martedì 20 settembre 2016

La zona morta di Stephen King

Togliamoci subito il pensiero. Questo libro è stupendo e va letto.

Ora vi dico la mia.

I libri di King sono famosi per l'introspezione psicologica dei personaggi, tra le altre cose. E sono famigerati per i finali spesso (troppo spesso) non all'altezza della storia che li precede.
Il protagonista di questo libro si chiama Johnny Smith ed è tra i personaggi più positivi di King. Positivi in senso assoluto. Non c'è niente che non ci piaccia di Johnny, non ci risparmiamo di soffrire per lui, per le cose che gli capitano. Gli vogliamo bene, come se fosse nostro fratello, nostro figlio, il nostro migliore amico.
E' terribile assistere al suo incidente (quello da grande, soprattutto) e ancora più terribile sentirlo "accartocciarsi" quando si risveglia e si accorge di aver perso quattro anni e mezzo della sua vita. Della vita dei suoi genitori, della vita della sua (quasi) ragazza, ormai sposata.
Ed è terribile renderci conto che ci sono cose che devono essere fatte e che lui ne ha il compito. Forse dio meriterebbe davvero una scrollata se esistesse, come dice Johnny. Se non altro, per il suo sadismo.
Il finale, contrariamente alle aspettative (scarse) è assolutamente potente. Il countdown di Johnny, il suo dolore (fisico) che incalza, la folla ignara. E' tutto perfetto, un finale degno, come pochi.

Tra le varie cose stupende del libro, ovviamente non posso non menzionare i richiami alle altre sue opere, in particolare a Carrie: non solo viene citato il libro da uno dei personaggi marginali, ma non avete pensato anche voi che la madre di Johnny fosse molto, molto simile a Margaret White, la madre di Carrie? La sua mania religiosa è troppo drammaticamente simile a quella dell'altra, anche se per fortuna lei ha Herb, suo marito, un marito che la ama nonostante tutto, che riesce a tenere a freno la sua mania e quando non ci riesce più lui interviene il destino. Eppure sono anche diverse, perché Carrie non poteva far altro che odiare sua madre, mentre Johnny la sua l'ha sempre amata, fino alla fine. Una differenza sostanziale, direi.
E che dire del riferimento alla Torre, quando la torre ancora in teoria non esisteva? Johnny alla fiera fatale, alla fine della sua giocata alla roulette (il Ka, dopotutto, è una ruota), punta tutto su un numero. 19. E vince. Ma perde, anche, e di brutto. Esattamente nello spirito della Torre.

La domanda che mi ronza in testa da quando ho iniziato il libro è: cosa farei io al posto suo? Riuscirei a fare quello che deve essere fatto? Avrei il coraggio di Johnny? Non penso, no. Più mi arrovello, più la risposta che mi appare nitida è NO. Non avrei il suo coraggio, nemmeno in punto di morte.

Leggete questo libro, ne vale la pena, pagina dopo pagina, parola dopo parola.

Anarchic Rain

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