domenica 16 agosto 2015

Prendi un cucciolo, dicevano...ti terrà compagnia, dicevano...

TITOLO: Cujo
AUTORE: Stephen King
EDIZIONE: Pickwick
PAGINE: 376
VERSIONE LETTA: cartacea/kindle
VALUTAZIONE IN DECIMI: 7

Rieccomi qui, dopo qualche settimana di assenza.
In questo periodo a Roma ha fatto così caldo che non si riusciva davvero a vivere. A leggere si, ma poco e male. Ho tentato di leggere il mio primo Faulkner, Luce d'agosto, ma non ci sono riuscita. E' durissima per me abbandonare un libro, ci sono riuscita solo perché mi sono promessa di riprenderlo più in là.

Ma io senza leggere non ci so stare, quindi, a parte qualche leggiucchiata qui e lì di libri già letti, ho iniziato Cujo.
E' la storia di un san Bernardo buono che prende la rabbia e, più che diventare cattivo, fa una strage.
Il direttore d'orchestra è quel genio dello zio King.



Ok, tralasciamo per un secondo il fatto che io amo King e adoro il modo in cui scrive. Mettiamo da parte l'ammirazione pura che ho per la sua immaginazione.
Come potrei, lo stesso, non amare un libro che ti tiene incollato per 380 pagine solo raccontando una singola scena?
Tu sei lì, prima di iniziare a leggere, che ti chiedi cosa mai ci sarà da dire in trecentottanta pagine su una tizia e suo figlio rimasti bloccati in auto, assediati da un cane rabbioso?
Come può uno scrittore tener vivo il tuo interesse di lettore per così tanto, solo con una scena?

Be', King può. E anche bene. E non sarà nemmeno l'ultima volta che lo farà in un libro.

Cujo è uno dei romanzi del ciclo di Castle Rock, sonnolenta ma non troppo cittadina del Maine, epicentro spesso e volentieri di fatti tremendi (insieme a Derry, per esempio).
Il romanzo inizia con questo bellissimo e gigantesco cagnone, che di crudele non ha nulla, anzi, è più un tenero peluche fuori taglia che un cane vero e proprio.
Purtroppo un pipistrello gli passa il terribile morbo e da allora inizia a cambiare.
Per una serie di sfortunati eventi, Donna e suo figlio Tad si ritrovano intrappolati nella loro macchina e assediati dal cane che prima ha ucciso il padre del suo padrone e un suo amico.

Il libro è scritto da vari punti di vista e già questa è una cosa che mi piace. E' come se non ci fosse un narratore onnisciente, come se King avesse nascosto la sua mano in un pauroso gioco di prestigio.
Ma il genio, secondo me, è nel raccontare la vicenda non solo dal punto di vista dei vari protagonisti, ossia Brett (il piccolo padrone di Cujo), Charity (la madre di Brett), Donna e Vic (moglie e marito, che usciranno distrutti da questa vicenda), Tad (figlio di Donna e Vic), Joe Camber (il padre di Brett), Gary Pervier (amico di Joe) e Steve Kemp (il coglione che non manca mai nei libri dello zio, ex-amante di Donna).
Il genio sta che a volte, a prendere "la parola", è proprio Cujo. A volte il lettore è proiettato direttamente nella testa del cane, nei suoi pensieri semplici, che man mano perdono "lucidità" e diventano quelli di un mostro assetato non solo di sangue, ma anche di vendetta contro chi gli ha fatto del male.
Nonostante lui sia il cattivo della situazione, non si può fare a meno di provare compassione per lui, per il suo dolore, per la sua discesa inevitabile verso la follia.

Purtroppo sul finale avrei qualcosa da ridire...insomma, non che non mi sia piaciuto in toto, come certi altri, ma l'ho trovato un po' insulso.
Mi spiego meglio: tenendo conto dell'impostazione che King ha dato alla storia e alla caratterizzazione dei protagonisti, mi sarei aspettata che a rimetterci le penne sarebbe stata Donna e non Tad. Semplicemente per una questione di cerchio che si chiude: Tad ha aspettato tutto il libro che il padre lo salvasse, come sempre era successo fino ad allora, con la Formula Antimostro, il loro rapporto un po' speciale e tutto il resto, perciò sarebbe stato carino che Vic fosse riuscito a salvare Tad e magari non Donna (se proprio uno dei due doveva morire). Non tanto perché il tradimento le fa meritare la morte, ma perché tentando di salvare il figlio avrebbe superato la fase di "traditrice" arrivando a quella di "eroina morta combattendo". Avrebbe fatto più bella figura che non prendere a mazzate un cane morto.

In conclusione, Cujo non è sicuramente uno dei libri del Re che metterei nella top ten, ce ne sono altri che hanno storie più belle e altri anche solo scritti meglio. Ma mi sento lo stesso di consigliarlo, magari come uno dei primi approcci a King, perché anche se grezzo contiene molto della fantasia e della genialità dello zio.
Ogni tanto basta solo avere la pazienza di lucidare il carbone per far uscire i diamanti.

Anarchic Rain

venerdì 10 luglio 2015

LA commedia romantica per eccellenza, ovviamente firmata dal nostro Bardo del cuore

TITOLO: Molto rumore per nulla
AUTORE: William Shakespeare
EDIZIONE: Oscar Mondadori
PAGINE: 203
VERSIONE LETTA: cartacea
VALUTAZIONE IN DECIMI: 9

Il Bardo è tornato, ragazzi, e stavolta niente lacrime. O meglio, io ho lacrimato, ma solo dalle grasse risate che mi son fatta.



Iniziamo da capo. Ma proprio da capo.
Tutti quelli che non leggono o leggono poco, o che a scuola erano distratti e se ne fregavano anche delle cose veramente belle, pensano che Shakespeare sia una palla al piede, un depresso, uno sempre pronto a scrivere di duelli e morti atroci e insensate e amori falliti.
Beh, mi dispiace moltissimo per loro, perché non sanno cosa si perdono. Shakespeare fa anche ridere, ridere forte, ridere tanto. E ridere, cari miei, fa tanto bene alla salute.

Questa in particolare è una delle mie commedie preferite, intelligente, divertente, romantica e molto più profonda di quello che può sembrare a una lettura superficiale.

Parliamo prima delle cose semplici, dai, iniziamo soft.
Beatrice e Benedetto, i due protagonisti. Un uomo e una donna (li avrò messi in quest'ordine per caso??) che si sfidano a frecciatine, arguzie, giochi di parole. Lei, una lingua affilata e mordace; lui, un permaloso impenitente ma intelligente. I loro dialoghi iniziali (e anche i successivi) sono quello che tiene su l'opera intera. Giochi di parole che purtroppo/per fortuna si capiscono in lingua originale, quindi vi consiglio se potete di leggerlo direttamente in inglese. Non è difficilissimo (con un testo a fronte è molto semplice) ma la bellezza delle battute originali non potrà essere eguagliata mai, per quanto buona sia la traduzione.
Insomma, due persone di sesso opposto che si stuzzicano a piccole cattiverie verbali (innocenti, perlopiù) come possono finire se non innamorati cotti? Se poi ci mettono lo zampino i loro amici e parenti, ancora meglio.

Accanto a questo "amore giocoso", c'è quello "serio" di Ero e Claudio, un amore puro, virginale, timido (in effetti sembra proprio che i due siano più giovani di Beatrice e Benedetto), che si alimenta con sguardi fugaci e sorrisi appena accennati, con parole misurate ma comunque cariche d'affetto.

A parte tutto il casino da commedia degli errori che accade, accanto a questo tema "leggero" (se mai amore può essere leggero) ci sono altri micro-temi che mi sembrano molto, molto, molto attuali.
Lo straniero, il "bastardo" e l'"inferiore".
Uno dei comprimari, il principe, ha un fratello, anzi un fratellastro che, nonostante abbia commesso molti sbagli (veri e propri crimini in realtà) in passato, viene riammesso in società grazie alla bontà del principe che cerca di riabilitarlo. Purtroppo il cattivo di turno è davvero cattivo, malizioso e gode nel vedere gli altri in difficoltà, per cui alla fine il principe deve arrendersi all'evidenza e gettare la spugna.
Oggi, il tema dello "straniero", del "bastardo" è sulla bocca di tutti per ovvi fatti di cronaca e mi piacerebbe fare una piccola riflessione sull'attualità di uno scrittore inglese che è vissuto nel '600 e quindi è morto da tipo cinquecento anni. Per Shakespeare una persona è malvagia solo dopo che lo si dimostra oltre ogni ragionevole dubbio. Tutti sanno che il fratellastro del principe è un poco di buono, ma finché non ne hanno la prova tangibile tutti lo trattano con deferenza (e un po' di timore, anche). Il principe, nonostante non sia uno sciocco, probabilmente sa che c'è qualcosa che non va nel fratello, però gli concede il beneficio del dubbio. Dovremmo farlo anche noi, penso. Anche quando non è facile.

E qui arrivo all'altro micro-tema: l'"inferiore". Mi dispiace di non aver trovato un termine migliore, ma questo (almeno per quanto riguarda l'opera) calza a pennello.
Tutto il garbuglio di errori in cui protagonisti e comprimari sono caduti viene sciolto "facilmente" grazie a due capoguardie della ronda di notte, due persone sicuramente non acculturate, anzi, diciamocelo, piuttosto rozze e ignoranti, anche nel registro verbale (che risulta piuttosto spassoso al pubblico). Però, oltre le apparenze, sanno fare il proprio lavoro e appena capiscono chi c'è dietro la "tragedia" accaduta poco prima, non esitano ad avvisare subito il principe. Certo, bisogna aver la pazienza di ascoltarli e decifrare le loro parole, però alla fine sono loro che risolvono l'inghippo.

E poi il finale (non rompete con lo spoiler, è una commedia, che vi aspettate??!!) è allegro oltre ogni dire, c'è musica e si balla e tutte le preoccupazioni vengono rimandate al domani. C'è un tempo per soffrire e c'è un tempo per gioire. E decisamente ora è il tempo di gioire.
Musica!

Anarchic Rain

Attenti ai luna park e alle giostre che girano all'indietro...

TITOLO: Il popolo dell'autunno
AUTORE: Ray Bradbury
EDIZIONE: Mondadori
PAGINE: 278
VERSIONE LETTA: cartacea/kindle
VALUTAZIONE IN DECIMI: 9

"Si può uccidere il male seppellendolo di risate" SK

Questa è una celebre frase dello zio King. Pensavo fosse uno dei meravigliosi parti della sua mente prodigiosa, ma non è così. O meglio, è probabilmente ispirata al libro di cui mi accingo a parlare. Non lo dico solo per una questione di trama e/o citazione. Lo zio deve a questo "piccolo" capolavoro nientepopodimenochè IT.

Infatti Bradbury ci trasporta in un sonnolento paesino americano, la cui esistenza è nota praticamente solo agli abitanti, tra cui ci sono i nostri due protagonisti: Will e Jim, due grandi amici di quasi quattordici anni. Nati a due minuti l'uno dall'altro, durante la mezzanotte di Halloween.
La prima pagina già ti cattura e ti incuriosisce e non vedi l'ora di saperne di più.
Più si va avanti più inseguiamo curiosi i ragazzi per le vie del paese, mentre sgattaiolano di notte fuori casa, attirati da profumi, suoni, promesse nel vento.
Ma l'orrore comincia subito.
In IT era un pagliaccio "da solo" (si, lo so, rappresenta il male totale, ma sempre un pagliaccio è). Qui abbiamo un intero parco giochi itinerante, con i due proprietari, uno più oscuro dell'altro. Il peggiore, mr Dark.

La storia di una crescita, anzi di due, la storia di un'amicizia, quella d'acciaio, di quelle possibili forse solo finché dura l'innocenza.
Io mi sono subito affezionata ai due ragazzi, ma più che alla voce narrante (Will) a Jim, che mi pare segnato fin dall'inizio. Sembra più maturo dell'amico, eppure quando si tratta di scegliere sbaglia. E alla grande. Per fortuna al suo fianco c'è sempre Will, che spinto dall'affetto sincero per lui vuole salvarlo a tutti i costi.

Ovviamente non vi dico se ci riesce o meno, non sono così crudele da farvi lo spoiler dell'ultima pagina. Però vi posso dire che tutto in questo libro è emozionante.
All'inizio non capivo il perché, non ci sono molti aggettivi, quasi nessun avverbio (King sicuramente pensava anche a lui quando scrisse On writing), però Bradbury riesce a creare la suspance e il desiderio di continuare pagina dopo pagina semplicemente raccontando senza abbellimenti quello che succede.
Bellissime le descrizioni del paese di notte e della radura dove gli itineranti si sono stabiliti.

Ma chi è il popolo dell'autunno? Chi sono questi misteriosi e spaventevoli personaggi che inquietano così tanto Will e attirano nello stesso modo Jim? Sono gli esseri più lontani dall'amore tra tutti gli umani (e non, viene da dire), quelli che si nutrono degli incubi e terrori degli altri.
Una giostra, la più terribile di tutte, ti mostra come sei, come sei stato e come sarai, non soltanto fisicamente, ma anche nell'anima e non si può far altro che (tentare di) fuggire come fulmini. Ma spesso non ci si riesce.
E poi l'altra giostra, quella che stranamente suona una musica a ritroso...qual è il suo maleficio? E perché Jim ne è attratto?

Ragazzi, ho amato ogni singola parola di questo libro.
Quando ero ormai a metà, mi sembrava di aver letto cinquecento pagine e invece in tutto il libro ne ha circa trecento. Ma non perché è lento o noioso, non fraintendetemi. Invece era perché ogni pagina era densa di psicologia dei personaggi, non di quella spiegata a parole, ma intuita dai fatti e da semplici silenzi. Tutto in quel libro va interpretato a fondo, secondo me, pur risultando una lettura molto leggera.

Insomma, alla fine dei giochi, il risultato è che il libro vale ogni singolo minuto speso a leggerlo e che ve lo consiglio non una, non due ma diciannove volte (perché proprio diciannove? Beh, ka -questa è per i kinghiani-).

A presto, carissimi, e diffidate delle promesse facili e degli incanti troppo allettanti.

Anarchic Rain

martedì 30 giugno 2015

In Italia l'horror è rosa, di peluche e...ziga!

TITOLO: La notte eterna del coniglio
AUTORE: Giacomo Gardumi
EDIZIONE: Il Sole 24 ore
PAGINE: 348
VERSIONE LETTA: cartacea/kindle
VALUTAZIONE IN DECIMI: 7

Un altro horror, stavolta di un italiano. Credo sia il primo che leggo.
Non sapevo dell'esistenza di questo titolo, che poi è anche piuttosto recente (2003, se non sbaglio), ma fa parte della collana horror in uscita con il Sole 24 ore e quindi ho iniziato a leggerlo. Il titolo mi attirava parecchio.



In due giorni l'ho divorato. Che dire, un libro che si lascia assolutamente leggere. Anzi.

Scritto in prima persona da una donna (già questo abbastanza insolito), è ambientato in America, pochi giorni dopo la terza guerra mondiale, in un mondo che ormai non esiste più. Un mondo post-atomico.
Quattro nuclei familiari (apparentemente gli unici sopravvissuti alla catastrofe) sono riusciti a salvarsi grazie alla costruzione avvenuta poco tempo prima dello scoppio del conflitto di quattro bunker anti-atomici.
La protagonista si ritrova nel bunker del padre, insieme ad un ragazzo cinese che si trovava in casa loro per caso; il marito di lei si ritrova in quello del proprio padre, a molte miglia di distanza; poi ci sono una donna e i suoi due bambini in un altro e nell'ultimo una coppia di anziani.
I quattro bunker possono comunicare tra loro uno alla volta tramite un sistema audio/video satellitare.

Fin qui, tutto "normale".

Poi arriva il coniglio rosa.
E le persone nei bunker iniziano a morire. A morire in modo sadico. Prima il marito della protagonista con il padre, poi i due anziani, poi la donna e i bambini.
Inesorabilmente, il cerchio sembra chiudersi sull'ultimo bunker ancora inespugnato.

Ma chi è questo coniglio rosa? Perché vuole sterminare la razza umana? E soprattutto, come fa ad entrare nei bunker, che non mostrano segni di effrazione?

In un ritmo che si fa sempre più serrato, l'autore ci trascina in una storia allucinante, che non parla solo delle azioni umane, ma scava nell'animo, porta alla luce le nostre paure più profonde e anche la nostra follia. Questo romanzo sembra dirci che siamo tutti folli, che messi in condizioni adeguate tutti siamo dei potenziali mostri, ma quello che alla fine ci salva, DEVE salvarci, è la nostra umanità. Questa è l'unica cosa che non dobbiamo mai perdere, insieme alla speranza.

In definitiva questo libro mi è piaciuto. La protagonista non mi è per niente simpatica, a dirla tutta, mi sembra solo isterica (e vorrei vedere, in quella situazione) e completamente fuori luogo. Ma la scrittura è scorrevole, veloce, magnetica. Non sono riuscita a staccarmici per due giorni di fila, finché non l'ho finito.

E' un libro non troppo pesante, nonostante il tema trattato, un ottimo horror/thriller, con un finale buonista che però un po' ci sta. Voglio tenere presente che è un romanzo d'esordio e che magari l'autore non se l'è sentita di concluderlo "male", forse anche per superstizione...

Se vi piace il genere e se volete conoscere un autore nostrano che purtroppo non ha molti libri al suo attivo, allora leggetelo. Non vi deluderà.

Anarchic Rain

mercoledì 24 giugno 2015

Una locanda alla fine del mondo, personaggi alla fine della razionalità

TITOLO: Oceano mare
AUTORE: Alessandro Baricco
EDIZIONE: BUR
PAGINE: 227
VERSIONE LETTA: cartaceo
VALUTAZIONE IN DECIMI: 9

Là dove la natura decide di collocare i propri limiti, esplode lo spettacolo.

Rieccomi di nuovo a parlare di Baricco.
Questo gioiellino e i due precedenti di cui vi ho parlato, Castelli di rabbia e Seta, costituiscono forse la sacra triade di questo particolarissimo autore. Se volete conoscerlo, dovete iniziare da uno di questi.
Qualcuno non sarà d'accordo, mi dirà che è meglio iniziare da Novecento (se qualcuno ha visto La leggenda del pianista sull'oceano, grandissimo film, saprà o deve sapere che è tratto da questo libriccino), ma io vi dico di no. E vi spiego perché. Novecento è un monologo scritto per il teatro, è un libro (piccolo) straordinario, il personaggio di Novecento è poetico, tenero, formidabile.
Ma se un lettore vuole approcciarsi DAVVERO a Baricco, non può prescindere da uno di questi tre. O da tutti e tre.
Perché io penso che Baricco sia nel profondo uno scrittore "corale", un meraviglioso creatore di piccoli universi e Novecento, per quanto sia stupendo ha un solo punto di vista. Ripeto, per i duri di comprendonio, amo quel monologo e ci ho persino pianto, ma se volete davvero capire Baricco aprite Seta, o Castelli di rabbia.
O Oceano mare.

Questo libro ha una grandissima importanza affettiva per me, perché è un regalo di compleanno da parte di una mia amica (l'ho già detto in uno dei primi post, ma sapete che amo ripetermi) che mi disse (più o meno) che era legata molto a questo libro e che lo avrebbe regalato solo a chi pensava lo meritasse davvero (correggimi se sbaglio, cara M.).
Ebbene, anche per me fu così dal primo giorno di lettura (l'ho letto quasi tutto d'un fiato) quindi siate clementi se mentre parlo mi commuovo, ok?

Mettere il mare al centro della scena non è originale, ma è pericoloso. Il mare è grande e, a volte, perdi l'orientamento.
Per gli avventori della Locanda Almayer (una locanda che cercherò sempre, in tutte le locande in cui mi capiterà di andare) è proprio quello che succede. Perdono l'orientamento ma, strano a dirsi, quando l'hanno perso quasi del tutto, poi lo ritrovano. Si ritrovano. E guariscono. Oppure no.
Molte storie si intrecciano in questa locanda sul mare, le persone che si confrontano sotto il suo tetto sono diverse, hanno obiettivi diversi, fanno sogni diversi.
Ma sono tutte molto, molto fragili e a vegliare su questa estrema, poetica e dolce fragilità ci sono solo dei bambini. Dira, Dol, Dood, Ditz. Piccoli, nessuno ha più di dieci anni. Eppure sono gli unici che possono prendersi cura degli sperduti che arrivano in riva al mare.

Passiamo ai personaggi perché, al di là della prosa sempre stupenda di Baricco, non ci sarebbe storia senza di loro.
Plasson: un pittore che vuole dipingere il mare col mare, che passa ore a mollo in acqua con pennelli e tela, senza mai esserne soddisfatto.
Ann Deverià: una donna che per ragioni man mano più chiare è stata mandata qui dal marito e che sembra diventata un guscio semivuoto.
Barleboom: uno scienziato che sta scrivendo l'Enciclopedia dei limiti della natura, un'opera che per contrasto sembra non trovare mai la fine.
Elisewin: una ragazza che ha paura di vivere, ma vorrebbe tanto farlo.
Padre Pluche: un prete che accompagna Elisewin e che scrive delle preghiere particolari.
Adams: un uomo che verrà svelato a poco a poco e che costituirà il filo su cui si intreccia la storia.
Il misterioso ospite della stanza in fondo al corridoio. Nessuno sa chi è, ma c'è.
L'ammiraglio Langlais: un ammiraglio in pensione con l'ossessione per Timbuktu, che ad un certo punto della sua vita conosce Adams. E niente sarà più come prima.

Come al solito, mi tolgo il pensiero e vi dico chi è il mio preferito. Non senza soffrire, perché mi piacciono tutti i personaggi, davvero tutti. Ma Bartleboom è qualcosa di straordinario. Questo personaggio mi è talmente entrato sotto la pelle che ogni tanto mi vengono in mente alcune frasi che lo riguardano e smetto di fare quello che sto facendo in quel momento per pensarci un po'. Con tenerezza. Potrei citare interi brani a memoria che lo riguardano.
Bartleboom mi ispira non solo tenerezza, ma proprio amore.
E' un puro di cuore e non se ne trovano molti in giro. Per usare un aggettivo del libro, lui è una persona lieve, così lieve che forse è grazie a lui e a quelli come lui che il mondo riesce a star sospeso nel vuoto. E' un uomo paziente: non solo sta scrivendo un libro che probabilmente non finirà mai e che ha molto di fantasioso e poco di scientifico, ma sta anche aspettando la donna della sua vita. E per rendere meno difficile l'attesa, per ingannare l'impazienza, le scrive delle lettere. Semplici descrizioni di quello che gli succede o quello che pensa, così che lei un giorno, leggendole, abbia l'impressione di essere sempre stata amata.
Ecco, mi sono di nuovo venuti i lucciconi.

Adam è l'unico che può competere con Bartleboom nel mio cuore, ma a lui manca quello che in B. c'è in abbondanza: candore. Adam è un uomo segnato dalla vita, un uomo sfortunato e un uomo triste, che non sa o non può in alcun modo mitigare il dolore che se lo mangia. Un dolore che si è presto trasformato in rabbia, una rabbia che ha presto chiamato vendetta. Una vendetta tremenda.
Elisewin ha tentato di curare le sue ferite, ma evidentemente erano troppo profonde e da troppo gli erano state inferte. Non poteva più scrollarsele di dosso.

Elisewin è forse l'unico personaggio (al di là dei bambini) veramente forte del libro. Una ragazza coraggiosa, una che "o la va, o la spacca", una che preferisce rischiare di morire piuttosto che "non vivere".

Plasson è un pittore che, dopo aver avuto successo in società, si stufa e si trasferisce sul mare per dipingerlo. Ma le prime difficoltà sorgono presto: iniziava i suoi ritratti sempre partendo dagli occhi, ormai era così che lavorava...ma dov'erano gli occhi del mare? E ce li ha il mare gli occhi? Forse si. Chissà se riuscirà mai a finirlo un quadro disegnato con l'acqua di mare. Ma forse no. Il mare può stare solo nel mare.

E' un libro magico, un libro che quasi non esiste. Ma succede qualcosa di bellissimo quando si legge, ci si dimentica che il mondo può essere brutto e ci si ricorda che è anche bello. Strano, forse, e incomprensibile. Ma bello, come un paesaggio, come quando sei in riva al mare e il sole sta tramontando e cielo e acqua sono infuocati di rosso. Non è un libro che risolve i grandi interrogativi del mondo. Non c'è nemmeno una trama fitta di eventi, anzi, se vai a fondo di evento ce n'è solo uno (se volete scoprirlo, leggetevelo). E' un libro che attende, che trattiene il respiro, che sta sospeso tra cielo e terra. A me fa l'effetto di una culla o di un'amaca.
Leggetelo e il mondo vi sarà un po' più lieve.

Anarchic Rain

sabato 20 giugno 2015

Una raccolta di racconti per stomaci forti

TITOLO: Ruggine e ossa
AUTORE: Craig Davidson
EDIZIONE: Einaudi
PAGINE: 274
VERSIONE LETTA: kindle 
VALUTAZIONE IN DECIMI: 7

Un libro duro. Racconti nudi e crudi.

Ho iniziato questo libro per caso, perché ho visto l'anno scorso il film Un sapore di ruggine e ossa e il titolo me lo ricordava. Leggendolo ho scoperto che il film è una crasi tra due racconti ma con modifiche sostanziali della trama. Però devo ammettere che anche il film dà l'idea della durezza. Non è un film facile.

E di certo non è un libro facile.
Mentre lo leggi ti senti quasi disturbato, lo stomaco si stringe un po', le labbra si storcono e gli occhi si strizzano.
Non è da debolucci, ecco, proprio per niente.
Non sono racconti lustri, brillanti, in fondo ai quali c'è redenzione, comprensione, salvezza. Niente del genere. In fondo c'è solo tenebra. O quantomeno una penombra simile a quella che c'è all'inizio di ognuno.

Ogni racconto gronda sudore e sangue, violenza perlopiù gratuita, ma diversa da quella (per esempio) di Arancia meccanica. Non è dettata sicuramente dalla noia, ma da qualcosa di profondo, sicuramente stimolato dai bassifondi in cui i protagonisti vivono o sono caduti per un motivo o per un altro.

Di otto, il primo ti sbatte subito in un mondo (quello della boxe non professionistica) crudele e "breve", visto il grado di violenza quasi senza regole che vi regna. Un pugno allo stomaco, una storia triste, ma non è che l'inizio.
Il secondo forse è il migliore: un uomo ormai nella fossa dell'alcolismo tenta un riscatto attraverso suo figlio (perso ormai insieme alla moglie), ma non gli riesce.
Il terzo è il racconto più crudele di tutti, per me: combattimenti di cani. Di una violenza straziante.
Il quarto parla di un addestratore di orche che perde una gamba e tutta la sua baldanza.
Il quinto è l'unico che forse dona una specie di misera speranza a tutto il libro, e narra di un uomo con la moglie malata di "bradicinesia" che va in giro di notte a recuperare auto non pagate. In un certo senso c'è molta dolcezza in queste righe, quando finalmente lui si scioglie un po' dalla rigida routine e fa affiorare la sua umanità nei confronti di un poveraccio a cui doveva sequestrare l'auto.
Il sesto è su un sessodipendente e ci dà un quadro piuttosto degradante sia della vita dei qualcosa-dipendenti sia delle associazioni che si propongono di fare qualcosa per loro. Ma offre interessanti spunti di riflessione sulla patologia compulsiva del dipendente.
Il settimo è il racconto amaro della vita di un pugile, spezzata a ventotto anni dall'aver ucciso un uomo sul ring. La discesa, la risalita, la piccola ri-discesa, la stasi.

Sono racconti che lasciano l'amaro in bocca, che non ti lasciano l'impressione di tranquillità, che non ti mostrano un mondo in cui va tutto bene e il lieto fine giunge per chi se lo merita. No, no.
"Il mondo fa schifo", questo ti dicono, "e anche se ti impegni potresti non ricevere niente in cambio, perchè al contrario di quello che ti piace pensare nessuno ti deve niente".
Durezza, come marmo.
Pugni non solo virtuali, ma fin troppo reali.

Però secondo me merita e vale la pena leggerlo.
Attenti solo a non farvi troppo male.

Anarchic Rain

martedì 16 giugno 2015

Il pozzo della solitudine di Radclyff Hall

TITOLO: Il pozzo della solitudine
AUTORE: Radclyff Hall
EDIZIONE: Corbaccio
PAGINE: 545
VERSIONE LETTA: kindle 
VALUTAZIONE IN DECIMI: 7

Ho sentito questo titolo solo poche settimane fa.
Mi ha incuriosito la descrizione che ne faceva chi ne parlava: uno dei primi romanzi (se non il primo) a tematica lesbica ad essere pubblicato.
Non avendo mai letto niente su questo argomento, non potevo lasciarmelo sfuggire.

Togliamoci il pensiero, vi dico che mi è piaciuto.

E' una sorta di resoconto della vita (non fino alla morte, però, anzi, molto prima, credo) di una giovane donna dell'alta borghesia inglese, che ha come unico demerito l'essere nata lesbica, o come dice il libro "invertita".
Dal primo disastroso "amore" di bambina, fino all'ultimo (forse, chissà) sempre disastroso di donna ormai adulta, seguiamo l'evoluzione della sua psiche, soprattutto, i suoi ragionamenti spicci, le sue azioni così maschili, sempre.

Cosa strana, non mi sono ritrovata mai a tifare per lei, cioè non ho mai sentito quel trasporto verso Stephen (un nome, un destino, potremmo dire) come se mi coinvolgesse come persona. Non succede, durante tutto il libro, che è anche bello corposo (nell'edizione americana sono poco più di quattrocento pagine, quella italiana sono circa cinquecento).
Questo perché il romanzo ha secondo me un grande difetto: l'autrice, forse anche un po' per paura dell'opinione della gente (è stato scritto ai primi del '900 se non erro), non c'ha messo anima. E' un resoconto, come ho detto, purtroppo abbastanza freddo, della vita di Stephen e niente di più.
Tutte le passioni della ragazza, tutti i suoi momenti bui e quelli allegri (pochi), ogni suo pensiero ci arrivano come attutiti da una nebbia gelata di indifferenza.

Da una parte spero davvero che si tratti solo della traduzione italiana, ma sospetto che non sia così, perché l'argomento trattato era molto scomodo per quel periodo, tanto più che è stato ritirato dal commercio sia in Gran Bretagna sia negli Stati Uniti, e l'autrice e gli editori hanno subito parecchi processi per oscenità.

Però, a volte, tra le righe, oppure appena accennato, in questo libro si sente calore.
Per esempio, quando Stephen porta Mary in viaggio in Spagna, per farla riprendere dagli orrori della guerra; oppure quando finalmente si dichiara a lei; oppure quando apprendiamo la storia di Jamie e Barbara (e anche la loro sorte) e anche le ultime pagine sono bellissime, molto toccanti.
Forse sono questi i momenti più spontanei del libro, non so.

Nonostante la scrittura fredda, Stephen è un grande personaggio. Ora azzardo davvero un paragone improponibile, però nel suo genere mi ha ricordato moltissimo un'altra grande eroina, praticamente coetanea: Scarlett O'Hara. Due donne che sanno assolutamente quello che vogliono e cercano di prenderselo e poi tenerselo con le unghie e con i denti.
Stephen ha solo una cosa di diverso da Scarlett: non ha un briciolo di egoismo (lo dico senza cattiveria, Scarlett è una delle mie eroine preferite!), si fa in quattro per la persona che ama ma anche per gli amici. Non si risparmia mai. E alla fine si sacrifica in modo superbo.
Devo dire che le ultime pagine mi hanno davvero emozionato: anche se si capisce dove vuole andare a parare l'autrice, sono davvero molto liriche.

Una delle cose che mi sono piaciute di più nel libro è il rapporto con Martin, un ragazzo perbene che dapprima si innamora di Stephen (quando sono entrambi molto giovani) e viene da lei respinto, e alla fine avrà ancora un ruolo fondamentale nella sua vita.
Stephen non è come gli altri invertiti descritti nel libro, non è miserevole, non è destinata a stare ai margini della società (è infatti non solo la discendente di una famiglia ricca, ma anche una scrittrice famosa ed ammirata), e la sua amicizia con Martin lo dimostra: lui non è della "sua specie", è un ragazzo eterosessuale, benestante, carino, simpatico e colto. Stephen ama stare in sua compagnia perché lei semplicemente non si sente "diversa". Lei è quello che è e, come dice a sua madre, sono i suoi genitori e Dio ad averla fatta così, non ha chiesto lei di esserlo, quindi non ha colpa. Può semplicemente essere solo quello che è. Ed essere amica di un maschio la fa sentire bene perché lei dentro è come lui.
E quello di cui non si rende conto quasi nessuno, tranne suo padre, morto troppo presto, e Mary, il suo grande amore, è che Stephen è una persona straordinaria, che vive la sua vita con coraggio e cerca di essere quello che sente dentro, ossia un uomo. Lei si sente assolutamente "maschio", solo che il suo corpo l'ha in un certo senso tradita, diventando un corpo di donna.
Ma la sua furia cieca, la sua passionalità, i suoi modi rudi anche se gentili, per non parlare dei suoi gusti sessuali, sono in tutto e per tutto maschili.

Quello che mi dà un po' fastidio è che l'autrice tratta gli invertiti come se fossero malati (fin dalla nascita, ma pur sempre malati) e cerca in ogni modo di giustificarli.
Fortunatamente, oggi non la pensiamo più in questo modo (o almeno non tutti).

Secondo me vale la pena di leggerlo, anche se è un po' lungo e forse ci sarebbero piccole parti che si potevano abbreviare.
Ne vale la pena perché Stephen è un personaggio affascinante, solitario, come un unico essere umano che riesca a raggiungere una vetta imponente da solo e si ritrovi lì a guardare in basso la nebbia che avvolge la valle.
E' proprio così che immagino lei, alla fine del libro. Sfinita, ma in un certo senso pronta a rialzarsi.

Anarchic Rain

PS: ho usato il termine "invertiti" non perché mi piaccia, ma perché è quello usato nel romanzo.