giovedì 29 gennaio 2015

Perché i miei autori preferiti sono i miei autori preferiti (part I)

Mi sembra venuto il momento di parlare un po' direttamente con voi di alcuni perché.
I perché che si chiedono sempre a un lettore sono abbastanza standardizzati e al momento me ne vengono in mente due fondamentali: perché leggi? Perché proprio quell'autore?
Quanto al perché leggo, l'ho spiegato in parte, nel primo post di questo blog, e si riassume nella frase un po' iperbolica "io leggo come tu respiri, per vivere".
Quanto ai motivi sui miei autori preferiti, sono tanti e forse anche comuni a tutti gli altri lettori (mentre non sono comuni gli autori stessi).

Per iniziare a rispondere a questo perché, devo fare due divisioni necessarie.
Prima: i miei autori preferiti vivi e i miei autori preferiti morti.
Ho detto "necessaria" perché se parliamo di geni indiscussi a livello mondiale avrei davvero difficoltà a fare una scelta, soprattutto perché quelli "morti" hanno avuto più tempo per sedimentarsi nelle nostre coscienze, ci pervadono fin da piccoli (per alcuni tipo me è davvero così) e quindi non riusciamo molto a capire quanto è il "piacere" e quanto l'"affetto".
Seconda: classificare a parte poeti e romanzieri. Il motivo è molto semplice: poesia e prosa sono due forme di espressione artistica molto diverse e cercare di paragonare Rimbaud a Jane Austen mi sembra davvero una forzatura e un sacrilegio. Come quando ti chiedono se preferisci la prosa o la poesia stesse. Ma che razza di domanda è?? Andiamo, su, non fate gli sciocchi.
Il problema principale, quando si tratta di "preferiti" è definire il campo: non parliamo di "libri preferiti", ma di "scrittori", il che vuol dire che nella lista ci sarà anche qualcuno di cui non ci sono piaciuti tutti i romanzi o qualcuno di cui ci manca ancora qualcosa da recuperare, anche se il grosso è fatto. Una volta definito questo, il lavoro è (o almeno sembra) un tantino più semplice.

Per inciso, ogni volta che parlo di "classifica" mi viene in mente la scena del film Dead poets society in cui Robin Williams fa strappare l'introduzione del libro di letteratura ^_^ naturalmente non intendo quel genere di classifica, ma solo qualcosa che si basa sui miei gusti e sulla mia analisi personale.

E allora cominciamo.

Questa prima parte (se fate i conti, capirete subito che è la prima di quattro) è dedicata ai romanzieri morti.
Spariamo subito i nomi e leviamoci il pensiero: Fedor Dostojevski, Herman Hesse, Jane Austen, Lev Tolstoj, Italo Calvino e Yukio Mishima. Ovviamente in ordine sparso.
La Russia domina.
Come potete vedere da soli, sono sei autori molto diversi tra loro, sia per temi che per linguaggio, ma nel corso della mia breve carriera di lettrice sono quelli che mi hanno colpito di più.

Dostojevski è semplicemente il genio della letteratura russa. Cupo, tormentato, pessimista, dilaniato tra fede e paganesimo. Trovo che i suoi libri siano puro piacere da leggere. Partiamo dal "basso" e facciamo qualche esempio: Delitto e castigo. Già vi vedo, alcuni che storcono il naso, altri che leggono ironicamente la parola "basso" e pensano che io sia stupida. A quelli che storcono il naso, non rispondo nemmeno perché vuol dire o che non l'hanno letto, e quindi non meritano risposta, o che l'hanno letto superficialmente. Coro di "che palle, ancora co sto superficialmente!" a parte, voglio dire che, anche se ovviamente un libro non può e non deve piacere a tutti per forza (in fondo i gusti son gusti e blablabla), comunque questo è un libro scritto in maniera superba e psicologicamente profonda. Bisogna riconoscerne la grandezza a prescindere. Idem per gli altri (giusto per citare, I fratelli Karamazov, Memorie dal sottosuolo, L'idiota e I demoni, di cui ancora sono al primo terzo perché la lettura è proprio ostica, ma prima o poi lo finirò).
La mia folgorazione l'ho avuta con I fratelli Karamazov, bellissimo romanzo, di cui parlerò quando mi sentirò pronta, per il modo in cui descrive e fa muovere i personaggi, che sembrano le tre sfaccettature di una stessa persona.
Quindi: Dostojevski perché è un gran conoscitore dell'animo umano e della sua follia.
Herman Hesse è uno scrittore che va letto quando sei "piccolo", voglio dire intorno ai 14-15 anni, perché penso che faccia più presa su una mente ancora parecchio vergine e immaginativa. E' uno scrittore a cui piacciono molto le metafore, per descrivere la vita, la morte e tutto quello che c'è in mezzo. L'ho iniziato a leggere che avevo 14 anni più o meno e Narciso e Boccadoro fu perfetto per me. Poi vennero Siddharta, Demian, Il lupo della steppa, Sotto la ruota e tutti hanno sempre scavato un po' più a fondo dentro la mia anima sognatrice e ci hanno seminato qualcosa. Se poi sia germogliato non posso dirlo con certezza, ma qualcosa della temerarietà di Boccadoro deve essermi rimasta, qualcosa della silenziosità di Narciso o dell'egocentrismo di Demian anche. Forse, a leggerli a 30 anni per la prima volta, si perderebbe troppo dell'incoscienza dell'adolescenza e si ridurrebbero a libri piacevoli e nulla più. Ma tutto va letto a tempo debito.
Quindi: Hesse perché ti apre universi nell'anima.
Jane Austen (mi accorgo solo ora che è l'unica femmina della classifica, oibò) è indescrivibile. Cosa posso dire di lei che non suoni sciocco o frivolo? Come posso descrivere quello che lei fa nei suoi romanzi senza apparire una donnetta? Ci provo. SUPERFICIALMENTE sono romanzi rosa, una specie di Harmony senza scene di sesso. Ma ormai lo sapete, chissenefrega della superficie. La signorina Austen, morta giovane (bè, oggi sarebbe stata giovane, allora era di mezza età) e single, è stata un'attentissima osservatrice, acuta e pungente, della società del suo tempo. Sapeva bene quello che le era permesso scrivere e quello che non lo era, perciò ha scritto quello che voleva lei mascherandolo da quello che volevano gli altri. Insomma una faccia tosta nascosta da una maschera da angioletto e quanto ci piacciono le donne con le cosiddette!
Quindi: Jane Austen perché era un genio ribelle e astuto.
Lev Tolstoj è l'altro autore russo che stimo profondamente. Forse sono poco obiettiva in questo mio giudizio, perché è colui che ha scritto il miglior personaggio maschile della letteratura (di tutti i tempi, eh, mica pizza e fichi), ossia il principe Andrej Bolkonski, alias il protagonista di Guerra e pace. Comunque anche lui è riuscito a folgorarmi come gli altri nominati e la ragione è nel suo estremo realismo. Lo so che in parte è dovuto al fatto che prima si scriveva in modo da far "apparire" la scena ai lettori (che spesso avevano molto poca immaginazione), un po' come faceva anche Dickens, ma a me le descrizioni sono sempre piaciute un casino, più della trama, più dei fatti stessi. Per entrare in un libro veramente ho bisogno di centinaia di pagine inutili che mi descrivono gli oggetti sui mobili, ogni riccio dei capelli di un personaggio, ogni granello di polvere che si sposta con l'aria...sono i particolari che fanno la differenza, perché, diciamocelo, ormai le storie sono state tutte raccontate (anche più volte) e quello che fa la differenza è il come. Ecco, più questo come è lungo, più io sono felice.
Quindi: Tolstoj perché sa dare importanza alle piccole cose.
Italo Calvino è l'unico italiano della lista, ma non perché non mi piacciano altri italiani, anzi. Mi vengono in mente Moravia e D'Annunzio, per esempio, ma Calvino è quello che ho sentito più vicino, più simile a me. I suoi romanzi e racconti sono tutti abbastanza brevi, nulla a che vedere con i prolifici russi, ma anche in questo caso riesci a percepire l'esistenza di quel mondo intorno a te. Ti sa trascinare nel libro e lo fa anche "letteralmente" in Se una notte d'inverno un viaggiatore, uno dei libri più belli che abbia mai letto. Il lettore che diventa protagonista effettivo. Fantastico, tutto ciò che ciascuno ha sempre sognato, no? I libri di Calvino ti portano lontano, anche quando parlano di storia o fatti realmente accaduti, riescono a creare un'atmosfera quasi di sogno e a te sembra di leggere sempre una favola.
Quindi: Calvino perché ti fa tornare a uno stadio fanciullesco.
Yukio Mishima è stato un meraviglioso autore giapponese e purtroppo è morto prima del tempo (suicidio rituale) portandosi via tutti i romanzi che ancora poteva scrivere. Di lui ho letto molto, ma non ancora tutto, e quello che i suoi numerosi romanzi e saggi mi hanno lasciato è il tentativo. Bisogna tentare nella vita, osare essere quello che vogliamo, quello verso cui la nostra natura ci spinge. Dobbiamo assecondare le nostre inclinazioni e non fare della nostra vita quello che gli altri vogliono, altrimenti saremmo infelici fino alla morte (e talvolta fino a morirne). E' uno scrittore delicato e incisivo allo stesso tempo, ti sorprende con la bellezza di un ciliegio e poi ti stronca con la perfezione di una lacrima. I suoi romanzi sono "mistero", non nel senso di suspance o intrighi, anzi, tutto il contrario. Descrivono apparentemente le vicende della vita di tutti i giorni, ma il suo punto di vista non è "esterno". Noi viviamo la storia direttamente dal cuore del protagonista (o di una persona che gli sta intorno), in particolare mi riferisco a Confessioni di una maschera e alla quadrilogia del Mare della fertilità. Ma anche punti di vista più distaccati, come per esempio in Colori proibiti e Musica, mostrano lo stesso un quadro intimo della storia in sé.
Quindi: Yukio Mishima perché è lieve e profondo come un respiro.

Ok, amici diletti, questi sono i miei romanzieri morti preferiti.

Mi piacerebbe sapere quali siano i vostri (cercate di dividerli nelle categorie che ho indicato sopra, se potete), anche se mi pare che siete timidi...
Aspetterò che siate pronti.

Anarchic Rain

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