martedì 3 febbraio 2015

Storia di una capinera di Giovanni Verga

Continuiamo a chiacchierare di piccoli libri.
A questo sono particolarmente affezionata, sia "fisicamente" che, ovviamente, emotivamente.
L'affetto fisico deriva dal fatto che l'edizione che ho io, piuttosto vecchia, è la storica Centopagine millelire. La copertina è nera e forse una volta era anche bianca, ma ora dà sul giallo sporco dei libri datati. Non è tenuto particolarmente bene, non per incuria, ma perché quando lo lessi la prima volta pensavo ancora che i libri andassero "vissuti". Ma comunque non è rovinato, le pagine sono ovviamente integre e non ci sono sottolineature, ha solo i bordi lievemente arricciati, perché spesso lo portavo in borsa con me.
L'affetto emotivo è stata una conseguenza dell'averlo letto in un particolare  momento della mia vita.
Avevo quindici anni, ero innamorata (come suppongo si possa essere solo a quindici anni) e il nome del ragazzo in questione era lo stesso del ragazzo che la protagonista ama. In quella domenica di Pasqua del 1998 davvero non avevo bisogno di altro. Rimasi appoggiata al termosifone della cucina di casa di nonna e lessi fin quando non ebbi più pagine da voltare. E meno male, perché a quel punto le lacrime mi impedivano di leggere ogni singola parola ed ero impegnatissima a nasconderle agli occhi dei parenti.

Verga è uno di quegli autori che si studiano a scuola ma, perlomeno quando ci sono andata io, un po' di fretta, perché sono tra gli ultimi in ordine temporale. E questo è un peccato, perché è uno dei più grandi autori italiani. Ma vabbè, sto divagando.
Ha scritto questo racconto in forma epistolare, in un susseguirsi di lettere che formano il monologo dell'iniziazione alla vita di una giovane donna, Maria, che purtroppo, per necessità, è destinata alla vita di clausura. Sorvoliamo sugli aspetti sociali e morali del tempo, tanto sarebbe come sparare sulla croce rossa e pensiamo invece solo a lei. Una protagonista piccolina, all'apparenza molto fragile, con una voce delicata e spesso tremante. Ma attraverso le sue parole noi conosciamo un'altra Maria, si, molto timida, ma con un mondo interiore immenso e bellissimo, con una forza d'animo quasi incrollabile, altruista fino allo stremo delle forze, che pensa sempre prima agli altri e poi (o mai) a se stessa. Una protagonista così potrebbe anche sembrare noiosa e forse persino antipatica, ma lei non potrebbe esserlo nemmeno volendo.
Purtroppo il suo tono allegro e meravigliato di tutto si spegne a poco a poco. Ed è interessante osservare che quello che la spegne è in realtà il sentimento che di solito viene considerato come "vitale", ossia l'amore. E' per amore che la vediamo chiudersi a poco a poco sia in se stessa che, fisicamente, nella sua stanzetta, per amore che non osa dire niente quando viene rimandata in convento, per amore che resta in silenzio quando l'uomo che ama (e che la ama) le si sposa davanti agli occhi. E' sempre per amore che lei lo spia, mai vista, da una delle finestre di quello che è ormai diventato il suo "carcere". Ed è per amore che muore, baciando l'unico dono materiale mai ricevuto da lui, i petali di una rosa da tempo appassita.
E quando il racconto termina, con le ultime parole di una sua consorella, che cerca di spiegare l'accaduto alla migliore amica di Maria, la destinataria di tutte le sue lettere, è il vuoto che sentiamo e solo una domanda ci balza alla mente, rapida e precisa: perché? Qual è il motivo fondamentale per cui Maria, dolce e buona, ha dovuto sopportare privazione affettiva e materiale nonché il dolore di vedersi rifiutare il diritto a vivere? E la risposta c'è, miei cari, ed è molto semplice, quasi deludente, per noi che cerchiamo motivazioni profonde: invidia. Maria subisce l'invidia della matrigna e la debolezza di un padre, che più che un padre è un'ameba nelle mani della nuova moglie. Non sembra anche a voi la favola di Cenerentola? Ma questa non è "favola", questo è "verismo". Ed infatti la sua sorellastra, invece di rimanere a bocca asciutta, si è infilata senza fatica la sua scarpetta e ha sposato il principe. Diciamo che in questo racconto i maschietti non ci fanno una bella figura: il padre è un debole, l'uomo che Maria ama si fa convincere dalla famiglia a sposare Giuditta (tipico nome da sorellastra, no?) e il fratellastro di Maria è un frignone buono a nulla. Insomma l'unico essere di sesso maschile che non sembra un idiota totale è il cane. Ma mi pare di ricordare che fa una brutta fine.

Le pagine più belle dell'epistolario sono quelle più buie, in cui Maria piange calde lacrime per la perduta libertà, per il perduto amore e dunque per la perduta vita. Ogni possibilità le è stata negata, può solo chiudere la bocca e guardare il mondo dalle sbarre del convento di clausura. Sono pagine dolci, in cui si respira la gioia svanita e la sofferenza incipiente. Sono tristi, ma mai amare. Non saprei immaginare un'anima più pura di quella che Verga dipinge in questa piccola ragazza e nemmeno uno spirito più maltrattato eppure sempre splendente.

Leggetelo, rileggetelo e magari fate come me, che ho letto la prima lettera della sua "confessione d'amore" almeno cento volte: Maria descrive un sentimento così potente che non si può nascondere, più forte dell'amore verso suo padre e più forte persino di quello verso dio. Lei non può far altro che gridarlo con tutta se stessa, sentendosi la più fortunata delle creature proprio per aver potuto provare questo sentimento. E la lettera successiva, quando lei scopre di essere ricambiata, che dolcezza! C'è una frase che lei dice, tra le più belle del libro: Sapresti dirmi perché il rumore di taluni passi si senta col cuore come se il cuore udisse? E perché scuota tutti i nervi e faccia gelare tutto il sangue?

E' uno di quei libri che, nonostante la tristezza, fanno bene all'anima.

Anarchic Rain

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