto accuratamente i libri da leggere, per cui è raro che mi capitino "inconsapevolmente" delle vere schifezze.
Se tralasciamo i libri sciocchi letti per "dovere di cronaca", mi rimangono veramente pochi libri di cui (s)parlare.
Uno di questi è proprio il libro del titolo, un libro che ha venduto un boato di copie, da cui hanno persino tratto un film alla velocità della luce e che per fortuna ho potuto leggere aggratis senza spendere un euro.
Piccola premessa doverosa: non sono affatto contraria ai libri di questo genere: ho letto e pianto abbastanza per Lovestory (praticamente la fonte da cui TUTTI gli altri sono derivati) e Gridare amore dal centro del mondo, quindi non sono quel cuore di pietra che potreste pensare.
Detto questo passiamo a 'sto libro.
A parte che ha potuto fare successo solo perché ci sono le nuove generazioni che non sanno proprio niente, anche se fanno gli intellettuali su internet (facile eh?); a parte che dopo Moccia, Tuailait e le 50 sfumature, ormai si è capito che per vendere c'è bisogno di scrivere con i piedi.
Una storia banale. Già letta, già vista, insipida.
Ma potremmo anche passarci sopra, visto che ormai molto, per non dire tutto, è stato già raccontato. Il problema, che qualcuno ancora sembra non afferrare, è il modo in cui viene raccontato. E' lì che deve esserci l'originalità, è lì che deve annidarsi un genio. Se poi si riesce a creare una storia che sia originale e scritta bene, allora siamo nel campo dei miracoli.
Ma comunque non è il campo di questo libro, in nessuno dei due sensi.
Dicevo, lasciando da parte la banalità della storia, è la banalità della scrittura che mi ha irritato.
Si, proprio così, mi ha irritato. Non mi piace leggere un libro brutto e un libro scritto male è anche peggio. Similitudini scontate, pensieri anacronistici, pateticità a manciate.
Introspezione dei personaggi? Zero. Eppure offre molti spunti la storia. Invece è un semplice elenco di fatti, ogni tanto intervallato da frasette ad effetto che le adolescenti possono scrivere sul diario.
Il paragone con il ben più profondo Gridare amore dal centro del mondo (precedente a questo, sia chiaro) è immediato e forse anche un po' offensivo (per il secondo, ovviamente).
Mi chiedo: ma perché dobbiamo sempre farci riconoscere? Insomma, siamo la patria di Dante, porca miseria. Di Leopardi, di Calvino!! Possiamo scrivere cose bellissime e soprattutto cose che parlano di noi, cose che non possono prendere altri scrittori e portarli nei loro Paesi, cose che abbiamo solo noi. E invece ci ostiniamo a copiare qua e là qualsiasi cosa sia di stampo americano (preferenzialmente) o giapponese (il Giappone va fortissimo, negli ultimi anni).
Dal basso della mia carriera di lettrice, vorrei tanto prendere 'sti autori e dire loro: perché non scrivete quello che sapete? King dice che uno scrittore deve scrivere solo quello che sa e dice anche, molto saggiamente, che un libro va scritto prima a "porta chiusa" (ossia buttando giù solo quello che abbiamo dentro, ma dentro sul serio) e poi a "porta aperta" (ossia lasciando che le persone che amiamo influenzino anche solo con la loro presenza quello che finora abbiamo scritto).
L'ho sempre trovato un consiglio preziosissimo, se avessi del talento in tal senso credo che farei di tutto per seguirlo.
Ecco cosa vorrei dire loro.
Un'altra cosa: è inutile copiare: vi farà vendere all'inizio, ma i lettori veri se ne accorgono prima o poi e allora sarete finiti.
Magari mi sbaglio in questo caso, non lo so...ma io, lettrice media, non ho più nessuno stimolo a comprare un suo libro, dopo questa delusione.
Detto questo, mi piacerebbe davvero sapere cosa ne pensa invece chi questo libro l'ha letto e l'ha apprezzato.
Magari riesce a farmelo vedere da un lato migliore.
Fino ad allora, permettetemi di dubitarne.
Anarchic Rain
AUTORE: Alessandro D'Avenia
EDIZIONE: Mondadori
PAGINE: 254
VERSIONE LETTA: kindle
VALUTAZIONE IN DECIMI: 3
Come vi ho preannunciato (solo sulla pagina facebook), ho deciso di sputare un po' di veleno.
Purtroppo o per fortuna, scelgo sempre molto accuratamente i libri da leggere, per cui è raro che mi capitino "inconsapevolmente" delle vere schifezze.
Se tralasciamo i libri sciocchi letti per "dovere di cronaca", mi rimangono veramente pochi libri di cui (s)parlare.
Uno di questi è proprio il libro del titolo, un libro che ha venduto un boato di copie, da cui hanno persino tratto un film alla velocità della luce e che per fortuna ho potuto leggere aggratis senza spendere un euro.
Piccola premessa doverosa: non sono affatto contraria ai libri di questo genere: ho letto e pianto abbastanza per Lovestory (praticamente la fonte da cui TUTTI gli altri sono derivati) e Gridare amore dal centro del mondo, quindi non sono quel cuore di pietra che potreste pensare.
Detto questo passiamo a 'sto libro.
A parte che ha potuto fare successo solo perché ci sono le nuove generazioni che non sanno proprio niente, anche se fanno gli intellettuali su internet (facile eh?); a parte che dopo Moccia, Tuailait e le 50 sfumature, ormai si è capito che per vendere c'è bisogno di scrivere con i piedi.
Una storia banale. Già letta, già vista, insipida.
Ma potremmo anche passarci sopra, visto che ormai molto, per non dire tutto, è stato già raccontato. Il problema, che qualcuno ancora sembra non afferrare, è il modo in cui viene raccontato. E' lì che deve esserci l'originalità, è lì che deve annidarsi un genio. Se poi si riesce a creare una storia che sia originale e scritta bene, allora siamo nel campo dei miracoli.
Ma comunque non è il campo di questo libro, in nessuno dei due sensi.
Dicevo, lasciando da parte la banalità della storia, è la banalità della scrittura che mi ha irritato.
Si, proprio così, mi ha irritato. Non mi piace leggere un libro brutto e un libro scritto male è anche peggio. Similitudini scontate, pensieri anacronistici, pateticità a manciate.
Introspezione dei personaggi? Zero. Eppure offre molti spunti la storia. Invece è un semplice elenco di fatti, ogni tanto intervallato da frasette ad effetto che le adolescenti possono scrivere sul diario.
Il paragone con il ben più profondo Gridare amore dal centro del mondo (precedente a questo, sia chiaro) è immediato e forse anche un po' offensivo (per il secondo, ovviamente).
Mi chiedo: ma perché dobbiamo sempre farci riconoscere? Insomma, siamo la patria di Dante, porca miseria. Di Leopardi, di Calvino!! Possiamo scrivere cose bellissime e soprattutto cose che parlano di noi, cose che non possono prendere altri scrittori e portarli nei loro Paesi, cose che abbiamo solo noi. E invece ci ostiniamo a copiare qua e là qualsiasi cosa sia di stampo americano (preferenzialmente) o giapponese (il Giappone va fortissimo, negli ultimi anni).
Dal basso della mia carriera di lettrice, vorrei tanto prendere 'sti autori e dire loro: perché non scrivete quello che sapete? King dice che uno scrittore deve scrivere solo quello che sa e dice anche, molto saggiamente, che un libro va scritto prima a "porta chiusa" (ossia buttando giù solo quello che abbiamo dentro, ma dentro sul serio) e poi a "porta aperta" (ossia lasciando che le persone che amiamo influenzino anche solo con la loro presenza quello che finora abbiamo scritto).
L'ho sempre trovato un consiglio preziosissimo, se avessi del talento in tal senso credo che farei di tutto per seguirlo.
Ecco cosa vorrei dire loro.
Un'altra cosa: è inutile copiare: vi farà vendere all'inizio, ma i lettori veri se ne accorgono prima o poi e allora sarete finiti.
Magari mi sbaglio in questo caso, non lo so...ma io, lettrice media, non ho più nessuno stimolo a comprare un suo libro, dopo questa delusione.
Detto questo, mi piacerebbe davvero sapere cosa ne pensa invece chi questo libro l'ha letto e l'ha apprezzato.
Magari riesce a farmelo vedere da un lato migliore.
Fino ad allora, permettetemi di dubitarne.
Anarchic Rain
martedì 17 febbraio 2015
Non è mai facile scrivere di politica italiana...ancor meno leggerne
TITOLO: Il desiderio di essere come tutti
AUTORE: Francesco Piccolo
EDIZIONE: Einaudi
PAGINE: 272
VERSIONE LETTA: kindle
VALUTAZIONE IN DECIMI: 6
Ho cominciato a leggere questo libro forse come la maggior parte di voi: perché non sapevo di cosa parlasse. Di solito mi evito gli spoiler anche solo di trama, perché non voglio farmi influenzare. Mi attirava molto il titolo, mi sembrava ironico e in un certo senso iconoclasta.
Ecco, niente di tutto ciò.
Il libro, lo dico a beneficio di chi non l'ha ancora letto, sembra politico. Ma non "politico" e basta, "POLITICO". Si divide in due parti, la prima con protagonista centrale Berlinguer, la seconda Berlusconi. Lo scrittore parla in prima persona (suppongo sia più che autobiografico!) ed è di sinistra. Tra l'altro è uno degli sceneggiatori del film Il caimano (e manco questo sapevo).
Cosa cerca di fare con questo libro?
Mah, un sacco di cose, da quello che ho capito, ma in una parola questo: analizza tutti i fatti politici (che si intrecciano, in maniera anche forzata a volte, con quelli suoi privati) per cercare il bandolo della matassa, per cercare di capire come e quando è andato tutto a rotoli in un Paese che, diciamocelo, è uno dei più belli del mondo.
Ora, io non sono sicuramente la persona più adatta a parlare di un libro del genere, perché non ho mai capito nulla di politica, leggi, decreti, strategie, alleanze e compagnia. Sono la persona più apolitica sulla faccia della terra. Sono una che alle elezioni del 2000qualcosa ha firmato il registro dichiarando il proprio diritto a non votare nessuno perché le facevano tutti schifo. Sono una così. Né di destra né di sinistra. Nemmeno anarchica, nonostante le insinuazioni di qualcuno.
Però questo libro un po' mi è piaciuto e un po' mi ha fatto incazzare, così, da profana. Quindi voglio parlarne per sapere anche la vostra opinione.
Mi è piaciuto perché il protagonista, nonostante sia un po' "emotivo" su certe cose, è un ragazzo onesto, insicuro, timido, di quelli che non vuole scontentare nessuno ma si rende conto che prima o poi capita. Ed è anche un ragazzo appassionato e maldestro. Tutto sommato, quella che potremmo definire una "brava persona". Fin da giovanissimo viene coinvolto nella politica, prima dalla sua famiglia, poi dalle sue amicizie e lui si è sempre trovato un po' di là e un po' di qua, perché non voleva deludere nessuno dei due fronti. Nell'Italia degli anni 70-80 in fondo, quasi non potevi permetterti di non stare da nessuna parte, come oggi invece succede spesso. Semplicemente, all'epoca era molto più chiaro di ora: o eri a destra o eri a sinistra o eri democristiano (perlomeno mi pare di aver capito questa tripartizione dal libro). Oggi seguire la politica non è più così semplice, quindi è anche per pigrizia che molti non vogliono esserne coinvolti (oltre che per tutto lo schifo che gira intorno a coloro che dovrebbero rappresentarci).
Il profilo storico che viene fuori dal libro è che c'è stato un momento preciso in cui tutto poteva o andare bene o andare male. Ed è andato male.
Nel 1978 il sequestro Moro ha segnato una svolta importante negli equilibri (già un po' precari) della scena politica italiana e, secondo Piccolo, se lui avesse usato altri toni nella prima lettera inviata a Cossiga sarebbe forse andato tutto diversamente. Da lì, il mondo a cominciato a sgretolarsi.
Non parliamo poi del secondo fatidico anno, il 1994, anno in cui è comparso sulla scena Silvio Berlusconi. Un uomo che non sarebbe mai dovuto arrivare dove invece è arrivato e, se ci è arrivato, è solo perché tutti gli italiani, a forza di denigrarlo, lo hanno dipinto come innocuo e dunque non se ne sono preoccupati più di tanto. A forza di cercare occasioni "private" per screditarlo, si sono dimenticati di quelle "pubbliche" e quindi, invece di escluderlo dalla scena, lo hanno proprio messo al centro di questa.
E qui arriviamo al punto che mi ha fatto incazzare.
Secondo quanto dice lo scrittore, l'unico mondo possibile in cui vivere serenamente è uno governato dalla sinistra (ma una sinistra come la intendeva Berlinguer, non altro) e penso che questo sia un pensiero ridicolo. Non perché quello che dice la sinistra è sbagliato o è giusto quello che dice la destra. Ma io, che sono cresciuta sì negli anni 80-90, da quando ho una "coscienza politica" (a chiamarla così, in modo comunque forzato) non ho mai visto una separazione netta di ideali tra le due (o mille) fazioni, anzi, tutti lì a promettere sempre l'impossibile e poi a farsi gli affari propri. Posso anche capire che per coloro che sono vissuti a quel tempo le cose fossero diverse, ma bisogna rapportarsi alla realtà del presente. E la realtà del presente è, secondo me, che ripeto non ci capisco molto, che nessuno ha più a cuore il nostro Paese, i nostri diritti come cittadini e il nostro benessere.
Un esempio: io voglio pagare le tasse, ma voglio che i miei soldi vengano impiegati con razionalità e coscienza.
E' questo secondo me che manca oggi, mentre c'è un eccesso di egoismo nella forma più esagerata.
Forse il libro è troppo ingenuo, da questo punto di vista, ma dopo una prima parte molto bella non mi aspettavo questo calo di tono. Per questo mi sono incazzata.
Si, lo so, prendersela con un libro è sciocco, ma che volete farci? Sono fatta così.
Inoltre ad un certo punto, scade proprio con una specie di filippica contro la rete, che ci propone solo cose simili a quelle che abbiamo già scelto, per il principio dei "sistemi di raccomandazione", così continueremo a leggere e vedere solo quello che ci fa comodo. Andiamo. Ma non diciamo minchiate. Se io voglio leggere qualcosa, non mi baso su quello che mi propone amazon o un'altra pubblicità. La mia pigrizia (ormai proverbiale) non arriva a tanto. Certo, magari c'è qualcuno che se ne fa influenzare, ma mi rifiuto di pensare che la maggioranza sia una massa di pecore.
Verso la fine, poi, l'illuminazione. Dice: "Si può essere infelici nonostante si creda in qualcosa, e si può essere felici nonostante si detesti qualcosa".
Finalmente. Ci volevano quarant'anni di vita per capirlo? E' alla fine che me ne sono resa conto: ci ha presi tutti in giro! Non è un libro politico. E' più un libro di formazione, una specie di iniziazione alla vita che inizia quando siamo piccoli, in balia dei nostri genitori, e continua fino alla morte.
Vi sembra una chiacchierata confusa? Perché non sapete che altro c'è nella mia testa...comunque una cosa l'ho capita: forse questo libro vuole semplicemente dimostrarci che non bisogna estraniarsi dalla vita politica che si svolge intorno a noi, perché anche questa estraniazione è colpevole. Noi siamo già coinvolti, nel momento in cui nasciamo, quindi è inutile voler far finta di niente (se non guardo la politica, la politica non guarderà me).
Un po' in colpa mi ha fatto sentire, in effetti.
Per concludere, tanto per dimostrare ancora la mia (in)sana ignoranza (se non l'avessi ancora fatto abbastanza), le ultime pagine del libro non le ho proprio capite. Tutte quelle parole per tirare le fila del discorso me lo hanno confuso di più (se possibile).
Forse prima o poi, quando (e se) la mia coscienza si risveglierà, lo capirò.
Fino ad allora, continuerò a dormire tranquilla, aspettando l'occasione giusta per andarmene.
Anarchic Rain
AUTORE: Francesco Piccolo
EDIZIONE: Einaudi
PAGINE: 272
VERSIONE LETTA: kindle
VALUTAZIONE IN DECIMI: 6
Ho cominciato a leggere questo libro forse come la maggior parte di voi: perché non sapevo di cosa parlasse. Di solito mi evito gli spoiler anche solo di trama, perché non voglio farmi influenzare. Mi attirava molto il titolo, mi sembrava ironico e in un certo senso iconoclasta.
Ecco, niente di tutto ciò.
Il libro, lo dico a beneficio di chi non l'ha ancora letto, sembra politico. Ma non "politico" e basta, "POLITICO". Si divide in due parti, la prima con protagonista centrale Berlinguer, la seconda Berlusconi. Lo scrittore parla in prima persona (suppongo sia più che autobiografico!) ed è di sinistra. Tra l'altro è uno degli sceneggiatori del film Il caimano (e manco questo sapevo).
Cosa cerca di fare con questo libro?
Mah, un sacco di cose, da quello che ho capito, ma in una parola questo: analizza tutti i fatti politici (che si intrecciano, in maniera anche forzata a volte, con quelli suoi privati) per cercare il bandolo della matassa, per cercare di capire come e quando è andato tutto a rotoli in un Paese che, diciamocelo, è uno dei più belli del mondo.
Ora, io non sono sicuramente la persona più adatta a parlare di un libro del genere, perché non ho mai capito nulla di politica, leggi, decreti, strategie, alleanze e compagnia. Sono la persona più apolitica sulla faccia della terra. Sono una che alle elezioni del 2000qualcosa ha firmato il registro dichiarando il proprio diritto a non votare nessuno perché le facevano tutti schifo. Sono una così. Né di destra né di sinistra. Nemmeno anarchica, nonostante le insinuazioni di qualcuno.
Però questo libro un po' mi è piaciuto e un po' mi ha fatto incazzare, così, da profana. Quindi voglio parlarne per sapere anche la vostra opinione.
Mi è piaciuto perché il protagonista, nonostante sia un po' "emotivo" su certe cose, è un ragazzo onesto, insicuro, timido, di quelli che non vuole scontentare nessuno ma si rende conto che prima o poi capita. Ed è anche un ragazzo appassionato e maldestro. Tutto sommato, quella che potremmo definire una "brava persona". Fin da giovanissimo viene coinvolto nella politica, prima dalla sua famiglia, poi dalle sue amicizie e lui si è sempre trovato un po' di là e un po' di qua, perché non voleva deludere nessuno dei due fronti. Nell'Italia degli anni 70-80 in fondo, quasi non potevi permetterti di non stare da nessuna parte, come oggi invece succede spesso. Semplicemente, all'epoca era molto più chiaro di ora: o eri a destra o eri a sinistra o eri democristiano (perlomeno mi pare di aver capito questa tripartizione dal libro). Oggi seguire la politica non è più così semplice, quindi è anche per pigrizia che molti non vogliono esserne coinvolti (oltre che per tutto lo schifo che gira intorno a coloro che dovrebbero rappresentarci).
Il profilo storico che viene fuori dal libro è che c'è stato un momento preciso in cui tutto poteva o andare bene o andare male. Ed è andato male.
Nel 1978 il sequestro Moro ha segnato una svolta importante negli equilibri (già un po' precari) della scena politica italiana e, secondo Piccolo, se lui avesse usato altri toni nella prima lettera inviata a Cossiga sarebbe forse andato tutto diversamente. Da lì, il mondo a cominciato a sgretolarsi.
Non parliamo poi del secondo fatidico anno, il 1994, anno in cui è comparso sulla scena Silvio Berlusconi. Un uomo che non sarebbe mai dovuto arrivare dove invece è arrivato e, se ci è arrivato, è solo perché tutti gli italiani, a forza di denigrarlo, lo hanno dipinto come innocuo e dunque non se ne sono preoccupati più di tanto. A forza di cercare occasioni "private" per screditarlo, si sono dimenticati di quelle "pubbliche" e quindi, invece di escluderlo dalla scena, lo hanno proprio messo al centro di questa.
E qui arriviamo al punto che mi ha fatto incazzare.
Secondo quanto dice lo scrittore, l'unico mondo possibile in cui vivere serenamente è uno governato dalla sinistra (ma una sinistra come la intendeva Berlinguer, non altro) e penso che questo sia un pensiero ridicolo. Non perché quello che dice la sinistra è sbagliato o è giusto quello che dice la destra. Ma io, che sono cresciuta sì negli anni 80-90, da quando ho una "coscienza politica" (a chiamarla così, in modo comunque forzato) non ho mai visto una separazione netta di ideali tra le due (o mille) fazioni, anzi, tutti lì a promettere sempre l'impossibile e poi a farsi gli affari propri. Posso anche capire che per coloro che sono vissuti a quel tempo le cose fossero diverse, ma bisogna rapportarsi alla realtà del presente. E la realtà del presente è, secondo me, che ripeto non ci capisco molto, che nessuno ha più a cuore il nostro Paese, i nostri diritti come cittadini e il nostro benessere.
Un esempio: io voglio pagare le tasse, ma voglio che i miei soldi vengano impiegati con razionalità e coscienza.
E' questo secondo me che manca oggi, mentre c'è un eccesso di egoismo nella forma più esagerata.
Forse il libro è troppo ingenuo, da questo punto di vista, ma dopo una prima parte molto bella non mi aspettavo questo calo di tono. Per questo mi sono incazzata.
Si, lo so, prendersela con un libro è sciocco, ma che volete farci? Sono fatta così.
Inoltre ad un certo punto, scade proprio con una specie di filippica contro la rete, che ci propone solo cose simili a quelle che abbiamo già scelto, per il principio dei "sistemi di raccomandazione", così continueremo a leggere e vedere solo quello che ci fa comodo. Andiamo. Ma non diciamo minchiate. Se io voglio leggere qualcosa, non mi baso su quello che mi propone amazon o un'altra pubblicità. La mia pigrizia (ormai proverbiale) non arriva a tanto. Certo, magari c'è qualcuno che se ne fa influenzare, ma mi rifiuto di pensare che la maggioranza sia una massa di pecore.
Verso la fine, poi, l'illuminazione. Dice: "Si può essere infelici nonostante si creda in qualcosa, e si può essere felici nonostante si detesti qualcosa".
Finalmente. Ci volevano quarant'anni di vita per capirlo? E' alla fine che me ne sono resa conto: ci ha presi tutti in giro! Non è un libro politico. E' più un libro di formazione, una specie di iniziazione alla vita che inizia quando siamo piccoli, in balia dei nostri genitori, e continua fino alla morte.
Vi sembra una chiacchierata confusa? Perché non sapete che altro c'è nella mia testa...comunque una cosa l'ho capita: forse questo libro vuole semplicemente dimostrarci che non bisogna estraniarsi dalla vita politica che si svolge intorno a noi, perché anche questa estraniazione è colpevole. Noi siamo già coinvolti, nel momento in cui nasciamo, quindi è inutile voler far finta di niente (se non guardo la politica, la politica non guarderà me).
Un po' in colpa mi ha fatto sentire, in effetti.
Per concludere, tanto per dimostrare ancora la mia (in)sana ignoranza (se non l'avessi ancora fatto abbastanza), le ultime pagine del libro non le ho proprio capite. Tutte quelle parole per tirare le fila del discorso me lo hanno confuso di più (se possibile).
Forse prima o poi, quando (e se) la mia coscienza si risveglierà, lo capirò.
Fino ad allora, continuerò a dormire tranquilla, aspettando l'occasione giusta per andarmene.
Anarchic Rain
lunedì 9 febbraio 2015
Anarchia letteraria: due libri e una capanna
TITOLO: Io sono di legno
AUTORE: Giulia Carcasi
EDIZIONE: Feltrinelli
PAGINE: 140
VERSIONE LETTA: cartacea e kindle
VALUTAZIONE IN DECIMI: 6+
TITOLO: Gli sdraiati
AUTORE: Michele Serra
EDIZIONE: Feltrinelli
PAGINE: 112
VERSIONE LETTA: cartacea e kindle
VALUTAZIONE IN DECIMI: 7+
Oggi voglio parlare non di uno, ma di due romanzi (o forse sarebbe meglio dire "racconti lunghi", o meglio ancora "novelle", se quest'ultimo non suonasse troppo di boccacciana e/o dannunziana memoria).
Comunque, oggi mi gira così, perché appena ho finito di leggere il secondo titolo, quello di Serra, avevo già fatto il parallelismo mentale con quello della Carcasi.
A chi ha letto entrambi i libri, il paragone sembrerà ovvio in un paio di secondi: sono due libri che parlano della stessa cosa nella stessa maniera. Solo che nel primo è una madre che parla alla figlia, nel secondo (indovinate un po'?) un padre che parla al figlio.
Stessa età per tutti e quattro i personaggi e stesso ambiente borghese medio-alto italiano.
E la difficoltà a parlare con il proprio figlio/genitore che la fa da padrona.
Una piccola differenza tra i due è che mentre nel primo noi abbiamo anche stralci di punti di vista della figlia (diciamo che fanno metà e metà tra lei e sua madre), nel secondo è unicamente il padre che parla.
Vediamo i punti in comune: i due genitori sono in un limbo critico del rapporto con i rispettivi figli, con i quali molto semplicemente e spartanamente non parlano. Sono muti gli uni con gli altri, creatori e creature non riescono a trovare un linguaggio comune, in nessun modo, e forse nemmeno lo cercano realmente o nel modo giusto.
Ma esiste un modo giusto?
Quando i genitori erano ancora solo figli, il problema non si poneva proprio: non si poteva parlare con mamma e papà ma solo stare zitti e ascoltare e fare tutto quello che dicevano loro.
Oggi invece, vuoi perché gli "ex-figli" non vogliono ripetere l'esperienza di "terrore" subita, vuoi perché vedono in troppa tv troppi personaggi ambigui che parlano di un sano dialogo tra genitore e figlio, quasi una sorta di amicizia parentale, bisogna assolutamente parlare con i propri figli, per capirne i bisogni e non traumatizzarli.
Vabbè, lasciamo perdere quello che penso io della faccenda, perché altrimenti qualcuno chiamerebbe i servizi sociali nonostante io non abbia prole a carico.
I due genitori in questione trovano catartico scrivere al (o comunque fare un monologo con il) figlio.
Ma la differenza di contenuto è evidente già dalle prime parole. Le due donne parlano di se stesse, della propria vita, delle proprie vittorie e delle (numerose) sconfitte. Si, anche Mia, la figlia diciassettenne, che parla come una della sua età di cose che sono forse un po' più grandi di lei. Non c'è ironia in nessuna di quelle parole, solo una vita spezzata (quella della madre) e una che sta per spezzarsi ma forse è ancora in tempo (quella di Mia, appunto), tutto è preso più sul serio che mai.
Invece, di contro, leggere il monologo del padre divorziato che tenta in ogni modo di stabilire un contatto (perlomeno visivo, se non verbale) con suo figlio diciottenne, è divertente, ironico, quasi spensierato, nonostante si capisca che sta disperatamente cercando un appiglio con lui. E' scanzonato, forse. E per questo è più riuscito del "patetico" caro diario della donna.
Una cosa molto divertente del libro di Serra, e anche piuttosto profonda, è una sorta di racconto nel racconto, in cui il padre immagina di essere uno scrittore e di scrivere la storia della Grande guerra finale, ossia una battaglia tra vecchi decrepiti e giovani uomini, nata per stabilire chi delle due fazioni erediterà il mondo. Ovviamente non possono essere i vecchi, altrimenti dopo pochi anni l'umanità si estinguerebbe senza possibilità alcuna, per cui alla fine i Giovani vincono. Ma, compassionevoli, non fanno cadaveri né prigionieri, semplicemente relegano i Vecchi nella fascia temperata del pianeta, a vivere quel poco che resta loro in santa pace. Un giorno anche i Giovani saranno Vecchi e che questo sia da monito.
Altra differenza, forse fondamentale, è che le due donne non si parlano mai direttamente: la madre scrive una specie di lettera-confessione che chissà se finirà mai nelle mani della figlia e Mia, di rimando, tiene un diario, che la madre legge di nascosto (o forse è Mia stessa che le permette di leggerlo, lasciandolo in vista, non si sa), ma tentativi di parlarsi faccia a faccia non ce ne sono, perlomeno non nel racconto.
I due uomini invece hanno scambi verbali iniziati sempre dal padre e portati avanti a monosillabi perlopiù del figlio, ma il finale tra loro è più esauriente: finalmente il padre riesce a portare il piccolo uomo, ora diciannovenne, a fare la scalata di un monte, così come lui l'aveva fatta con suo padre.
Mi sembra che il rapporto tra due uomini sia molto meno cerebrale o meglio, voglia essere meno cerebrale, pur essendo molto profondo lo stesso, rispetto a quello tra due donne. Mi è sembrato che tra i due non ci fosse bisogno di molte parole, alla fine il padre si accontenta dei fatti, del semplice acconsentire (anche se forse di malavoglia) a fare una scarpinata in montagna. Mentre invece tra le due donne, Mia e sua madre, rimane tutta una serie di sospesi nonostante forse si siano riuscite a capire un po'.
Ma allora è vero che le donne sono complicate? Che pensano troppo e con le sole chiacchiere non arrivano a nulla? E' forse meglio la concreta superficialità (solo apparente in realtà) dell'uomo?
In apparenza, queste due novelle sono molto leggere, si leggono in due ore l'una e, almeno in quella di Serra, si ride anche. In quella della Carcasi ci si commuove un po', ma forse a un certo punto scade troppo nel patetico per piacere realmente.
Però entrambe hanno centrato, a modo loro, il punto e il punto è l'incomunicabilità tra due generazioni che sembrano stare su due fronti opposti, ognuna con il suo particolare modello di mitra: rimproveri da una parte e indifferenza dall'altra.
Uno scrittore contemporaneo (Alessandro Baricco, se volete) in un suo saggio ha chiamato le nuove generazioni "barbari" perché, giusto o sbagliato che sia, distruggono con la loro sola presenza il passato o almeno quello che, fino a che non sono arrivati loro, era "presente". E non si può nemmeno dare la colpa a loro: sono destinati a fare così, a distruggere quello che trovano quando nascono e crescono, sono quasi geneticamente programmati. E non vuol dire che non possa nascerne un qualcosa di buono. Quindi bisogna solo sapersi adattare, da entrambe le parti, ma specialmente da parte delle generazioni più vecchie, perché purtroppo o per fortuna loro il mondo lo stanno lasciando ai giovani. Dovranno comunque arrendersi, quindi meglio cercare di comprendere le nuove generazioni per guidarle senza darne l'impressione.
D'altro canto, i giovani dovrebbero imparare a tenere a freno la lingua, a volte, ad ascoltare anche quando sono palesi scemenze ad essere dette ed a cercare di essere gentili. Forse alla base di tutto sta solo la riscoperta della gentilezza.
In chiusura, posso consigliare entrambi i libri alle donne, mentre agli uomini ho paura che piacerebbe solo Gli sdraiati, proprio perché è uno di loro che parla.
Anarchic Rain
AUTORE: Giulia Carcasi
EDIZIONE: Feltrinelli
PAGINE: 140
VERSIONE LETTA: cartacea e kindle
VALUTAZIONE IN DECIMI: 6+
TITOLO: Gli sdraiati
AUTORE: Michele Serra
EDIZIONE: Feltrinelli
PAGINE: 112
VERSIONE LETTA: cartacea e kindle
VALUTAZIONE IN DECIMI: 7+
Oggi voglio parlare non di uno, ma di due romanzi (o forse sarebbe meglio dire "racconti lunghi", o meglio ancora "novelle", se quest'ultimo non suonasse troppo di boccacciana e/o dannunziana memoria).
Comunque, oggi mi gira così, perché appena ho finito di leggere il secondo titolo, quello di Serra, avevo già fatto il parallelismo mentale con quello della Carcasi.
A chi ha letto entrambi i libri, il paragone sembrerà ovvio in un paio di secondi: sono due libri che parlano della stessa cosa nella stessa maniera. Solo che nel primo è una madre che parla alla figlia, nel secondo (indovinate un po'?) un padre che parla al figlio.
Stessa età per tutti e quattro i personaggi e stesso ambiente borghese medio-alto italiano.
E la difficoltà a parlare con il proprio figlio/genitore che la fa da padrona.
Una piccola differenza tra i due è che mentre nel primo noi abbiamo anche stralci di punti di vista della figlia (diciamo che fanno metà e metà tra lei e sua madre), nel secondo è unicamente il padre che parla.
Vediamo i punti in comune: i due genitori sono in un limbo critico del rapporto con i rispettivi figli, con i quali molto semplicemente e spartanamente non parlano. Sono muti gli uni con gli altri, creatori e creature non riescono a trovare un linguaggio comune, in nessun modo, e forse nemmeno lo cercano realmente o nel modo giusto.
Ma esiste un modo giusto?
Quando i genitori erano ancora solo figli, il problema non si poneva proprio: non si poteva parlare con mamma e papà ma solo stare zitti e ascoltare e fare tutto quello che dicevano loro.
Oggi invece, vuoi perché gli "ex-figli" non vogliono ripetere l'esperienza di "terrore" subita, vuoi perché vedono in troppa tv troppi personaggi ambigui che parlano di un sano dialogo tra genitore e figlio, quasi una sorta di amicizia parentale, bisogna assolutamente parlare con i propri figli, per capirne i bisogni e non traumatizzarli.
Vabbè, lasciamo perdere quello che penso io della faccenda, perché altrimenti qualcuno chiamerebbe i servizi sociali nonostante io non abbia prole a carico.
I due genitori in questione trovano catartico scrivere al (o comunque fare un monologo con il) figlio.
Ma la differenza di contenuto è evidente già dalle prime parole. Le due donne parlano di se stesse, della propria vita, delle proprie vittorie e delle (numerose) sconfitte. Si, anche Mia, la figlia diciassettenne, che parla come una della sua età di cose che sono forse un po' più grandi di lei. Non c'è ironia in nessuna di quelle parole, solo una vita spezzata (quella della madre) e una che sta per spezzarsi ma forse è ancora in tempo (quella di Mia, appunto), tutto è preso più sul serio che mai.
Invece, di contro, leggere il monologo del padre divorziato che tenta in ogni modo di stabilire un contatto (perlomeno visivo, se non verbale) con suo figlio diciottenne, è divertente, ironico, quasi spensierato, nonostante si capisca che sta disperatamente cercando un appiglio con lui. E' scanzonato, forse. E per questo è più riuscito del "patetico" caro diario della donna.
Una cosa molto divertente del libro di Serra, e anche piuttosto profonda, è una sorta di racconto nel racconto, in cui il padre immagina di essere uno scrittore e di scrivere la storia della Grande guerra finale, ossia una battaglia tra vecchi decrepiti e giovani uomini, nata per stabilire chi delle due fazioni erediterà il mondo. Ovviamente non possono essere i vecchi, altrimenti dopo pochi anni l'umanità si estinguerebbe senza possibilità alcuna, per cui alla fine i Giovani vincono. Ma, compassionevoli, non fanno cadaveri né prigionieri, semplicemente relegano i Vecchi nella fascia temperata del pianeta, a vivere quel poco che resta loro in santa pace. Un giorno anche i Giovani saranno Vecchi e che questo sia da monito.
Altra differenza, forse fondamentale, è che le due donne non si parlano mai direttamente: la madre scrive una specie di lettera-confessione che chissà se finirà mai nelle mani della figlia e Mia, di rimando, tiene un diario, che la madre legge di nascosto (o forse è Mia stessa che le permette di leggerlo, lasciandolo in vista, non si sa), ma tentativi di parlarsi faccia a faccia non ce ne sono, perlomeno non nel racconto.
I due uomini invece hanno scambi verbali iniziati sempre dal padre e portati avanti a monosillabi perlopiù del figlio, ma il finale tra loro è più esauriente: finalmente il padre riesce a portare il piccolo uomo, ora diciannovenne, a fare la scalata di un monte, così come lui l'aveva fatta con suo padre.
Mi sembra che il rapporto tra due uomini sia molto meno cerebrale o meglio, voglia essere meno cerebrale, pur essendo molto profondo lo stesso, rispetto a quello tra due donne. Mi è sembrato che tra i due non ci fosse bisogno di molte parole, alla fine il padre si accontenta dei fatti, del semplice acconsentire (anche se forse di malavoglia) a fare una scarpinata in montagna. Mentre invece tra le due donne, Mia e sua madre, rimane tutta una serie di sospesi nonostante forse si siano riuscite a capire un po'.
Ma allora è vero che le donne sono complicate? Che pensano troppo e con le sole chiacchiere non arrivano a nulla? E' forse meglio la concreta superficialità (solo apparente in realtà) dell'uomo?
In apparenza, queste due novelle sono molto leggere, si leggono in due ore l'una e, almeno in quella di Serra, si ride anche. In quella della Carcasi ci si commuove un po', ma forse a un certo punto scade troppo nel patetico per piacere realmente.
Però entrambe hanno centrato, a modo loro, il punto e il punto è l'incomunicabilità tra due generazioni che sembrano stare su due fronti opposti, ognuna con il suo particolare modello di mitra: rimproveri da una parte e indifferenza dall'altra.
Uno scrittore contemporaneo (Alessandro Baricco, se volete) in un suo saggio ha chiamato le nuove generazioni "barbari" perché, giusto o sbagliato che sia, distruggono con la loro sola presenza il passato o almeno quello che, fino a che non sono arrivati loro, era "presente". E non si può nemmeno dare la colpa a loro: sono destinati a fare così, a distruggere quello che trovano quando nascono e crescono, sono quasi geneticamente programmati. E non vuol dire che non possa nascerne un qualcosa di buono. Quindi bisogna solo sapersi adattare, da entrambe le parti, ma specialmente da parte delle generazioni più vecchie, perché purtroppo o per fortuna loro il mondo lo stanno lasciando ai giovani. Dovranno comunque arrendersi, quindi meglio cercare di comprendere le nuove generazioni per guidarle senza darne l'impressione.
D'altro canto, i giovani dovrebbero imparare a tenere a freno la lingua, a volte, ad ascoltare anche quando sono palesi scemenze ad essere dette ed a cercare di essere gentili. Forse alla base di tutto sta solo la riscoperta della gentilezza.
In chiusura, posso consigliare entrambi i libri alle donne, mentre agli uomini ho paura che piacerebbe solo Gli sdraiati, proprio perché è uno di loro che parla.
Anarchic Rain
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