martedì 17 febbraio 2015

Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo

Ho cominciato a leggere questo libro forse come la maggior parte di voi: perché non sapevo di cosa parlasse. Di solito mi evito gli spoiler anche solo di trama, perché non voglio farmi influenzare. Mi attirava molto il titolo, mi sembrava ironico e in un certo senso iconoclasta.
Ecco, niente di tutto ciò.
Il libro, lo dico a beneficio di chi non l'ha ancora letto, sembra politico. Ma non "politico" e basta, "POLITICO". Si divide in due parti, la prima con protagonista centrale Berlinguer, la seconda Berlusconi. Lo scrittore parla in prima persona (suppongo sia più che autobiografico!) ed è di sinistra. Tra l'altro è uno degli sceneggiatori del film Il caimano (e manco questo sapevo).
Cosa cerca di fare con questo libro?
Mah, un sacco di cose, da quello che ho capito, ma in una parola questo: analizza tutti i fatti politici (che si intrecciano, in maniera anche forzata a volte, con quelli suoi privati) per cercare il bandolo della matassa, per cercare di capire come e quando è andato tutto a rotoli in un Paese che, diciamocelo, è uno dei più belli del mondo.
Ora, io non sono sicuramente la persona più adatta a parlare di un libro del genere, perché non ho mai capito nulla di politica, leggi, decreti, strategie, alleanze e compagnia. Sono la persona più apolitica sulla faccia della terra. Sono una che alle elezioni del 2000qualcosa ha firmato il registro dichiarando il proprio diritto a non votare nessuno perché le facevano tutti schifo. Sono una così. Né di destra né di sinistra. Nemmeno anarchica, nonostante le insinuazioni di qualcuno.
Però questo libro un po' mi è piaciuto e un po' mi ha fatto incazzare, così, da profana. Quindi voglio parlarne per sapere anche la vostra opinione.
Mi è piaciuto perché il protagonista, nonostante sia un po' "emotivo" su certe cose, è un ragazzo onesto, insicuro, timido, di quelli che non vuole scontentare nessuno ma si rende conto che prima o poi capita. Ed è anche un ragazzo appassionato e maldestro. Tutto sommato, quella che potremmo definire una "brava persona". Fin da giovanissimo viene coinvolto nella politica, prima dalla sua famiglia, poi dalle sue amicizie e lui si è sempre trovato un po' di là e un po' di qua, perché non voleva deludere nessuno dei due fronti. Nell'Italia degli anni 70-80 in fondo, quasi non potevi permetterti di non stare da nessuna parte, come oggi invece succede spesso. Semplicemente, all'epoca era molto più chiaro di ora: o eri a destra o eri a sinistra o eri democristiano (perlomeno mi pare di aver capito questa tripartizione dal libro). Oggi seguire la politica non è più così semplice, quindi è anche per pigrizia che molti non vogliono esserne coinvolti (oltre che per tutto lo schifo che gira intorno a coloro che dovrebbero rappresentarci).
Il profilo storico che viene fuori dal libro è che c'è stato un momento preciso in cui tutto poteva o andare bene o andare male. Ed è andato male.
Nel 1978 il sequestro Moro ha segnato una svolta importante negli equilibri (già un po' precari) della scena politica italiana e, secondo Piccolo, se lui avesse usato altri toni nella prima lettera inviata a Cossiga sarebbe forse andato tutto diversamente. Da lì, il mondo a cominciato a sgretolarsi.
Non parliamo poi del secondo fatidico anno, il 1994, anno in cui è comparso sulla scena Silvio Berlusconi. Un uomo che non sarebbe mai dovuto arrivare dove invece è arrivato e, se ci è arrivato, è solo perché tutti gli italiani, a forza di denigrarlo, lo hanno dipinto come innocuo e dunque non se ne sono preoccupati più di tanto. A forza di cercare occasioni "private" per screditarlo, si sono dimenticati di quelle "pubbliche" e quindi, invece di escluderlo dalla scena, lo hanno proprio messo al centro di questa.
E qui arriviamo al punto che mi ha fatto incazzare.
Secondo quanto dice lo scrittore, l'unico mondo possibile in cui vivere serenamente è uno governato dalla sinistra (ma una sinistra come la intendeva Berlinguer, non altro) e penso che questo sia un pensiero ridicolo. Non perché quello che dice la sinistra è sbagliato o è giusto quello che dice la destra. Ma io, che sono cresciuta sì negli anni 80-90, da quando ho una "coscienza politica" (a chiamarla così, in modo comunque forzato) non ho mai visto una separazione netta di ideali tra le due (o mille) fazioni, anzi, tutti lì a promettere sempre l'impossibile e poi a farsi gli affari propri. Posso anche capire che per coloro che sono vissuti a quel tempo le cose fossero diverse, ma bisogna rapportarsi alla realtà del presente. E la realtà del presente è, secondo me, che ripeto non ci capisco molto, che nessuno ha più a cuore il nostro Paese, i nostri diritti come cittadini e il nostro benessere.
Un esempio: io voglio pagare le tasse, ma voglio che i miei soldi vengano impiegati con razionalità e coscienza.
E' questo secondo me che manca oggi, mentre c'è un eccesso di egoismo nella forma più esagerata.
Forse il libro è troppo ingenuo, da questo punto di vista, ma dopo una prima parte molto bella non mi aspettavo questo calo di tono. Per questo mi sono incazzata.
Si, lo so, prendersela con un libro è sciocco, ma che volete farci? Sono fatta così.
Inoltre ad un certo punto, scade proprio con una specie di filippica contro la rete, che ci propone solo cose simili a quelle che abbiamo già scelto, per il principio dei "sistemi di raccomandazione", così continueremo a leggere e vedere solo quello che ci fa comodo. Andiamo. Ma non diciamo minchiate. Se io voglio leggere qualcosa, non mi baso su quello che mi propone amazon o un'altra pubblicità. La mia pigrizia (ormai proverbiale) non arriva a tanto. Certo, magari c'è qualcuno che se ne fa influenzare, ma mi rifiuto di pensare che la maggioranza sia una massa di pecore.
Verso la fine, poi, l'illuminazione. Dice: "Si può essere infelici nonostante si creda in qualcosa, e si può essere felici nonostante si detesti qualcosa".
Finalmente. Ci volevano quarant'anni di vita per capirlo? E' alla fine che me ne sono resa conto: ci ha presi tutti in giro! Non è un libro politico. E' più un libro di formazione, una specie di iniziazione alla vita che inizia quando siamo piccoli, in balia dei nostri genitori, e continua fino alla morte.

Vi sembra una chiacchierata confusa? Perché non sapete che altro c'è nella mia testa...comunque una cosa l'ho capita: forse questo libro vuole semplicemente dimostrarci che non bisogna estraniarsi dalla vita politica che si svolge intorno a noi, perché anche questa estraniazione è colpevole. Noi siamo già coinvolti, nel momento in cui nasciamo, quindi è inutile voler far finta di niente (se non guardo la politica, la politica non guarderà me).
Un po' in colpa mi ha fatto sentire, in effetti.

Per concludere, tanto per dimostrare ancora la mia (in)sana ignoranza (se non l'avessi ancora fatto abbastanza), le ultime pagine del libro non le ho proprio capite. Tutte quelle parole per tirare le fila del discorso me lo hanno confuso di più (se possibile).
Forse prima o poi, quando (e se) la mia coscienza si risveglierà, lo capirò.
Fino ad allora, continuerò a dormire tranquilla, aspettando l'occasione giusta per andarmene.

Anarchic Rain

2 commenti:

  1. Ma Berlinguer infatti è stato il promotore del compromesso storico, non di una separazione di ideali. Ed è proprio il rifiuto di una certa parte di sinistra (quella più vera nel senso stretto del termine) al dialogo negli anni successivi, il loro rinchiudersi nel loro angoletto di "purezza" (per usare le parole di Piccolo) a far perdere alla sinistra il proprio contatto con la gente e con i problemi del Paese. Piccolo si pone, come hai detto tu stessa, come la brava persona, il bravo italiano medio, che si sente a disagio con se stesso e con la società perchè non riesce ad essere fedele fino in fondo ad un ideale che, per scelta o meno, ha dovuto abbracciare, e solo dopo tanti anni (e tante esperienze, per questo l'hai ben definito un romanzo di formazione) capisce che gli ideali restano sterili e fini a loro stessi se non accompagnati dal dialogo e dalla continua ricerca della comprensione e, perchè no, del benessere anche di chi la pensa diversamente.

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  2. capisco...quindi in realtà non può esistere un partito politico che rimane sempre se stesso perché deve necessariamente cambiare con il tempo? bisogna comunque trovare un compromesso con tutti gli altri che la pensano diversamente? è questa la legge universale? che non si può restare sempre fedeli ad un ideale? pensavo che fosse la gente a dover cambiare in continuazione, per mantenersi al passo coi tempi e perché chi non cambia mai prima o poi sarà fuori posto. ma se anche la politica è così, ci credo che nessuno troverà mai la sua "casella"...

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